Il video della decapitazione di Kim Sun

Ci ho pensato molto, sull’opportunità di metterlo o meno, e alla fine la risposta è stata si.Si astengano le anime belle dal vederlo, chè di sicuro troveranno molti segnali che indicano che no, non è Al Qaida che compie quello scempio, ma la Cia, e Bush e chi vuole sterminare i poveri islamici.

Si astengano anche gli impressionabili, perchè è terribile, ancora più di quello di Nick Berg. In questo, danno spazio alla disperazione e al terrore di Kim Sun, ed ogni minuto di pianti, di proclami e di macelleria; è un orrore senza fine, un sadismo vergognoso. Il video lo trovate qui, e non c’è nulla da aggiungere.

I mercenari di Prodi li pagava Tanzi

Romano Prodi vive col denaro un rapporto di olimpico distacco. Questa nobile virtù, si sa, è poco diffusa, tranne che fra i ricchi, categoria alla quale Prodi appartiene senza sensi di colpa. Anzi, il suo animo è talmente elevato da svettare ben oltre la vile quotidianità:gli occhi di Prodi guardano oltre, la sua intelligenza si proietta verso gli scenari del domani, lo spirito di puro servizio non gli concede il privilegio di perdersi nelle bassezze d’un conto corrente, d’una distinta bancaria.

Per cui, se punta il dito contro la corruzione dei costumi e la tirannia del profitto, non resta che da abbassare il capo e ascoltare contriti. Ieri il leader del centrosinistra ha ritenuto fosse giunto il momento di tracciare il sentiero della moralità nel deserto etico d’Italia.

È successo, infatti, che Berlusconi abbia assoldato mille ragazzi – le camicie azzurre – col compito di seguire i candidati alle prossime elezioni regionali, indirizzarli con il loro entusiasmo, imparare dalla loro esperienza.
Poiché questi giovanotti possiedono uno stomaco e il desiderio di riempirlo una o persino due volte al giorno, Berlusconi ha pensato bene di retribuirli. Ah, quale meschinità! Poteva restare impunita un’abiezione simile? Giammai!

La politica – ha tuonato Prodi – è il luogo degli ideali, degli slanci cristallini, non del portafoglio pieno.
La circostanza che il suo sia stracolmo, non gli ha reso la voce meno ferma né lo sguardo meno fiammeggiante.
I mille giovinastri, ha detto, «sono mercenari». E ha aggiunto con la durezza dei giusti: «Non possiamo arruolare mille mercenari, ma ad ogni mercenario dobbiamo far fronte con mille volontari… Non abbiamo bisogno di persone che si facciano pagare».

E sul punto non si dubita: già si fa pagare lui, avanzassero la pretesa degli altri, gli toccherebbe di ridursi il salario.
Prodi guadagna un milione di euro all’anno, equivalente di un miliardo e novecentotrentasei milioni di lire. La scorsa estate, si pose il problema di un suo rientro in Italia perché riprendesse in mano le sorti dell’Ulivo e dunque del Paese. Ci si può forse tirare indietro quando la patria chiama? Quando serve la dedizione dei migliori, l’energia degli eletti? Prodi rispose: «Obbedisco».

E soltanto dopo, timidamente, quasi lacerato, osò: «Quanto sganciate?». Il Triciclo ha fatto due conti coi rimborsi elettorali, la quota per questo partito, la quota per quell’altro e tirate le somme ci si accordò per un milione di euro nel 2004, un milione nel 2005, e nel 2006 si vedrà. Ora capirete perché ieri Prodi abbia inciso nelle nostre coscienze la terribile sentenza: «Non abbiamo bisogno di gente che si faccia pagare». Eh no. Chi è tanto vile da lordare i più profondi convincimenti ideali con squallide ragioni di quattrini, altro non è che un «mercenario».

Non parlava di sé. Lui non si occupa di soldi. Tanto è vero che se Berlusconi decide di abbassare le tasse, Prodi rabbrividisce. La trova una soluzione di intollerabile volgarità. Un’oscena e umiliante elemosina. Anche la carità, se va fatta, va fatta con una certa classe.

Come la faceva Calisto Tanzi, il quale era gravato dai debiti, ma quando Prodi girava l’Italia in pullman per la campagna elettorale, la benzina era in conto alla Parmalat.

«Noi non abbiamo bisogno di persone che si facciano pagare». Hanno bisogno di quelle che pagano.
Ma, insomma, se mille ragazzi cercano di capire qualcosa di come va il mondo, e incassano da Berlusconi lo stipendiuccio, sono orridi mercenari. La politica è dedizione. È volontariato. Non è mercimonio. Chi oserebbe offrire servigio al popolo e al contempo pretendere la mensilità, a parte seicentotrenta deputati, trecentoquindici senatori, i governatori delle regioni, i presidenti delle province, i sindaci delle città, gli assessori regionali, provinciali e comunali, i consiglieri regionali, provinciali e comunali, i funzionari di partito, i ministri, i sottosegretari, i segretari, i portaborse eccetera eccetera? Chi arriverebbe a tanto? Ci vogliono i volontari, è stata la soluzione fulminante di Prodi. E tali devono essere, infatti, gli amministratori di certe società e aziende citati nell’edizione di ieri del Tempo, quotidiano di Roma.

Alla pagina quattro, c’era l’elenco dei contributi volontari girati ai disinteressatissimi leader della nostra politica.
Il segretario dei Ds, Piero Fassino, per conto del partito ha preso 100 mila euro da Capuana Srl, 100 mila dalla Coop edile Bastia, 100 mila dalla Ispeg, e così via, per un totale di 680 mila euro.

Massimo D’Alema, presidente dei Ds, ha preso 25 mila euro da Air One, 25 mila dalla Isa Milano, 20 mila dalla Technital, e così via, per un totale di 110 mila euro.

Pierluigi Bersani, Ds, ex ministro nei governi Prodi, D’Alema e Amato, ha preso 20 mila euro da Air One, 20 mila da Federacciai (Confindustria), 20 mila da Intercopnsult, 12 mila e 500 dalla Sea, e così via, per un totale di 117 mila euro.

Paolo Costa, della Margherita, ha preso 100 mila euro dalla Oreste Fracasso, 25 mila dalla Fin.Ast, e così via, per un totale di 145 mila euro.

Clemente Mastella, per conto dell’Udeur, ha preso 50 mila euro dalla Mec di Torino, 40 mila dalla Wanda Mandarini, 25 mila dalla Ied, 20 mila dalla Ssat, e così via, per un totale vicino ai 200 mila euro.
Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, ora sindaco di Bologna, si è accontentato di 13 mila euro dalla Manutencoop, e di 12 mila dalla Sea si è accontentato Enrico Letta della Margherita, allievo prediletto di Prodi.

Naturalmente nella lista ci sono anche numerosi capi del centrodestra, e i più in vista: Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Marco Follini, Umberto Bossi. E forse loro investiranno i quattrini anche per mantenere l’esercito delle camicie azzurre. E così faranno delle nuove, spensierate e oneste leve italiane un’accozzaglia di avidi puzzoni, che da grandi non penseranno ad altro che a chiedere, chiedere, chiedere e prendere, prendere, prendere.
A sinistra sono fatti di altra stoffa, intendono edificare l’Italia di domani, vogliono una classe dirigente altruista e appassionata, e dunque soltanto volontari, e ai volontari neanche una lira, che poi ci vengono su scostumati. E così evviva le Simone, le volontarie col cuore in mano. Ecco un esempio fulgido per gli adolescenti.

Certo, un compenso ce l’hanno anche loro, non possono campare d’aria, ma quanto è più genuino impegnarsi in Iraq piuttosto che per Tremonti e Dell’Utri (il quale non è un sequestratore ma, secondo la procura di Palermo, un mafioso della peggiore specie)?

Evviva Gino Strada, il medico dei reietti. Ha preso su e ha regalato la sua scienza e la sua vita agli ultimi del pianeta. Poi torna in Italia e denuncia con furia la guerra sporca americana, combattuta soltanto per il potere, per le multinazionali, per il petrolio. E sono petrolieri, i Moratti, tra i più munifici finanziatori della sua organizzazione, Emergency.

Ma «noi non abbiamo bisogno di persone che si facciano pagare». Basta. Di questa politica del denaro, Prodi ha le tasche piene. Se gli state dietro, magari casca fuori uno spicciolo.Mattia Feltri Libero

Il Financial Times: Prodi dovrebbe dimettersi

Mentre i leader europei si guardano intorno per cercare un nuovo presidente della Commissione europea, dovrebbero studiare con attenzione colui che sta finendo questo incarico e cercare di fare una scelta migliore questa volta.

Infatti il mandato di Romano Prodi come presidente della Commissione è stato atroce. L’ex primo ministro italiano era l’uomo sbagliato per quel ruolo. Ha dimostrato di non possedere né l’ampiezza di vedute né l’attenzione per i dettagli che è richiesta per uno dei compiti esecutivi fra i più difficili al mondo.

Un manager incapace, a cui mancavano doti comunicative e incline spesso a gaffe imbarazzanti. Ora Prodi ha anche tradito la Commissione per fare campagna elettorale – contro lo spirito e la lettera del trattato dell’Ue – come leader del centrosinistra in Italia. Il morale nella Commissione è a terra e l’atmosfera è quella di una nave senza timoniere.

Eppure l’Unione europea che si è appena allargata a nuovi Stati membri avrebbe un urgente bisogno di una Commissione efficace con un presidente forte che sarebbe un essenziale protagonista nella complessa rete di enti federali e intergovernativi che segneranno il destino dell’Europa. Il signor Prodi dovrebbe adesso fare una cosa onorevole: dimettersi. (..)

Ma chi dovrebbero scegliere?

Il candidato ideale dovrebbe farsi carico di diverse importanti responsabilità. La Commissione ha l’iniziativa legislativa, fa sì che i trattati fondativi dell’Ue vengano rispettati e garantisce che tali politiche e direttive vengano applicate .

Il ruolo necessita di una persona di alto profilo intellettuale, dal saldo istinto politico e con provate doti amministrative. Un comunicatore capace di risolvere i problemi.

Come capo della principale istituzione federale dell’Ue, il presidente della Commissione deve ovviamente comprendere ciò di cui questo ente e gli altri enti dell’Ue hanno bisogno, ma deve anche essere sensibile verso i legittimi interessi dei singoli Stati membri e i rispettivi governi.

Una lezione chiara dagli anni in cui Prodi è stato a capo della Commissione è che ex primi ministri non necessariamente sono bravi presidenti. (..) Libero

Vittorio Sgarbi: Saddam nel tombino e Sofri

Provo dolore e rabbia ogni volta che leggo un articolo di Adriano Sofri, e penso, con infinita pena, allo stato di costrizione cui è obbligato per ciò che non ha fatto, ma che, se anche avesse fatto, avrebbe ampiamente scontato; e per l’esemplare punizione, e per la grande maturità civile che rivela nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni. E’ vero che ciò che lo Stato non è riuscito a garantirgli con la grazia, alla cui firma sembra così riluttante il Presidente tanto solerte nel respingere alle Camere la Legge Gasparri, è garantito a Sofri da quei giornali che si illustrano delle sua firma pubblicandone gli articoli a fianco dei più rispettati editorialisti; ma, non di meno, dispiace dover ogni volta registrare questo paradosso della dignità umiliata.

Ciò che il regime fascista impose a Gramsci, la democrazia non è riuscita a impedire all’ordine giudiziario senza misure e senza controllo.

Su La Repubblica di Sabato sono messi a confronto due scritti: sul tema ìQuando il vinto è un tirannoî. Una bella e letteraria riflessione di Pietro Citati sulla caduta degli dei, e una magistrale interpretazione di Adriano Sofri sulla pietà per i potenti.

Per un attimo Sofri, come tutti noi, ha vacillato:îStavo per cedere ad una compassione per quella faccia da Moustaki, inselvatichito e inebetito, quando ne son ostato salvato da una cascata di ricordi. Dei fotogrammi in cui quel grossista del gas brandiva una scimitarra in una mano e un fucile nell’altra, e si proclamava redivivo Nabucodonosor e spada dell’Islam; e dei certificati di pagamenti consegnati solennemente ai famigliari di ragazze e ragazzi mandati a uccidere e uccidersi in Israeleî

Eppure, inerme, nascosto in un rifugio miserabile, esplorato in bocca per riconoscerne l’identità dai denti, per un attimo Saddam Hussein ci ha fatto pietà. Sofri analizza questa nostra reazione, che non fu così evidente neppure davanti ai corpi di Mussolini e di Ceausescu:îNon bisognava aspettare di tirarlo fuori da quel tombino, il vecchio tiranno, per accorgersi della sua misura infima. Lì dentro, invece, era sul punto di farci compassione, e sarebbe un buon segno sull’anima nostra, perché amiamo i barboni strappati al sonno dentro al loro cartone, ma quello era solo un impostore, non è facile diventare un barboneÖSono soprattutto i grandi delinquenti che fanno pensare alla storia come all’opera di grandi uominiî.

Mostrando un’assoluta lucidità, Sofri, ci spiega le nostre debolezze e le nostre contraddizioni, senza ipocrisia: ìUn morto è una tragedia, un milione è una statistica: pensierino di Stalin, il grande statisticoÖ.La grandezza ha col male un legame assai più intimo che col bene, il bene è piccolo. Si tiene ai bordiî.

Ed è proprio leggendo considerazioni così acute e precise che si prova vergogna a immaginare Saddam rispettato come prigioniero di guerra e Sofri chiuso in una cella, e da molti anni: il primo responsabile di migliaia, forse milioni di morti, in una indeterminata follia statistica; l’altro non dimostrato istigatore di un omicidio di classe, orribile equivoco di una generazione che costò la vita a Calabresi e la cui responsabilità storica sconta soltanto Sofri.
Belle e notevoli sono anche le conclusioni di Sofri sulla pena di morte, arbitraria per la giustizia che la stabilisce in nome del popolo, non diversamente dall’omicidio che compie il criminale. ì ìLa pena di morte inflitta ai disgraziati è una florida prosecuzione delle barbarie nella civiltà, della vendetta nella giustizia.

La pena di morte nelle vicende degli Stati e dei popoli ó esclusa, si ricordi, dallo Statuto del Tribunale penale internazione ó ha una sua speciale imbecillità. Perché immagina di adeguare l’estremità della pena alla grandezza criminale del vinto. Ma il vinto non è grande. Non l’ha meritata, la pena capitale, nel senso più vero: non ne è stato all’altezzaî. Un uomo che riflette e che dice, e che ci insegna queste cose, è tenuto in carcere. E noi siamo impotenti ad ascoltarlo senza ci sia consentito di farlo essere libero, così come egli ci libera dai pregiudizi.

Anche quello comunista, che gli iracheni si dovevano liberare da soli, e che Bush è peggio di Saddam Hussein. Storture degli appelli velleitari alla pace.

Ogni tanto anche io penso che la guerra poteva essere evitata, che gli americani hanno forzato una situazione difficile, estrema, ma mentendo sulle armi in mano a Saddam Hussein. E, come molti, ho pensato che la guerra è sempre sbagliata.

Ma oggi che il dittatore è definitivamente caduto, per essere giustamente avviato al carcere dove sta ingiustamente Sofri, mi chiedo:îChi doveva liberare gli iracheni da Saddam Hussein?î. ìC’era un altro modo per batterlo e catturarlo?î ìLa guerra preventiva non è stata forse una guerra di liberazioneî?.

Gli iracheni erano impotenti di fronte al male, ma anche noi siamo impotenti di fronte a una giustizia che stabilisce pene sproporzionate alle colpe. Uno scandalo a cui non ci si può rassegnare. Un male della ragione che non si può più tollerare.

La coop Costruttori ha fatto crac. Nel silenzio assoluto

C’era una volta la Coop Costruttori, 2300 dipendenti, fatturati altissimi (?), la spina dorsale composta da dipendenti cui veniva trattenuto il 10% in busta paga alla voce “prestito sociale” ed ex dipendenti che investivano al suo interno come in una banca. Qualcuno ci ha messo tutti i risparmi di una vita.

I loro crediti sono definiti con una parola importante, impegnativa: chirografari. In pratica, in caso di fallimento, sono rimborsabili solo dopo quelli privilegiati, cui appartengono quelli dei fornitori, delle banche, dei dipendenti ecc. Triste parola, allora.

Ora questo gigante delle Coop ha fatto crac ed è commissariata, e si parla di un buco di un miliardo di euro, nonostante negli ultimi anni i bilanci presentati fossero vispi e attivi.

Come è possibile? La Coopcostruttori sosteneva fosse colpa dei creditori, ma i commissari smentiscono, mentre le voci di bilancio non corrispondono, 10.700 creditori bussano alla porta e 2226 dipendenti, di cui 1700 ormai in cassa integrazione, la vedono grama. Ma ancor più grama è per i 300 soci che da questa disinvolta gestione usciranno senza un euro dei cento milioni che spetterebbero loro. E il silenzio dei media, soprattutto di quelli particolarmente dediti all’ossessione berlusconiana, è assordante.

La Padania se n’era occupata anni fa, e nonostante la gravità dei fatti emersi non sembra la cosa abbia granchè interessato i quotidiani virtuosi. Il crac rimane silenzioso, fa rumore solo in quella provincia e non negli articoli o nei telegiornali. Chissà perchè …

Resta attualissima la domanda di un’ascoltatrice di Radio Città Aperta, moglie di un operaio della Costruttori (la lettera segue alla fine):”Oggi mi chiedevo una cosa: ma se la coop che è un’azienda enorme stava andando in fallimento dai bilanci si sarebbe dovuto capire, possibile che non li leggeva nessuno? ma quanti erano compiacenti?”
Sarebbe interessante avere una risposta.

Da: Radio Città Aperta
Operai, cooperative e inganni.

la coop costruttori con sede Argenta

Una lettera di una nostra ascoltatrice

Ciao, ho letto la vostra email questa sera e sono molto contenta di avere trovato qualcuno che ha voglia di ascoltare. Mio marito e altri 2850 edili circa lavorano (o meglio lavoravano) per la coop costruttori con sede Argenta.
come dicevo nell’email precedente dal mese di febbraio non ricevono stipendio, il capo cantiere di Piacenza (i cantieri sono dislocati in tutta italia, ognuno con un suo capocantiere) inventava scuse varie cercando continuamente di prendere tempo fino a quando la situazione è scoppiata, cioe venerdi scorso.

Durante il mese di aprile gli operai del cantiere di Piacenza (quello dove lavorava mio marito) hanno manifestato più volte il loro ovvio malcontento scioperando, il caro capo li ha minacciati dicendo loro che se non avessero sospeso immediatamente lo sciopero (dimenticando che è ancora un diritto) li avrebbe fatti tornare a Roma senza soldi per il viaggio ed in più avrebbe detto al ristorante dove loro mangiavano di non dargli più i pasti. Il tutto succedeva sotto gli occhi dei sindacati (cgl ecc).
Quando mio marito ha chiesto al sindacalista se la coop poteva farlo (minacciare contro lo sciopero ecc) lui ha risposto non lo possono fare ma lo fanno, questo è stato l’interessamento del sindacalista.
Venerdi (gli operai ogni fine settimana tornavano a casa), il capoccetta ha detto in un primo momento a tutti gli operai di mettersi in malattia in attesa di risposte più chiare, mentre loro erano in viaggio per tornare a Roma, li ha chiamati al cellulare dicendo non mettetevi in malattia sta partendo la cassa integrazione speciale.
Tutto questo avviene senza un foglio di carta scritto dove la ditta dice di non presentarsi al lavoro, senza nessun preavviso, senza soprattutto nessuna garanzia che faccia rispettare i diritti minimi. venerdi gli operai sono rientrati con il furgone della ditta, hanno lasciato li i loro abiti il tutto perchè il capo ha proseguito fino all’ultimo a promettere fumo, dicendo ma no vedrete che tra una settimana sarà tutto risolto.
Oggi parlando al telefono con il sindacalista di Piacenza (sempre cgl, ovviamente abbiamo già chiamato i cobas i quali purtroppo nell’edilizia non sono molto informati ma si stanno interessando e mercoledi abbiamo un incontro con loro) siamo stati informati che la coop costruttori ha uno scoperto insanabile di non so quanti miliardi, mi ha riferito inoltre, che i giornali di ferrara non stanno più parlando della cosa e questo è preoccupante, ci ha spiegato che le banche per intervenire hanno fatto delle richieste all’azienda ma che non si capisce bene il perchè l’azienda non da risposte forti ecc ecc ecc insomma una serie di parole che non giustificano quello che sta succedendo.
Questo ragazzo oggi al telefono, ha detto a me personalmente che loro cercano se possono, di salvare la coop e che questa sarebbe l’unica soluzione per gli edili (ci sarebbe comunque un enorme riduzione di personale a suo avviso perderanno il lavoro piu di 1500 operai).
Non sono state fatte vertenze, ripeto non abbiamo nulla di scritto ed io personalmente ho anche la paura che essendo tornati loro a casa con il furgone aziendale, senza essersi portati via tutte le loro cose, i padroni possano dire che gli operai non si sono presentati al lavoro!!! del resto qui è tutto solo verbale!! Oggi sempre il sindacalista mi ha detto di avere spedito via fax una lettera alla ditta, dove diceva che gli operai sono rimasti a casa come richiesto dalla ditta in attesa di disposizioni!! SARA VERO??? forse! per noi sono ancora solo parole.
Oggi c’è stata un’assemble della cgl qui a Roma, con tutti i delegati sindacali dei vari cantieri della coop, dove si è detto(mio marito ha partecipato pur non essendo delegato) che i sindacati non possono pensare di mandare in fallimento la ditta e che loro stanno cercando di vedere se ancora si può fare qualcosa (il sindacalista di Piacenza oggi al telefono non era però ottimista) ed hanno detto che se entro Venerdi non si saranno trovate soluzioni, chiederanno alla ditta di dichiarare fallimento, venerdi ci sarà l’incontro a Bologna (la coop costruttori è rossa si fa per dire ovviamente quindi capirete la mia diffidenza verso l’interessamanto della cgl).
Oggi il capo cantiere ha detto al telefono ancora una volta di non preoccuparsi, che da martedi saranno in cassa integrazione oppure, li avrebbe avvisati di mettersi in malattia!! ha detto in oltre a mio marito, che ha sbagliato ad andare ad assistere all’assemblea dei sindacati perchè il cantiere di Piacenza è un cantiere privilegiato rispetto agli altri, mi chiedo perchè mai sarà privilegiato(pensa gli altri come stanno!!!!) questa cosa sta succedendo nel silenzio assoluto, 2850 persone circa sono senza stipendio da 3 mesi, stanno rimanendo senza lavoro, persone che da anni lavoravano per la coop, persone anche di oltre i 50 anni di età per i quali trovare un altro lavoro sarà una cosa impossibile.
mi chiedo ma possibile che non sento due parole al telegiornale, non ci sono due righe da nessuna parte (se ci sono solo nella cronaca di argenta e ripeto se ci sono), possibile che nessuno sappia dirci a chi ci dobbiamo rivolgere per sapere qualcosa di reale e non parole?
e poi ancora 2850 persone che perdono da un giorno all’altro il lavoro non dovrebbe essere una notizia con molta risonanza? qui sembra proprio di no.
Oggi mi chiedevo una cosa: ma se la coop che è un’azienda enorme stava andando in fallimento dai bilanci si sarebbe dovuto capire, possibile che non li leggeva nessuno? ma quanti erano compiacenti?
Voglio spiegare un’altra cosa della coop; tutti i mesi veniva ritirato oltre alla quota sociale di 25 euro mensili ( e questo per legge lo possono fare), il 10% dello stipendio(e questo non è legale ma loro dicevano che era una regola interna),per avere un ulteriore fondo a disposizione dell’azienda; questi soldi sarebbe stati resi all’occorrenza solo se richiesti sotto specifica domanda del lavoratore e dopo l’approvazione del consiglio dei dirigenti (ridavano solo il 30%).
Questi soldi che fine hanno fatto? e quando verranno restituiti? ovviamente mai lo sappiamo bene!!
Voglio dire inoltre, che con tutte le bugie le scuse inventate,i temporeggiamenti hanno fatto si che molti operai si licenziassero da soli, perdendo cosi diritto a qualunque ammortizzatore sociale ammesso che ce ne saranno!!
Per quanto riguarda le condizioni delle famiglie senza stipendio da 3 mesi non serve descriverle le immaginate benissimo soli!
Spero di essere riuscita a spiegarvi bene come stanno andando le cose, grazie per l’interessamento
un saluto

Oriana Fallaci su islam ed Occidente

Oggi si deroga all’ordine di servizio di non citare e pubblicare la Fallaci finchè piazza copyright su ogni suo respiro. Su questo articolo per la prima volta pare che non ci sia, quindi lo prendo come un gesto di buona volontà.

Di seguito l’intervista concessa da Oriana Fallaci a Padre Andrzej Majewski, caporedattore della televisione pubblica polacca (Telewizja Polska).

I responsabili degli attacchi terroristici a Londra erano mussulmani nati in Gran Bretagna o cittadini inglesi. Quindi potrebbero essere considerati europei. Crede che per difendere il nostro continente e la civiltà occidentale dovremmo esiliare tutti i mussulmani dell’Europa?

Per incominciare, non sono affatto europei. Non possono essere considerati europei. O non più di quanto noi potremmo essere considerati islamici se vivessimo in Marocco o in Arabia Saudita o in Pakistan beneficiando della residenza o della cittadinanza.

La cittadinanza non ha niente a che fare con la nazionalità, e ci vuol altro che un pezzo di carta su cui è scritto cittadino inglese o francese o tedesco o spagnolo o italiano o polacco per renderci inglesi o francesi o tedeschi o spagnoli o italiani o polacchi.

Cioè parte integrante di una storia e di una cultura. Secondo me, anche quelli con la cittadinanza sono ospiti e basta. O meglio: invasori privilegiati.

Poi una cosa è espellere gli allievi terroristi o gli aspiranti terroristi, i clandestini, i vagabondi che vivono rubando o spacciando droga o, meglio ancora, gli imam che predicando la Guerra Santa incitano i loro fedeli a massacrarci. E una cosa è cacciare indiscriminatamente una intera comunità religiosa.

L’esilio è una pena che già nell’Ottocento l’Europa applicava con le molle, e solo per qualche individuo. Ai nostri tempi si applica soltanto per i re e le famiglie reali che hanno perso la partita. In parole diverse, non si addice più alla nostra civiltà. Alla nostra etica, alla nostra cultura. E l’idea di trasformarci paradossalmente da vittime in tiranni, da perseguitati in persecutori, è per me inconcepibile. Mi fa pensare ai trecentomila ebrei che nel 1492 vennero cacciati dalla Spagna, ai pogrom di cui gli ebrei sono stati vittime nell’intero corso della loro storia. Naturalmente, se volessero andarsene di loro spontanea volontà, non piangerei. Anzi, accenderei un cero alla Madonna.

Nel saggio pubblicato giorni fa dal Corriere della Sera, “Il nemico che trattiamo da amico“, addirittura glielo suggerisco.

“Se siamo così brutti, così cattivi, così spregevoli e peccaminosi” gli dico “se ci odiate e ci disprezzate tanto, perché non ve ne tornate a casa vostra?”. Il fatto è che se ne guardano bene. Non ci pensano nemmeno. Ed anche se ci pensassero, come attuerebbero una cosa simile? Attraverso un esodo uguale a quello con cui Mosè portò via gli ebrei dall’Egitto e attraversò il Mar Rosso?

Sono troppi, ormai. Calcolando solo quelli che stanno nell’Unione Europea, sostengono i dati più recenti, circa venticinque milioni. Calcolando anche quelli che stanno nei paesi fuori dell’Unione Europea e nell’ex Unione Sovietica, circa sessanta milioni. Questa è la loro Terra Promessa, mi spiego? Rispetto, tolleranza. Assistenza pubblica, libertà a iosa. Sindacati, prosciutto, il deprecato prosciutto, vino e birra, il deprecato vino e la deprecata birra. Blue jeans, licenza di esercitare in ogni senso prepotenze che qui non vengono né punite né rintuzzate né rimproverate. (Inclusa la licenza di buttare i crocifissi dalle finestre).

Protettori cioè collaborazionisti sempre pronti a difenderli sui giornali e a impedirne l’espulsione nei tribunali.
Caro padre Andrzej, è troppo tardi ormai per chiedergli di tornare a casa loro. Avremmo dovuto, avreste dovuto, chiederglielo venti anni fa. Cioè quando già dicevo: «Ma non lo capite che questa è un’invasione ben calcolata, che se non li fermiamo subito non ce ne libereremo mai più?». In nome della pietà e del pluriculturalismo, della civiltà e del modernismo, ma in realtà grazie ai cinici accordi euro-arabi di cui parlo nel mio libro La Forza della Ragione, invece, li abbiamo lasciati entrare.

Peggio: avendo scoperto che non ci piaceva più fare i proletari, cogliere i pomodori, sgobbare nelle fabbriche, pulire le nostre case e le nostre scarpe, li abbiamo chiamati. «Venite, cari, venite, ché abbiamo tanto bisogno di voi». E loro sono venuti. A centinaia, a migliaia per volta. Uomini robusti e sbarbati, donne incinte, bambini. Sempre seguiti dai genitori, dai nonni, dai fratelli, dalle sorelle, dai cugini, dalle cognate, continuano a venire e pazienza se anziché persone ansiose di rifarsi una vita lavorando ci ritroviamospesso vagabondi. Venditori ambulanti di inutilità, spacciatori di droga e futuri terroristi. O terroristi già addestrati e da addestrare.

Pazienza se fin dal momento in cui sbarcano ci costano un mucchio di soldi. Vitto e alloggio. Scuole e ospedali. Sussidio mensile. Pazienza se ci riempiono di moschee. Pazienza se si impadroniscono di interi quartieri anzi di intere città.

Pazienza se invece di mostrare un po’ di gratitudine e un po’ di lealtà pretendono addirittura il voto che in barba alla Costituzione le Giunte di Sinistra gli regalano a loro piacimento.

Pazienza se, per proteggere la Libertà, a causa loro dobbiamo rinunciare ad alcune libertà. Pazienza se l’Europa diventa anzi è diventata l’Eurabia.

Caro padre Andrzej, io non so quel che accade in Polonia. Ma nel resto dell’Europa, e per incominciare nel mio Paese, non accade davvero quel che accadde a Vienna oltre tre secoli fa.

Cioè quando i seicentomila ottomani di Kara Mustafa misero sotto assedio la capitale considerata l’ultimo baluardo del Cristianesimo, e insieme agli altri europei (Francia esclusa) il polacco Giovanni Sobieski li respinse al grido di «Soldati, combattete per la Vergine di Czestochowa». No, no. Qui accade quello che oltre tremila anni fa accadde a Troia, cioè quando i troiani apriron le porte della città e si portarono in casa il cavallo di Ulisse. Sicché dal ventre del cavallo Ulisse si calò con i suoi commandos e gli Achei distrussero tutto ciò che v’era da distruggere, scannarono tutti i disgraziati che c’erano da scannare, poi appiccarono il fuoco e buonanotte al secchio.

Perbacco! Inascoltata e sbeffeggiata come una Cassandra, da anni ripeto fino alla noia il ritornello «Troia brucia, Troia brucia».

Ed oggi ogni nostra città, ogni nostro villaggio, brucia davvero. Esiliare? Macché vuole esiliare. Oggi gli esuli siamo noi. Esuli a casa nostra.

Come crede che Papa Benedetto XVI dovrebbe reagire a questa situazione essendo il capo della Chiesa Cattolica Apostolica Romana e il leader d’una religione che predica pace, non-violenza, bontà?

Senta, nel saggio “Il nemico che trattiamo da amico” a un certo punto mi rivolgo direttamente a Ratzinger. Pardon, a Papa Benedetto XVI. (Sa, io lo chiamo sempre Ratzinger e basta. Manco fosse un mio exprofessore o addirittura un mio ex compagno di scuola). E mi rivolgo a lui confutando ciò che confutavo a Wojtyla, pardon, a Papa Giovanni Paolo II.

Il Dialogo con l’Islam. “Santità” gli dico “Le parla una persona che La ammira molto. Che Le vuole bene, che Le dà ragione su un mucchio di cose. Che a causa di questo viene dileggiata coi nomignoli atea-devota, laica-baciapile, liberal-clericale. Una persona, inoltre, che capisce la politica e le sue necessità. Che comprende i drammi della leadership nonché i suoi compromessi. E che rispetta l’intransigenza della fede. Però il seguente interrogativo glielo devo porre ugualmente: crede davvero che i mussulmani accettino di dialogare coi cristiani, anzi con le altre religioni o con gli atei come me? Crede davvero che possano cambiare, ravvedersi, smetterla di seminar bombe?”.
E ora aggiungo: il terrorismo islamico non è un fenomeno isolato, un fatto a sé stante. Non è una iniquità che si limita a una minoranza esigua dell’Islam. (Peraltro una minoranza tutt’altro che esigua. Si calcola che l’Europa disponga di ben quarantamila terroristi pronti a scattare. E non dimentichiamo che dietro ogni terrorista c’è una organizzazione precisa, una rete di contatti eccellenti, un oceano di soldi. Ergo, quel numero “quarantamila” va moltiplicato almeno per cinque anzi per dieci. E, stando alla matematica, così facendo s’arriva a duecentomila o quattrocentomila).

Il terrorismo islamico è soltanto un volto, un aspetto, della strategia adottata fin dai tempi di Khomeini (anzi fin dai giorni dei cinici accordi euro-arabi) per attuare la globale offensiva chiamata “Revival dell’Islam”. Risveglio dell’Islam. Un risveglio che ancora una volta mira a cancellare l’Occidente, la sua cultura, i suoi principii, i suoi valori. La sua libertà e la sua democrazia. Il suo Cristianesimo e il suo Laicismo. (Sissignori, anche il laicismo. Forse, soprattutto il laicismo. Ma non l’avete ancora capito che il laicismo non può coabitare con la teocrazia?!?).
Un risveglio, insomma, che non si manifesta soltanto attraverso le stragi ma attraverso il secolare espansionismo dell’Islam. Un espansionismo che fino all’assedio di Vienna avveniva con gli eserciti e le flotte dei sultani, i cavalli, i cammelli, le navi dei pirati, e che ora avviene attraverso gli immigrati decisi a imporre la loro religione. La loro prepotenza, la loro prolificità. E tutto ciò sfruttando la nostra inerzia, la nostra debolezza, o la nostra buonafede. Peggio: la nostra paura.

Be’: Papa Ratzinger, pardon, Benedetto XVI, lo sa meglio di me. Basta leggere i suoi libri, conoscere ciò che scrive sull’Europa, capire l’allarme che esprime nei riguardi dell’Europa, per concludere che lo sa meglio di me. Meglio di tutti noi. Il guaio è che si trova in una situazione difficilissima. Forse la più difficile che possa intrappolare un leader del nostro tempo. Difficile da un punto di vista teologico e filosofico. Difficile da un punto di vista politico e umano. Il fatto di stare a capo d’una Chiesa che basa il suo credo sull’amore e sul perdono, anzitutto. Che in termini ecumenici predica «ama- il-prossimo-tuo, quindi-pure- il-nemico-tuo-come te stesso». Poi il fatto di governare un’immensa comunità che, nei riguardi dell’Islam, anche nei suoi ranghi gerarchici è divisa cioè arroccata su opposte posizioni.

Pensi alla Caritas che raccatta i clandestini e magari li nasconde. Pensi ai frati Comboniani che con la sciarpa arcobaleno sulla tonaca bianca gli distribuiscono simbolici permessi-di-soggiorno. Pensi ai preti che sull’altare della loro chiesa permettono agli imam di celebrare il matrimonio misto e berciare Allah-akbar, Allah-akbar. (Come è successo, per esempio, a Torino). E infine il fatto d’essere l’immediato successore d’un Papa, Papa Wojtyla, che a parlare di Dialogo è stato il primo. Che con il comunismo e l’Unione Sovietica usava il pugno di ferro ma con l’Islam usava il guanto di velluto. Che gli imam li invitava ad Assisi. Che l’exterrorista e magnate di terroristi Yasser Arafat lo riceveva in Vaticano. E che contro Bin Laden non tuonava mai in modo diretto. (Padre Andrzej, mi dispiace dirlo a lei che è polacco e che con questa intervista si rivolge ai polacchi: so bene quanto è venerato Wojtyla in Polonia. E non a torto perché Wojtyla era un grand’uomo, un grande leader. Ma, su quel punto, secondo me sbagliava). Be’, Ratzinger amava molto Wojtyla.

Per stargli vicino, si sa, rinunciò perfino al desiderio di invecchiare nella sua Baviera e tornare al lavoro che gli piaceva di più cioè l’insegnamento. Inoltre lo sosteneva, lo consigliava. E si può forse pretendere che di punto in bianco imbocchi un’altra strada, sconfessi il sogno del dialogo? Eppure io ho fiducia in Ratzinger, in Benedetto XVI. È troppo intelligente per non rendersi conto che il Risveglio dell’Islam s’è ingigantito come all’epoca dell’Impero Ottomano, e che col suo fondamentalismo ha assunto i contorni d’un nuovo nazismo.

Che dialogare o illudersi di poter dialogare con un nuovo nazismo equivale a commettere lo stesso errore che l’Inghilterra di Chamberlain e la Francia di Daladier commisero nel 1938. Cioè quando, illudendosi di poter trattare Illudersi di poter dialogare con l’Islam è ripetere lo stesso errore che Francia e Gran Bretagna commisero nel 1938 quando, illudendosi di poter trattare con Hitler, firmarono il Patto di Monaco [PARLA ORIANA Col comunismo e l’Unione Sovietica Papa Wojtyla usava il pugno di ferro ma con l’Islam usava il guanto di velluto.

Wojtyla era, sì, un grand’uomo. Ma, secondo me, su quello sbagliava Prima o poi (meglio prima che poi) Papa Ratzinger riempirà il vuoto. Il suo volto è buono, il suo sorriso è mite, ma i suoi occhi sono molto fermi. Molto risoluti. Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, è tra i più acuti interpreti della crisi d’identità europea Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II, sconfisse il comunismo e cercò il dialogo con l’Islam Il Corano, libro sacro dell’Islam, ordina il Jihad, la Guerra santa, contro i “cani infedeli” con Hitler, Francia e Inghilterra firmarono il Patto di Monaco e un anno dopo si ritrovarono con la Polonia invasa dai nazisti. È un uomo davvero raziocinante, Benedetto XVI.

Guardi come affronta, lui, l’irresolubile problema di conciliare la fede con la ragione. Capisce benissimo che nei riguardi dell’Islam il laicismo ha perso il treno! Che i laici a parole ma non a fatti sono mancati all’appuntamento loro offerto dalla Storia. Che soprattutto a Sinistra si sono messi dalla parte del nemico. Un nemico deciso ad estendere la sua ideologia teocratica all’intero pianeta. Altrettanto bene capisce che, mancando all’appuntamento loro offerto dalla Storia, quei laici hanno aperto una voragine.

Hanno creato un vuoto da riempire. Non a caso penso che prima o poi, (meglio prima che poi), lui lo riempirà. Il suo volto è buono, il suo sorriso è mite, ma i suoi occhi sono molto fermi. Molto risoluti. Questo non significa aizzare Crociate, guerre di religione: l’accusa che mi rivolgono gli imbecilli in malafede. Non significa vendersi al Vaticano, tradire il laicismo. (Il mio laicismo, padre Andrzej, è a prova di bomba. Non di convenienza). Non significa insomma mettersi al servizio d’un Papa, invitarlo a sostenere il ruolo di Giovanni Sobieski che ai suoi soldati urla “Combattete per la Vergine di Czestochowa”.

Non significa chiedergli di indossare l’armatura cara ai suoi predecessori rinascimentali, di sguainare la spada, tagliare la testa di chi la taglia a noi. E tanto meno significa spingere all’orrore dei pogrom.

Significa ricordare all’intransigenza della fede che l’autodifesa è una legittima difesa. Non un peccato. Significa sostenere che, quando è necessario, anche un sant’uomo può fare la voce grossa. Comportarsi come Gesù Cristo che al Tempio perde la pazienza e rovescia le bancarelle dei mercanti, magari gli tira anche un bel pugno sul naso. E per me significa scegliere bene il proprio alleato. Per me atea-cristiana (devota no ma cristiana sì) il Cristianesimo non è soltanto una filosofia di primaqualità, un pensiero al quale ispirarmi, una radice dalla quale non posso e non devo e non voglio prescindere.

È anche un alleato. Un compagnon de route. Di conseguenza, lo è pure chi lo interpreta ai massimi livelli. Cioè chi lo rappresenta. Sa, nel mio caso non si tratta di mischiare il sacro con il profano, il diavolo con l’acqua santa. Si tratta di esercitare la razionalità. L’autodifesa che è legittima difesa, e la razionalità. Infatti la cosa che mi ha dato più conforto negli ultimi tempi è stata l’intervista che l’acutissimo vescovo Rino Fisichella, il Rettore dell’Università Lateranense, dette al Corriere della Sera a proposito del mio sentirmi meno sola dacché leggo Ratzinger e Ratzinger è diventato Benedetto XVI.

Intervista che il Corriere pubblicò sotto il commovente titolo: “Ratzinger, Oriana: l’incontro di due pensieri liberi“. Più che un’intervista, una sentenza. Un verdetto.
“Non la stupisce” gli chiede subito l’intervistatore “questa concordanza con il Papa da parte di una donna che si definisce atea?”. E Fisichella, pardon, il vescovo Fisichella, risponde: “Non mi stupisce. Anzi mi conferma la possibilità, sempre offerta a tutti, d’un vero incontro sulla base della Ragione. La Forza della Ragione è un titolo famoso della Fallaci, ma anche un’espressione che ricorre negli scritti del teologo Ratzinger. Come del resto ricorre nell’Enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II”.

E quando l’intervistatore gli chiede quale sia il segreto di quell’intesa sulla base della Ragione, risponde: “Nel caso della Fallaci e del Papa che si incontrano nel giudizio sulla crisi dell’Europa e dell’Occidente, il segreto sta nella Libertà. Sappiamo quanto la Fallaci tenga alla sua autonomia di giudizio che è forse la qualità che più le ha permesso di fare storia nel giornalismo e nella narrativa. E ugualmente sappiamo quanto il teologo Ratzinger sia sempre stato libero dalle idee ricevute nonché incurante del politically correct”.

Infine, alla domanda che – dice- sulla- battuta- della- Fallaci “Se un’atea e un Papa sostengono la medesima cosa, significa che in quella cosa dev’esserci qualcosa di vero”, risponde: “Dico che, se si pensa davvero, ci si incontra. Dico che, se si va oltre le diverse forme di relativismo cui siamo abituati, se si superano gli schematismi e i pensieri deboli, si arriva a un’unità profonda. Anche se partiamo da luoghi diversi”.

Sacrosante parole a cui non ho da aggiungere una virgola, e su cui tanti dovrebbero riflettere un po’. (Non dico quanto ho riflettuto io sulla geniale raccomandazione che Ratzinger rivolge ai non credenti: “Comportatevi come se Dio esistesse, veluti si Deus daretur”… Si stancherebbero troppo. Ma una pensatina, sì).

Qual è la sua opinione sulla guerra contro il terrorismo attualmente condotta dagli Stati Uniti?

Senta, padre Andrzej: un mese prima che scoppiasse la guerra in Iraq scrissi per lo Wall Street Journal e per il Corriere della Sera un articolo intitolato “La Rabbia, l’Orgoglio, e il Dubbio“. Articolo dove, insieme a molte altre cose per cui sono stata messa alla gogna anzi crucifissa, dicevo questo: “E se l’Iraq diventasse un secondo Vietnam? E se dalla sconfitta di Saddam Hussein nascesse una Repubblica Islamica dell’Iraq cioè una copia della Repubblica Islamica dell’Iran khomeinista? La libertà e lademocrazia non si possono regalare come due pezzi di cioccolata. Specialmente in un paese, in una società, che di quei concetti ignora il significato.

La Libertà bisogna conquistarcela. E per conquistarcela bisogna sapere cos’è. Bisogna capirla, bisogna volerla. La democrazia, ovvio, lo stesso. Forse mi sbaglio, ma gli iracheni io li lascerei bollire nel loro brodo”.

Sbagliavo? Temo di no. D’accordo, provo conforto a vedere che Saddam Hussein è caduto dal trono con la sua banda. Provo soddisfazione, anzi un goccio di sia pur perplessa speranza, a pensare che anche ignorando cos’è la democrazia tanti iracheni e tante irachene siano andati a votare. Ma, visto il prezzo che stanno pagando e che stiamo pagando, visti i morti che a entrambi ci costa, continuo a credere che sarebbe stato meglio lasciarli bollire nel loro brodo. In Iraq gli Stati Uniti si sono impantanati come si impantanarono in Vietnam. Nel pantano il cancro dell’antiamericanismo è diventato più velenoso quindi più pericoloso del falso pacifismo che gli arcobalenisti sventolano da una parte sola.

E per capirlo basta un esempio che indigna: ad ogni strage di piccoli iracheni assiepati intorno al Marine che distribuisce le caramelle, gli imbecilli in malafede scrivono che «gli americani si fanno scudo dei bambini». Parole che, inutile dirlo, aiutano non poco i Bin Laden e gli Zarqawi. Quasi ciò non bastasse, l’Iran di Khomeini è uscito allo scoperto imponendo le sue centrali nucleari ed eleggendo presidente il bieco individuo che a Teheran capeggiò il sequestro degli ostaggi americani presi all’Ambasciata. Il petrolio sale, e con l’aiuto dell’Iran la Repubblica Islamica dell’Iraq incombe sempre di più. Detto questo, cioè ammesso che la frittata è ormai fatta, affermo che attribuire il terrorismo alla guerra in Iraq è un errore anzi una frode per ingannare gli stolti. Accidenti, l’Undici Settembre del 2001 la guerra in Iraq non c’era. La guerra che l’Undici Settembre ci venne dichiarata ufficialmente da Osama Bin Laden, invece, c’era già. Da decenni i figli di Allah tormentavano l’Europa e l’America e Israele con le loro carneficine.

Ricorda quelle che anche in Italia subivamo ad opera degli Habbash e degli Arafat? Oh, lo capisco a che cosa mira la sua domanda. Mira alla faccenda del ritirare le truppe dall’Iraq. E le rispondo: non è imitando l’irresponsabile e insopportabile Zapatero che il terrorismo islamico cesserà o diminuirà. Al contrario. Ogni volta che un contingente si ritira, l’Europa dà un’altra prova di debolezza, di paura. Ed oltre ad abbandonare gli iracheni nelle grinfie di Al Qaeda e dell’Iran, ogni volta affondiamo la vanga dentro la fossa che ci stiamo scavando con le nostre stesse mani. Per andarcene, per tentar di rimediare alla frittata ormai fatta, ci vorrà tempo. E parecchio cervello.

A suo avviso definire l’Islam “una religione di pace” e dire che il Corano insegna la misericordia è una sciocchezza. Perché?

Perché a parte quattordici secoli di Storia, (secoli durante i quali l’Islam non ha fatto che scatenar guerre ossia conquistare e sottomettere e massacrare), lo dice il Corano. È il Corano, non mia zia, che chiama i non-mussulmani «cani infedeli». È il Corano, non mia zia, che li accusa di puzzare come le scimmie e i cammelli. È il Corano, non mia zia, che invita i suoi seguaci a eliminarli. A mutilarli, lapidarli, decapitarli, o almeno soggiogarli. Sicché se in Arabia Saudita ti fai beccare con una crocetta al collo, un santino in tasca, una Bibbia in casa, finisci in galera o magari al cimitero. E se in Sudan sei un povero africano o una povera africana che prega la Madonna, finisci almeno coi ceppi ai polsi ed ai piedi cioè in stato di schiavitù. Ma volete mettervela in testa questa semplice, inequivocabile, indiscutibile verità? Tutto ciò che i mussulmani fanno contro di noi e contro sé stessi è scritto nel Corano. Richiesto o voluto dal Corano. La Jihad o Guerra Santa.

La violenza, il rifiuto della democrazia e della libertà. L’allucinante servitù delle donne. Il culto della Morte, il disprezzo della Vita.

E non mi risponda come i furbacchioni del presunto Islam Moderato, non mi dica che il Corano ha versioni varie e diverse. Gira e rigira, in ogni versione la sostanza è la stessa. E dove si nasconde, in quella sostanza, la “religione di pace”? Dove si nasconde “la misericordia di Allah”? Io non la capisco la deferenza con cui voi cattolici vi riferite al Corano. Io non lo capisco l’ossequio che manifestate verso Maometto. Manco Cristo e Maometto fossero due amiconi che bisbocciano insieme in Paradiso o nel Djanna. Non lo capisco il vostro insistere con la scappatoia del Dio Unico.
Domenica 17 luglio, in una chiesetta della provincia di Varese, un parroco ha invitato un bambino mussulmano a pregare Allah poi ha concluso la Messa dichiarando quasi minacciosamente ai fedeli:

“E badate bene che chi non vuole chiamare Padre anche Allah, non è degno di recitare il Pater Noster”.
Ma come?!? Allah non ha nulla a che fare col Dio del Cristianesimo. Nulla. Non è un Dio buono, non è un Dio Padre. È un Dio cattivo. Un Dio Padrone. Gli esseri umani non li tratta come figli. Li tratta come sudditi, come schiavi. E non insegna ad amare: insegna a odiare. Non insegna a rispettare: insegna a disprezzare. Non insegna ad essere liberi: insegna a ubbidire. Basta leggere le Sure sui cani-infedeli per rendersene conto. Ad esempio le quattro in base alle quali, nel lercio libretto scritto dal mussulmano (naturalizzato ita – liano) che butta i crocifissi dalla finestra e che definisce la Chiesa cattolica “un’associazione a delinquere” (ma nessuno lo processa), i mussulmani vengon sollecitati a castigare la Fallaci cioè ad eliminarla.

No, no, il nostro primo nemico non è Bin Laden. Non è Zarqawi. Non sono i terroristi e i tagliateste. Il nostro primo nemico è quel libro. Il libro che li ha intossicati. Ecco perché dico che il dialogo con l’Islam è impossibile e respingo la fandonia dell’Islam Moderato, cioè l’Islam che ogni tanto si degna di condannare le stragi però alle condanne aggiunge sempre un “se” o un “ma”.

Ecco perché la convivenza col nemico che trattiamo da amico è una chimera, e la parola “integrazione” è una bugia. Ecco perché illudersi di poter trattare con loro equivale a firmare il Patto di Monaco con Hitler, a ripetere l’errore di Chamberlain e di Daladier. Ecco perché parlo sempre di nazismo islamico e mi rifaccio a Churchill che diceva: «verseremo lacrime e sangue».

Ecco perché sostengo che il loro nazismo non è una questione di razza, di etnia: è una questione di religione. Giuridicamente, infatti, molti sono davvero nostri concittadini. Gente nata in Inghilterra, in Francia, in Italia, in Spagna, in Germania, in Olanda, in Polonia, eccetera.

Individui cresciuti come inglesi, francesi, italiani, spagnoli, tedeschi, olandesi, polacchi, eccetera.
Giovani che hanno studiato o studiano nelle nostre scuole medie e nelle nostre università, che parlano bene le nostre lingue, che giocano a football o a cricket e frequentano le discoteche e le palestre. Che non di rado bevono il vino e la birra e la vodka. Che sembrano davvero inseriti nella nostra società. A colpo d’occhio lo sembrano, sì. Non portano nemmeno la barba.

Intanto, però, trattano le loro donne (e anche le nostre) come le trattano. Le picchiano, le umiliano, a volte le ammazzano. E, quando mettono piede in moschea, si fanno ricrescere la barba. Ascoltano l’imam che predica la Jihad, studiano cioè imparano a memoria il Corano, e paf! Diventano aspiranti terroristi poi allievi terroristi poi militanti terroristi. Mentre quelli che non lo diventano, i cosiddetti moderati, farfugliano i loro ambigui “se” o “ma” o “però”. (E in Israele pretendono addirittura di modificare l’inno e la bandiera).

Padre Andrzej, a me le statistiche sono antipatiche. Tuttavia non possono essere ignorate, e dall’inchiesta che dopo la strage di Londra è stata condotta per il Daily Telegraph risulta che il 24% dei mussulmani inglesi ammette di “provar simpatia per i sentimenti e i motivi che hanno portato alla strage del 7 luglio”. Il 46% dei moderati capisce “perché quegli ex sbarbati si comportano in tal modo”. Il 32% ritiene “che i mussulmani debbano porre fine alla decadente civiltà Occidentale”.

Il 14% confessa “di non sentirsi in dovere d’avvertire la polizia se sanno che è in preparazione un attentato, e ancor meno se un imam incita alla Guerra Santa“.

Quasi non bastasse, da un rapporto governativo indicato come “The Next London Bombing” risulta che in Gran Bretagna vi sono sedicimila mussulmani impegnati in attività terroristiche, e che la metà dei giovani mussulmani intervistati si dicono “ansiosi di passare alla violenza per eliminare la nostra immorale società“.

Per giudicare senza statistiche basta leggere ciò che è emerso dall’arresto del terrorista di cittadinanza inglese e nazionalità etiope o eritrea Hamdi Issac: arrestato a Roma dov’era vissuto per cinque anni insieme alla numerosa famiglia. E dove anche i suoi fratelli con regolare Permesso di Soggiorno sono finiti in carcere per rilascio di passaporti falsi a scopo terroristico.

Ma lo sa che in Italia quell’Issac c’era arrivato (con falso passaporto somalo) come “rifugiato politico”? Lo sa che a Londra aveva abitato sei anni a spese dello Stato Britannico da cui riceveva sussidi anche per l’alloggio?
Lo sa che la cittadinanza britannica gliela avevano data senza batter ciglio e senza accorgersi che il suo nome era falso?

Lo sa che insieme agli altri tre (anche loro naturalizzati cittadini britannici, anche loro mantenuti col sussi – dio statale) e insieme al suo boss Muktar Said Ibrahim (anche lui naturalizzato cittadino britannico, anche lui mantenuto col sussidio statale) confezionava esplosivi cui si divertiva ad aggiungere chiodi e bulloni e lamette per far più male? («Ma lui dice che non voleva uccidere nessuno. Voleva fare soltanto un’azione dimostrativa» ha dichiarato la fascinosa avvocatessa che lo Stato italiano gli ha fornito a spese dei contribuenti).

Padre Andrzej, le dà fastidio udire certe cose: vero? Le ripugna vedere in tanti nostri ospiti una nuova Hitler-Jugend che applica il suo Mein Kampf: vero? E trova eccessivo che in loro io veda un pericolo per l’Occidente e il resto dell’umanità: vero?

Allora le rammento che a installare il nazismo in Germania, in Europa, non fu l’intero popolo tedesco. Fu la non esigua minoranza di sciagurati che al profeta Adolf Hitler guardava come i terroristi di oggi guardano al profeta Maometto.

E se crede che sia ingiusto darne la colpa a una religione anzi a un libro, pensi al ragazzo americano che i Marines catturarono coi Talebani durante la guerra in Afghanistan. Americano, ripeto. Californiano. Losangelino con la pelle bianca come il bianco dell’uovo sodo, e di educazione laico-cristiana. Non marocchino o tunisino o saudita o senegalese o somalo. Con la pelle scura.

Ma un giorno quel losangelino aveva messo piede in moschea, aveva detto: «Mammy, daddy, voglio studiare il Corano». Poi era andato in Pakistan, il Corano se l’era imparato a memoria, il cervello se l’era fatto lavare dagli imam, ed era finito coi Talebani a Kabul. Padre Andrzej, è questa la mia risposta al suo ultimo perché. E so bene che a dargliela rinforzo il rischio di andare in galera per reato di opinione mascherato con l’accusa di “vilipendio all’Islam”.

So bene che insieme alla galera rischio la vita cioè sfido ancora di più la nuova Hitler-Jugend che vorrebbe ammazzarmi.

So altrettanto bene che neanche noi siamo stinchi di santo. Che nella nostra Storia anche noi ne abbiamo combinate di cotte e di crude.

Ma oggi il pericolo non siamo noi. Sono loro. È il loro libro. E visto che nessuno lo dice, visto che qualcuno deve dirlo, lo dico io. Col che saluto i polacchi che attraverso la sua traduzione ci hanno seguito. Saluto Lei, e la ringrazio d’avermi ascoltato.

Padre Andrzej Majewski Oriana Fallaci Libero

Oliviero Diliberto:a spasso con i terroristi di Hezbollah

“Bisogna assicurare la pace nell’area del Medio Oriente e contrastare ogni tentativo di innescare una guerra di civiltà, rilanciando il dialogo tra le culture del Mediterraneo”

Oliviero Diliberto ex Ministro di Grazia e Giustizia nei fasti del governo ulivista – durante l’incontro con Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, Esercito di Dio, movimento libanese che ha lanciato gli attacchi suicidi come forma di lotta, avente come scopo la distruzione dello Stato d’Israele e al suo attivo centinaia di morti israeliani, americani, occidentali, civili e no.

Quelle consulenze inutili a peso d’oro

“…caro direttore…un po’ di anni fa lessi dell’avvenuto pagamento da parte dello Stato alla soc. Nomisma dell’on. Prodi, di una parcella di dieci miliardi di vecchie lire per la stesura di uno studio sull’Alta Velocità, ma di questo documento non se ne trovò traccia alcuna. Si è poi saputo che fine abbia fatto o è passato tutto in cavalleria? Paolo Sciacchitano Milano

Dipende da cosa lei intende per passar tutto in cavalleria. Lo studio di Nomisma “Alta Velocità ferroviaria e mobilità per ragioni di lavoro” in qualche cassetto dovrà pur giacere. Non so dirle se fu mai letto e preso in considerazione, però posso assicurarle che costò al committente una barca di quattrini. Non tocca a me giudicare, Dio me ne scampi, tuttavia mi chiedo perchè uno che intende metter su l’Alta velocità e che quindi si presume sappia fare quello che sta facendo, debba sentire il bisogno di chiedere a un esoso consulente esterno se il suo progetto è di qualche utilità.

Il nocciolo dello studio commissionato alla Nomisma si riduceva a questo: quale sarebbe stato l’impatto dell’Alta velocità sulla mobilità per lavoro “mutando la variabile dei tempi di percorrenza”. Pensi un po’. Se lo chiedevano a me risparmiavano un sacco di tempo e di denaro perchè la risposta è semplice: mutando la variabile dei tempi di percorrenza si arriva prima. Fine. Stop.

Non c’era bisogno di Nomisma per intuire che la caratteristica di un treno ad alta velocità è l’andar veloce. Non c’era bisogno di stimare “attraverso un’indagine quantitativa”, ossia interrogando la gente, “gli effetti sulla mobilità per lavoro nelle tratte Milano-Bologna e Roma -Napoli, causati dall’introduzione del Tav”.

E quali mai potevano essere gli effetti se non giungere a destinazione un’ora prima o partire un’ora dopo e quindi dormire un’ora in più?

La Nomisma, fondata nel 1981 dal nostro caro e bravo Romano Prodi, pare si sia specializzata in questo genere di consulenze. Si racconta che sfornò uno studio sulla potentia coeundi degli asini in Somalia (bastava che il richiedente facesse una telefonata a qualche Mohamed Alì di Mogadiscio e con diecimila lire se la cavava).

Motivo d’orgoglio della Nomisma sono i due studi – due- “volti a misurare il ruolo socioeconomico diretto e indotto legato” della coppa di Parma, coppa inteso come salume, quale la mortadella, per intenderci. O il lavoro sulla efficacia della pubblicità negli stadi, con tanto di “profilo socio demografico del tifoso juventino che assiste alla partita in televisione” e di valutazione del ricordo spontaneo ed indotto dei marchi dei prodotti presenti sulla cartellonistica di bordo campo. Mizzica. Io spendo tot per piazzare un cartellone a bordo campo poi un altro tot per sapere perchè lo metto…
Paolo Granzotto

Le brigate autonome livornesi (di Stalin)

«Tito ce l’ha insegnato, le foibe non sono reato».

Lo striscione di accoglienza per i tifosi triestini in trasferta a Livorno è uno dei più famosi biglietti da visita delle Bal, le Brigate autonome livornesi, insieme ai fischi durante il minuto di silenzio per le vittime di Nassiriya e a Bandiera rossa intonata prima, durante e dopo le partite casalinghe del Livorno allo stadio Ardenza.

Questo è lo stile bal, la tifoseria a sinistra della sinistra che, secondo la versione del bomber amaranto Cristiano Lucarelli, costa al Livorno calcio l’ostilità del Palazzo berlusconiano e le angherie degli arbitri servi. Ebbene, Lucarelli avrà anche straparlato, ma chi gli chiede di tenere separati calcio e politica non sa di cosa parla.
La curva del Livorno non è una curva: è una sezione. Non si va alle partite. Ci si iscrive. E si sottoscrive il programma:

«Bal contro il razzismo, contro il fascismo e contro il capitalismo».

Il simbolo del gruppo (che ha anche un braccio politico, il Cp 1921, la Batasuna del Tirreno) è la falce e martello in versione protonovecentesca accompagnata dall’acronimo in cirillico, la divisa d’ordinanza dell’ultrà è eskimo e mimetica, i miti Che Guevara (Lucarelli ne indossa spesso la t-shirt sotto la casacca) ma soprattutto Peppone Stalin, che per le Bal, primarie o non primarie, resta l’unico candidato in grado di battere Berlusconi (in spregio al quale 7 mila livornesi si sono presentati imbandanati a San Siro per la prima di campionato).

All’Ardenza la politica viene prima di tutto, prima del calcio e persino del campanile. C’erano pure i compagni pisani due anni fa, in serie B, quando le Bal convocarono a Livorno gli ultras antifascisti di mezza Europa per dare una lezione ai fascistissimi supporter del Verona, che però furono bloccati dalla polizia prima di entrare in città. Lo scontro saltò.

Attesissimo, quest’anno, il match con la Lazio.

A Livorno le ha prese pure «l’infame Casarini». Erano i giorni della guerra in Iraq. I Disobbedienti tengono un’assemblea pubblica del movimento a Livorno. Seduti in ultima fila si sistemano una decina di giovanissimi bal.
Prima contestano Casarini («venduto», «rinnegato», «via da Livorno»), poi chiedono di parlare.

La cricca di Casarini, che in trasferta si muove con un codazzo di bodyguard dei centri sociali veneti, interviene. Volano i primi spintoni. Una signora, nota esponente della sinistra di movimento livornese, prende la parola per mediare tra le parti. Un bal non la lascia finire: «Te tu ti devi sta’ zitta, che’ i’ mi’ babbo m’ha detto che sei ‘na trotzkista». La mediazione fallisce.

Quattro cirillici escono dalla sala e fanno qualche telefonata. Dallo stadio (è domenica) arrivano i rinforzi. I disobbedienti fanno cordone. Le Bal fanno l’ariete. E sfondano tutto, compresa qualche testa disobbediente. Casarini fa appena in tempo a fuggire da una porta secondaria.

Il giorno dopo le Bal commentano l’accaduto: «I Disobbedienti che abbiamo conosciuto non sono gente del popolo, ma borghesi, figli di papà, che non capiscono le esigenze dei lavoratori».
Il Riformista