Vittorio Sgarbi: Saddam nel tombino e Sofri

Vittorio Sgarbi: Saddam nel tombino e Sofri

Provo dolore e rabbia ogni volta che leggo un articolo di Adriano Sofri, e penso, con infinita pena, allo stato di costrizione cui è obbligato per ciò che non ha fatto, ma che, se anche avesse fatto, avrebbe ampiamente scontato; e per l’esemplare punizione, e per la grande maturità civile che rivela nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni. E’ vero che ciò che lo Stato non è riuscito a garantirgli con la grazia, alla cui firma sembra così riluttante il Presidente tanto solerte nel respingere alle Camere la Legge Gasparri, è garantito a Sofri da quei giornali che si illustrano delle sua firma pubblicandone gli articoli a fianco dei più rispettati editorialisti; ma, non di meno, dispiace dover ogni volta registrare questo paradosso della dignità umiliata.

Ciò che il regime fascista impose a Gramsci, la democrazia non è riuscita a impedire all’ordine giudiziario senza misure e senza controllo.

Su La Repubblica di Sabato sono messi a confronto due scritti: sul tema ìQuando il vinto è un tirannoî. Una bella e letteraria riflessione di Pietro Citati sulla caduta degli dei, e una magistrale interpretazione di Adriano Sofri sulla pietà per i potenti.

Per un attimo Sofri, come tutti noi, ha vacillato:îStavo per cedere ad una compassione per quella faccia da Moustaki, inselvatichito e inebetito, quando ne son ostato salvato da una cascata di ricordi. Dei fotogrammi in cui quel grossista del gas brandiva una scimitarra in una mano e un fucile nell’altra, e si proclamava redivivo Nabucodonosor e spada dell’Islam; e dei certificati di pagamenti consegnati solennemente ai famigliari di ragazze e ragazzi mandati a uccidere e uccidersi in Israeleî

Eppure, inerme, nascosto in un rifugio miserabile, esplorato in bocca per riconoscerne l’identità dai denti, per un attimo Saddam Hussein ci ha fatto pietà. Sofri analizza questa nostra reazione, che non fu così evidente neppure davanti ai corpi di Mussolini e di Ceausescu:îNon bisognava aspettare di tirarlo fuori da quel tombino, il vecchio tiranno, per accorgersi della sua misura infima. Lì dentro, invece, era sul punto di farci compassione, e sarebbe un buon segno sull’anima nostra, perché amiamo i barboni strappati al sonno dentro al loro cartone, ma quello era solo un impostore, non è facile diventare un barboneÖSono soprattutto i grandi delinquenti che fanno pensare alla storia come all’opera di grandi uominiî.

Mostrando un’assoluta lucidità, Sofri, ci spiega le nostre debolezze e le nostre contraddizioni, senza ipocrisia: ìUn morto è una tragedia, un milione è una statistica: pensierino di Stalin, il grande statisticoÖ.La grandezza ha col male un legame assai più intimo che col bene, il bene è piccolo. Si tiene ai bordiî.

Ed è proprio leggendo considerazioni così acute e precise che si prova vergogna a immaginare Saddam rispettato come prigioniero di guerra e Sofri chiuso in una cella, e da molti anni: il primo responsabile di migliaia, forse milioni di morti, in una indeterminata follia statistica; l’altro non dimostrato istigatore di un omicidio di classe, orribile equivoco di una generazione che costò la vita a Calabresi e la cui responsabilità storica sconta soltanto Sofri.
Belle e notevoli sono anche le conclusioni di Sofri sulla pena di morte, arbitraria per la giustizia che la stabilisce in nome del popolo, non diversamente dall’omicidio che compie il criminale. ì ìLa pena di morte inflitta ai disgraziati è una florida prosecuzione delle barbarie nella civiltà, della vendetta nella giustizia.

La pena di morte nelle vicende degli Stati e dei popoli ó esclusa, si ricordi, dallo Statuto del Tribunale penale internazione ó ha una sua speciale imbecillità. Perché immagina di adeguare l’estremità della pena alla grandezza criminale del vinto. Ma il vinto non è grande. Non l’ha meritata, la pena capitale, nel senso più vero: non ne è stato all’altezzaî. Un uomo che riflette e che dice, e che ci insegna queste cose, è tenuto in carcere. E noi siamo impotenti ad ascoltarlo senza ci sia consentito di farlo essere libero, così come egli ci libera dai pregiudizi.

Anche quello comunista, che gli iracheni si dovevano liberare da soli, e che Bush è peggio di Saddam Hussein. Storture degli appelli velleitari alla pace.

Ogni tanto anche io penso che la guerra poteva essere evitata, che gli americani hanno forzato una situazione difficile, estrema, ma mentendo sulle armi in mano a Saddam Hussein. E, come molti, ho pensato che la guerra è sempre sbagliata.

Ma oggi che il dittatore è definitivamente caduto, per essere giustamente avviato al carcere dove sta ingiustamente Sofri, mi chiedo:îChi doveva liberare gli iracheni da Saddam Hussein?î. ìC’era un altro modo per batterlo e catturarlo?î ìLa guerra preventiva non è stata forse una guerra di liberazioneî?.

Gli iracheni erano impotenti di fronte al male, ma anche noi siamo impotenti di fronte a una giustizia che stabilisce pene sproporzionate alle colpe. Uno scandalo a cui non ci si può rassegnare. Un male della ragione che non si può più tollerare.