Di malate come Terri Schiavo il dottor Giovanni Battista Guizzetti ne assiste 14 e mai nessuno, men che meno i mariti o altri parenti, gli ha chiesto di ammazzarle. Le 14 Terri Schiavo del dottor Guizzetti giacciono inerti in camere da due letti al Centro Don Orione di Bergamo.
Hanno gli occhi spalancati su punti indefiniti del vuoto. Quando entri, muovono la testa in varie direzioni, anche verso il visitatore inatteso: difficile capire perché. «Riflessi involontari», ha deciso la scienza.
Due si chiamano Antonella e occupano la medesima stanza. Sono mamme. Alle pareti le infermiere hanno attaccato con lo scotch le foto dei loro bambini, una femminuccia e un maschietto che dai poster sorridono a un mistero doloroso troppo grande per loro. Non avevo mai visto figli di quell’età che vegliano i genitori.
Le due Antonelle hanno entrambe 44 anni, due più di Theresa Marie Schindler Schiavo detta Terri, nata il 3 dicembre 1963, morta di fame e di sete il 31 marzo 2005, per desiderio del marito e per ordine di un giudice, nell’Hospice Woodside di Pinellas Park, Florida, Stati Uniti d’America, dopo un’agonia durata 14 giorni.
L’Antonella madre della bambina è una pittrice di Milano. Proprio come Terri, ha avuto un arresto cardiaco con anossia. Significa che l’ossigeno non arriva al cervello. Le cellule muoiono. I danni irreversibili dipendono dalla durata dell’anossia: agli adulti sono fatali 3-5 minuti, i bambini resistono di più, anche fino a 8, forse perché hanno ancora la vita davanti a loro. La madre di Antonella chiama sua figlia Toni, un maschile che sembrava attagliarsi solo a Bisaglia. «La mia Toni», dice.
Per sei anni l’ha fatta visitare dai luminari della medicina, l’ha ricoverata nelle migliori cliniche in Italia e all’estero. Alla fine, con la forza della disperazione, ha persino chiamato a consulto una fattucchiera che le ha spillato un sacco di soldi.
Adesso s’accontenta di parlarle, di accarezzarla, di pettinarla, di portarsela a spasso in carrozzella nel verde di quest’oasi. Di fronte al letto ha appeso i quadri che la figlia dipingeva, non si sa mai che l’arte possa trasformarsi in terapia. Una tela raffigura un gatto certosino. Il micio di Toni, a giudicare da come osserva enigmatico la sua padrona.
L’Antonella madre del bambino aveva da poco partorito quando si manifestò un’emorragia uterina. I ginecologi dell’ospedale di Bergamo dovettero intervenire chirurgicamente, ma durante l’anestesia generale ci fu un tragico sbaglio: alla puerpera venne somministrato azoto anziché ossigeno. È come se le avessero spento l’encefalo. Nemmeno il tempo di stringersi al cuore il figlio appena nato, ha avuto.
Insieme con le 14 Terri, il dottor Guizzetti si prende cura anche di 11 uomini. Tutti e 25 si chiamano pazienti in stato vegetativo, una dizione che sembra adattarsi più ai ravanelli che alle persone. Fino a qualche tempo fa veniva completata con un participio presente: permanente. Ora è stato tolto.
Ma non si tratta di uno dei soliti pietismi semantici all’italiana dettati dalla political correctness, tipo i non udenti e i diversamente abili. È proprio che qui, fra gli operatori sanitari del Centro Don Orione, non si trova nessuno disposto a scommettere sul concetto di permanenza. Per il semplice motivo che dal 1996 a oggi, su 69 pazienti passati da questo reparto, ben 12 si sono svegliati da uno stato d’incoscienza giudicato ineluttabile.
Hanno riconosciuto i parenti, ripreso a parlare e persino ricordato - ecco l’evento più stupefacente - discorsi e sensazioni relativi al periodo in cui vegetavano. In una parola, si sono protestati diversi dai ravanelli. Ragion per cui anche il più radicale degli scientisti, anche il più tenace degli scettici è costretto a mettere in conto un 17,4 per cento di probabilità che il vegetale Terri Schiavo sia stato estirpato dal suolo terrestre senza motivo.
Il dottor Guizzetti, figlio di un economista, è nato a Bergamo nel 1955. S’è laureato alla Statale di Milano e poi ha conseguito le specializzazioni in medicina e geriatria. Ha conosciuto la moglie Daniela all’università. Frequentavano la stessa facoltà. Lei non è riuscita a fare il medico perché nel frattempo sono nati Matteo, Luca, Marco e Maria, che oggi hanno 23, 22, 15 e 11 anni. Agli esordi Guizzetti ha lavorato all’ospedale di Careggi e al Policlinico San Marco di Zingonia. È arrivato in via Don Orione quando la casa di riposo era ancora un cantiere. Dentro la baracca degli operai ha trovato il direttore, don Cirillo Longo, con le maniche della tonaca fatte su. È stato assunto all’istante. Sei anni dopo avrebbe inaugurato il reparto per i pazienti in stato vegetativo. Da allora ne è il responsabile. Ci lavorano 14 infermieri, 14 ausiliari e una caposala. Lo ha chiamato semplicemente Pianoterra, con riferimento all’ubicazione. Le qualifiche non sono importanti: conta quello che si fa.
Perché ha scelto di dedicarsi a questo tipo di malati?
«Rimasi molto impressionato dal modo in cui morì mio nonno Giuseppe, 80 anni, vedovo, affetto da mieloma multiplo, un tumore del midollo osseo. Cadde in casa procurandosi un ematoma cerebrale. Lo vidi spegnersi a poco a poco. Non riuscivo ad aiutarlo in nessun modo. Un’impotenza totale. Subito dopo telefonai al professor Francesco Antonini, il più celebre gerontologo italiano, dicendogli che volevo diventare geriatra».
E lui?
«M’invitò ad andarlo a trovare nella sua villa sui colli fiorentini. Era incuriosito. Alla fine mi disse: “Le offro la possibilità di mettersi alla prova per una settimana nell’ospedale di Careggi”. E così, sulla via del ritorno dal viaggio di nozze, mi fermai con mia moglie a Firenze. La mattina lei andava a spasso e io in reparto. All’esame d’ammissione il professor Antonini non fa domande scientifiche: ti chiede di preparare a casa una tesina sulla tua passione per gli anziani. La mia dev’essergli piaciuta, perché mi tenne con sé quattro anni».
Chi è un paziente in stato vegetativo, o Sv come dite in gergo?
«È un malato che si trova in una situazione di vigilanza, ma che non denota coscienza di sé e neppure dell’ambiente che lo circonda. Dev’essere accudito in tutte le sue funzioni. Perciò ha bisogno di un’assistenza a basso contenuto tecnologico ma ad alto contenuto umano».
E voi gliela offrite.
«Sì, lo alimentiamo, lo laviamo, lo vestiamo, lo mobilizziamo per impedire le piaghe da decubito. Un reparto da 60 posti letto di solito s’avvale di una caposala e un’infermiera. Qui abbiamo un’infermiera ogni sei pazienti. Solo per mettere in carrozzella un Sv al mattino occorrono due persone esperte e 50 minuti di lavoro. La perdita di funzioni del sistema nervoso centrale porta a retrazioni muscolari e calcificazioni periarticolari, per cui anche infilargli un maglione diventa un problema».
Come si finisce in Sv?
«Per trauma cranico, arresto cardiaco, ictus, emorragia cerebrale. Ma ho visto casi provocati da tumori e meningite e anche una vecchietta avvelenata dal monossido di carbonio della stufa. Fino a 40 anni fa questi malati non esistevano: se una persona cessava di respirare per alcuni minuti, moriva a causa della mancata ossigenazione dell’encefalo. L’avvento dei respiratori meccanici, dei defibrillatori e delle tecniche di rianimazione ha fatto sì che molti pazienti recuperassero la funzione cardiaca e respiratoria ma perdessero quella cerebrale».
Sta dicendo che il progresso è stato una sventura?
«Sto dicendo che ogni salvataggio comporta l’interruzione di un processo naturale di morte. Questo risparmia molte vite ma ha degli esiti. Se una persona è colpita da infarto per strada, ormai trova sempre un passante capace di fargli il massaggio al cuore e la respirazione bocca a bocca, poi arrivano quelli del 118 col defibrillatore, in ospedale lo intubano e lo mandano all’unità coronarica o alla terapia intensiva. In questo modo un amico della mia età, infartuato mentre giocava una partita a calcetto, è tornato a lavorare. Ma gli altri casi li vede qui».
Per cui che cosa suggerisce?
«Bisogna stabilire in una conferenza nazionale di consenso le linee guida da seguire in casi del genere, come s’è già fatto per i traumi cranici. Un medico fisiatra lombardo ha in cura un ragazzo che è andato in arresto cardiaco 23 volte e per 23 volte è stato defibrillato. Una follia. Adesso ha la corteccia cerebrale distrutta. Secondo me è questo l’accanimento terapeutico».
Lei come si comporterebbe al primo arresto cardiaco? Defibrillerebbe, giusto?
«Sì, soprattutto se si tratta di una persona giovane».
E al secondo?
«Probabilmente proverei ancora».
E al terzo?
«Comincerei ad avere dei dubbi. Soprattutto considererei il tempo già trascorso. Di sicuro non arriverei a 23 defibrillazioni».
Da dove giungono i suoi Sv?
«Dagli ospedali, dove si accoglie solo il malato acuto che può essere guarito, e dai centri riabilitativi che hanno fallito».
Costerà una fortuna tenerli qui.
«Sono interamente a carico della Regione Lombardia».
Chi decide le precedenze nei ricoveri?
«Si va in base all’ordine d’arrivo delle domande. Ma è difficile trovare un letto libero».
Il paziente che cura da più tempo?
«Sta qui da 12 anni, da prima che fosse aperto il reparto. Lo assistevano come meglio potevano nella casa di riposo. Gli Sv hanno un’aspettativa di vita anche di 20 o 30 anni».
Un calvario per le famiglie.
«I congiunti confidano nel recupero. Quando non arriva, scaricano la loro frustrazione su medici e infermieri. C’è la moglie arrabbiata col mondo intero perché l’accidente cerebrale ha colpito il marito proprio il giorno in cui doveva cominciare a godersi la pensione. C’è l’anziana madre che si sente in colpa perché, abitando a Milano, non può venire a trovare il figlio più di due volte la settimana. Ho dovuto riunire i parenti in gruppi di autoaiuto che la domenica sono seguiti gratuitamente da un mio amico psicologo».
Che differenza c’è fra coma e Sv?
«L’apertura degli occhi. Lo stato vegetativo è successivo al coma».
E tra Sv e morte cerebrale?
«Nel primo caso l’elettroencefalogramma mostra una disorganizzazione dell’attività elettrica della corteccia, ma non risulta piatto. Nel secondo l’Eeg certifica la morte di tutto l’encefalo».
Che cos’è in grado di percepire un Sv?
«Non c’è niente di misurabile, non è come rilevare l’attività elettrica del cuore. Ho avuto in reparto un paziente di 30 anni, Roberto, che abita a 20 chilometri da qui. Faceva l’operaio in una ditta per la produzione di gas. Durante una manutenzione ha avuto un’asfissia. È rimasto in stato vegetativo per 17 mesi. Una mattina, all’improvviso, la moglie ha chiamato la caposala Elena Viviani: “Venga, presto, Roberto ride!”. La caposala è accorsa al capezzale e gli ha detto: “Ciao, mi conosci? Sai dove ti trovi?”. Lui le ha fatto cenno di sì con la testa. Allora gli ha chiesto: “Tua moglie si chiama Giovanna?”. Lui le ha fatto cenno di no. Infatti si chiama Ilenia. Dopo qualche giorno ha cominciato a parlare. E ha ricordato una cosa che in teoria non avrebbe dovuto sapere».
Cioè?
«Mentre si trovava in stato vegetativo, la moglie gli aveva raccontato che tagliando l’erba in giardino s’era accorta di un’invasione di formiche. Inoltre Roberto aveva memoria dei bagni nella vasca, quando le infermiere lo mettevano nell’acqua con l’aiuto di un sollevatore. Un’operazione per lui dolorosa, anche se noi non potevamo supporlo. Ora, pur rimanendo paralizzato, è tornato a casa, parla, riconosce la figlia. Dei 12 risvegli che abbiamo avuto, questo è senz’altro il più clamoroso. Mi riferisco a diagnosi osservazionali ripetute in continuazione».
Lei personalmente che cos’ha osservato?
«Che quando un Sv riceve la visita di un parente, il suo atteggiamento cambia. Che quando gli si fa un bagno tiepido o lo si massaggia, l’espressione del viso diventa rilassata. A volte è scosso da pianti o risate di natura spastica, ma le modificazioni dello stato d’umore balzano subito all’occhio. Purtroppo ho udito con le mie orecchie il professor Maurizio Mori, fondatore e direttore della rivista Bioetica, affermare a un convegno a Cremona: “Anch’io conosco tante vecchiette che parlano con i gerani”».
Come vengono alimentati i suoi pazienti?
«Non essendo in grado di deglutire, usiamo la Peg, gastrostomia endoscopica percutanea. È una sonda che consente di far arrivare nello stomaco proteine, carboidrati, lipidi e acqua».
Se sentono urlare o avvertono un forte rumore, prendono paura?
«Sì, sussultano».
Se ricevono un pizzicotto, reagiscono?
«Alcuni sì, altri no. Certo non ho mai provato a bruciargli il palmo della mano con una candela né intendo farlo prossimamente, se è questo che vuol sapere».
No, volevo solo portarla a parlare del caso di Terri Schiavo.
«Non mi vengano a dire che i suoi occhi erano inespressivi o i sorrisi casuali, mentre la madre l’accarezzava. Avrebbero dovuto mostrarceli mentre moriva, quegli occhi. Il comportamento della classe medica italiana su questa vicenda è stato vergognoso».
Nessuna condanna.
«Non c’è da meravigliarsi, visto che quand’era ministro Umberto Veronesi la commissione Oleari, presieduta da un dirigente della Sanità, s’era pronunciata a favore della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione agli Sv. Lo stesso Veronesi su Repubblica definì questi pazienti “morti viventi”. Io non sono un bioetico, ma anche un bambino capisce che qui è in discussione l’idea stessa di uomo».
Vale a dire?
«Se stabiliamo che un essere vivente è persona solo quando esercita determinate funzioni, nel momento in cui le perde diventa lecito fargli qualsiasi cosa. Si vorrebbe far derivare il valore dell’uomo dalle sue prestazioni fisiologiche e io questo concetto non posso assolutamente accettarlo, perché aprirebbe la strada alla soppressione dei malati di mente, dei down, degli handicappati, degli anziani inabili. Lo stato di persona umana non è determinato da una funzione bensì da un’origine. E questa origine è Dio».
Difficile farlo capire a un ateo, non pensa?
«Ma anche un ateo deve convenire sul fatto che, nonostante ci si ostini a chiamarli pazienti in stato vegetativo, termine ripugnante, i miei malati appartengono alla specie uomo. Non serve dir altro. Da credente posso aggiungere che la cosa più importante, per me, è che siano stati creati a immagine e somiglianza di Dio».
Non è che il mondo cattolico la segua molto. Anzi, «qui è incerto se si tratti ancora di vita oppure no», ha scritto don Gianni Baget Bozzo sul Giornale a proposito della signora Schiavo.
«Non so a don Baget Bozzo, però a me la condanna a morte di Terri ha fatto pensare a tutto il male del mondo. Se i cattolici non s’impegnano sui temi della vita e della morte, su che cos’altro dovrebbero impegnarsi? Stupisce che gli unici commenti forti sull’assassinio della donna americana siano venuti da personalità laiche. Il più battagliero è stato addirittura un non credente, un “ateo devoto”, come si definisce lui: Giuliano Ferrara. Adriano Sofri dal carcere di Pisa ha scritto che tra una scelta irreversibile e una reversibile, in mancanza di idee chiare sul da farsi la precedenza andrebbe sempre accordata alla seconda. Qualcuno può dubitarne? E c’è voluto un comico dissacrante, Beppe Grillo, per scrivere su Avvenire, il quotidiano dei vescovi, che l’unica spina da staccare era quella delle Tv che hanno montato il caso».
Ritiene che in Italia si arriverà all’eutanasia per legge?
«Ahimè sì, ci arriveremo. Anzi, temo che in molte case di riposo si pratichi già. I malati, soprattutto anziani, costano sempre di più e aumentano di numero. Questa società non troverà, non vuol trovare, le risorse per tutti. Quindi li ammazzerà».
Che cosa pensa del testamento biologico, con cui ognuno di noi dovrebbe dichiarare se intende essere sottoposto oppure no a trattamento terapeutico in caso di malattia allo stadio terminale o di lesioni traumatiche cerebrali invalidanti e irreversibili?
«Penso che manchi del requisito fondamentale: l’attualità. Le faccio un esempio. Nella sclerosi laterale miotrofica arriva un momento in cui subentra la paralisi della muscolatura respiratoria. A quel punto il paziente cessa di vivere per asfissia, a meno che non sia sottoposto a tracheotomia. Io l’ho assistito un malato così, un ragazzo di Milano. S’era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l’aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato ha chiesto con l’ultimo filo di voce: “Fatemi la tracheotomia!”. E se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse la cura per la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche chance a un malato di Aids? Poi è venuta la triterapia che consente ai portatori del virus Hiv di vivere con dignità. Idem i parkinsoniani grazie alla levodopa».
Per Indro Montanelli l’impossibilità di recarsi in bagno da solo a far pipì era una condizione avvilente già meritevole di eutanasia.
«Non posso ragionare allo stesso modo. Altrimenti il 50 per cento dell’umanità non sarebbe degno di vivere. Ho comprensione umana per chi vuol suicidarsi. Ma non può pretendere che io lo aiuti a farlo. Il mio compito è garantire il diritto alla cura, non alla salute».
Quarant’anni fa pazienti come i suoi morivano, l’ha detto lei. Sono gli strumenti meccanici a tenerli in vita.
«La natura non è sempre una madre amorevole. Qualche volta va contrastata con energia. Come insegnano il cancro e lo tsunami».
Ma non è frustrante per un medico assistere malati che non sono nemmeno in grado di riconoscerlo?
«Ho capito che cosa vuol dire essere medico soltanto da quando mi dedico a loro. Non c’è stato un solo giorno in cui abbia pensato: uffa, che palle ’ste piante! Provo dolore quando muoiono».
Dovesse capitare a lei un accidente cerebrovascolare, che cosa vorrebbe che facessero colleghi e famigliari?
«L’unica cosa che spero di trovare nella mia vita è qualcuno che mi voglia bene. Oggi l’atto medico è troppo sbilanciato sulle cure anziché sul prendersi cura. Siamo prodighi di medicine e avari di carezze. Se perderò la facoltà dell’intelletto, qualcuno deciderà per me. L’importante è che lo faccia con amore».
Stefano Lorenzetto - Il Giornale 24 aprile 2005
Grazie per la segnalazione di questo interessante articolo.
Di solito io passo di qui per criticare. Stavolta invece voglio semplicemente ringraziare il Giornale per aver pubblicato l'articolo, e a Rolli per averlo ripreso.
Personalmente sono ateo, ma il mio pensiero è molto simile a quello del medico cattolico dell'intervista. Sono assolutamente convinto che i soldi che la regione Lombardia spende per finanziare questo reparto siano tra quelli meglio spesi in assoluto. Dovendo tagliare qualcosa, il rispetto della Vita Umana è l'ultima cosa che i politici dovrebbero prendere di mira.
Infatti, mi preoccupa non poco l'apparente scarsa attenzione su casi come questi da parte della Chiesa. Mi domando: il caso della Terri non è certo recente...in tutti quei anni la Chiesa ha detto/fatto qualcosa in proposito? Se sì, allora qualcosa mi è sfuggito.
Comunque: ottima intervista.
Ho l'impressione che stiano aumentando gli atei devoti.
Ferrara fa proseliti.
Blind
Perchè, per essere atei non devoti bisogna uccidere gli infermi?
Non so cosa debbano fare gli atei.
Io non lo sono.
So solo che non amo questo tipo di testimonianze. Perche' allora dovrei credere che il problema delle tossicodipendenze lo conosce tutto Muccioli.
Che il problema della prostituzione e' legittimato a trattarlo solo don Germini e quello del disagio giovanile e' di pertinenza di don Mazzi.
Non credo che funzioni cosi'.
Se dovesse funzionare cosi' allora cominciamo a raccontare esperienze diverse con modi diversi di apprezzare la vita e affrontare la morte.
Ciao !
Blind
ps: Credo che Terri si chiami Schiavo in quanto nei paesi anglosassoni, come anche qui dove vivo, al momento di sposarti scegli il cognome che vuoi e quello ti rimane sempre.
Il parere del credente, a maggior ragione se esponenete del clero, anche se espresso con forza, è considerato come opinione ovvia, non meritevole di gran rilievo. Fa più "rumore" che siano i non credenti ad esprimersi a favore del rispetto della Vita.
Grazie per aver postato l'articolo,Rolli.
Blind, invece funziona proprio così: si capisce davvero solo attraverso l'esperienza diretta o indiretta. Questo non vuol dire che gli altri non debbano esprimere un'opinione. Ma quella che deriva dall'esperienza ha senz'altro una valenza diversa. Ciao
Veramente il caso di Terri Schiavo dimostra esattamente quanto tu paventi, e cioè che uno e uno solo, il marito, era autorizzato a trattare della vita di quella donna. L'intervista brucia, perchè è pesante, perchè non dice quello che faceva comodo credere, e cioè che Terri non esistesse in quanto persona ma fosse un semplice tronco di albero; perchè invece "dice" quello che non si vuole sentire, e cioè che molte Terri tornano, da quello stato vegetativo. Ma bastava ascoltare un neurologo serio, non necessariamente cattolico, per conoscere questi casi.
E ancora, quell'intervista, dice che Terri probabilmente ha sentito tutto, ha sofferto come il ragazzo che provava dolore quando lo immergevano nell'acqua.
In pratica dice che c'è stato un omicidio su commissione di un marito - così "sensibile" da dover seguire i dettami di una moglie ragazzina che vede un film e a suo dire dichiara "se finisco così staccatemi tutto" - avallato dalla legge, e con il plauso dello stuolo di sostenitori.
Quali sono le testimonianze da ascoltare, se non quelle di chi a questi malati si dedica senza sbuffare e senza considerarli a priori, perchè la Scienza non lo può fare, dei corpi senza sensazioni e sentimenti? Quelle di chi di questi di corpi si vuole liberare? Quelle le ascoltiamo ogni giorno.
Rolli e Minerva, solo in Italia sono migliaia i casi di stato vegetativo e quella dozzina di pazienti dell'intervista e' un'esperienza, interessante per molti letttori ma per affrontare il problema nella sua totalita' non basta.
A me personalmente l'intervista non brucia come non mi sono mai bruciate le posizioni molto lontane da me.
Se un legislatore dovesse prendere delle decisioni in base a singole esperienze, beh, penso che oggi non avremmo neppure una legge applicabile.
Ma questo marito di Terri e' provato, provato che sia questo mostro?
Possibile che non avesse nessun diritto per se' da rivendicare ?
Blind
Guarda Blind, mi spiace che Rocca non abbia pubblicato sul suo blog l'intervista, ritengo per i soliti cavilli di copyright della Fallaci (non è mai stata online), perchè forse, leggendola, qualche dubbio sul marito ti verrebbe.
Ma non c'è bisogno di avere dubbi su di lui, di fronte a un episodio così violento e devastante.
Ma dico: tu l'ammazzeresti una signora ebete che sorride contenta e che dorme, o che guarda nel vuoto e non sorride, se preferisci, per il solo fatto che è ebete?
Blind, guarda che non mi ha colpito il dato dei 12 pazienti che si sono risvegliati. In questo caso, o quando sento parlare di miracoli, ho sempre il forte dubbio che si tratti di diagnosi iniziali errate. Ma, al contrario di quello che ci è stato propinato, nelle scorse settimane, non ci sono certezze. Purtroppo la medicina non è come la matematica. E di fronte alla mancanza di certezza, preferisco, per dirla come Sofri, la scelta reversibile.
Il legislatore, quando prenderà la sua decisione, non lo farà certo per la dignità della vita e della morte, ma per ragioni economiche.
Rolli, ancora questa e poi vado a dormire.
Tutte le persone in stato vegetativo, e non c'entra nulla il ragazzo con la malattia invalidante gradualmente, passano repentinamente dallo stato vigile e attivo a uno stato di totale impotenza.
Tutto quello che succede da quel momento in poi e' indipendente dalla loro volonta'.
Chiunque ha il potere, anche un portantino, di farne l'oggetto di tutte le sue fantasie, buone o cattive che siano.
Spesso non siamo in grado di capire neppure il nostro prossimo nonostante che si esprima compiutamente e pretendiamo di sapere cosa c'e' oltre quel corpo inerte solo perche' ha gli occhi aperti?
Buonanotte e a domani
Blind
Minerva, saluto anche te e ti rileggero' meglio domani.
Adesso ho proprio sonno.
Notte
Blind
Appunto: non sappiamo cosa c'è dietro quel corpo inerte con gli occhi aperti. Quindi lo si uccide?
Quelli dell'articolo non sono casi isolati. Nella mia piccola rassegna stampa ne ho contati quattro da due giornali. Quanti altri casi di persone in stato vegetativo che "mostrano" di reagire a quanto capita all'esterno ci sono? Soprattutto, quanta gente c'è che si prende la briga di (o più semplicemente può) stare vicino ai propri cari in stato vegetativo, e cerca di interpretarne i minimi segni?
L'hanno già fatto altri, ma voglio rifarlo : Rolli, grazie per aver postato quest'articolo!
"StorY"
Rolli e' una donna giovane, benestante, sana e con un posto preciso nella societa'.
E' di quelle donne che...levati! Perche' e' di miccia corta e puo' esplodere facilmente se attaccata.
Ma e' anche generosa. E' sposata con un uomo che l'ama ed e' riamato. Hanno un bel bambino, molto viziato e mammadipendente.
Va tutto alla grande finche' un giorno l'imponderabile la colpisce con un infarto! (perdonami Rolli!!!).
Il cuore si e' fermato, il sangue non circola piu' e il cervello va in asfissia.
Arrivano i soccorsi. Un tempo i medici ne avrebbero diagnosticato il decesso ma oggi c'e' il defibrilatore.
Il cuore viene stimolato sapientemente e riprende a battere.
L'infartuata, come verra' ribattezzata, viene portata in rianimazione, intubata e attaccata a un po' di macchine.
E' in coma.
Il marito si dispera e spera allo stesso tempo.
La paziente viene spiata in ogni suo palpito e tutti i parenti si aggrappano al minimo percepibile moto.
Rolli non c'e' piu', quella donna che prendeva decisioni per se' e per gli altri e guidava un'impresa e governava una famiglia, non c'e' piu' e non ci sara' mai piu'.
Il bambino aspetta ma nessuno ancora gli ha detto nulla.
L'amato marito abbandona provvisoriamente la sua professione per seguire l'evoluzione del coma.
Passano alcuni mesi ed ecco che Rolli apre gli occhi. Il suo eeg e' e' ridotto e anormale ma non piatto.
Siamo allo stato vegetativo.
La vita di Rolli si e' fermata ma non quella del mondo intorno a lei. Ma lei questo non lo sa, ormai e' una sv.
Il marito la va a trovare e qualche volta litiga col personale che l'ha lasciata bagnata e sporca e l'urina e' colata lambendo le ulcere da decubito che si aprono e si chiudono dai calcagni alle spalle.
Il bruciore e' forte ma Rolli ha gli occhi aperti e un mezzo sorriso.
Gli infermieri la sollevano a mo' di sacco, la voltano e la puliscono come fanno gli infermieri.
Le aprono e le chiudono le gambe, mettono e tolgono cateteri.
E mentre il corpo di Rolli giace all'ospedale con la cannuccia dei carboidrati, dei lipidi e dei liquidi, fuori la vita impazza e qualcuno impazzisce.
Si', perche' e' sicuro che Rolli non potra' piu' fare la moglie, la mamma, l'imprenditrice, l'intellettuale di destra ma tutti sono prigionieri del suo stato vegetativo.
Come si fa a sistemare le sue attivita' se lei e' viva ma e' morta e non puo' firmare nessun atto pubblico o privato?
Sono trascorsi quattro anni e il marito aspetta... Anche il suo e' uno stato vegetativo civilmente parlando.
Non e' marito, non e' vedovo e non e' divorziato...Stato civile vegetativo.
Il bambino e' il piu' danneggiato in quanto orfano senza la possibilita' di guarire il suo lutto.
Pure lui vivra' sempre, anche da adulto, un'esistenza vegetativa che gli creera' gravi problemi nella crescita con turbe e danni alla sua vita relazionale.
E cosa succede al marito se incontra un'altra donna? Dovra' vivere come se avesse fatto voto di castita' e di celibato per non essere condannato dai moralisti al pubblico disprezzo?
Ma se fosse una persona normale che chiede solo di rifarsi una vita, chi lo sosterra'?
Noi donne siamo sempre generose e spesso usiamo dire ai nostri mariti o compagni che non li vorremmo soli e sofferenti e nel caso di una disgrazia saremmo felici di pensare che, pur nel nostro ricordo, si siano rifatti una famiglia.
Purtroppo pero' Rolli non ha fatto in tempo a disporre nulla e la sua vita da morta continua e cosi' anche quella di coloro che l'avevano amata.
E la miccia corta di Rolli e' diventata chilometrica e mai piu' la fara' scattare di vitalissima rabbia.
Rolli, perdonami ancora ma Blind non avrebbe funzionato.
Blind
Ahem ... scrat e stra-scrat
Blind, come prima cosa la mia fiducia nella compassione amorevole degli uomini è vicina allo zero, ergo preferirei che al marito venisse affiancata, chessò, la mia mamma, oppure una Minerva, giusto per evitare di fare la morte del fesso.
E magari, come medico, vorrei il dottor Guizzetti, chè a Bergamo ci sto pure bene.
Ora vado in farmacia a comprarmi le bustine di papaya e qualche integratore, fluidificatore del sangue, anti-ictus, e anzi, ora guardo il prontuario farmaceutico..scrat scrat
PS: Losciacallo e Minerva, siete ufficialmente nominati miei esecutori e tutori, ecchecazz!
quando si vuole sopprimere un cane o un gatto il veterinario pratica l'iniezione letale, perchè nessuno tollererebbe farlo morire di fame e sete. Nel caso di Terry Schiavo invece...
L'articolo fa rabbrividire. La figura dell'operaio che si risveglia poi, è inquietante..
Su un paio di cose però sono veramente in disaccordo: la levodopa fa vivere dignitosamente i malati di Parkinson? Ah si? Davvero? Proprio non mi risulta. Anzi, da ricerche su siti medici fatte precedentemente (prima che morisse mia nonna) ho trovato chiare indicazioni che solo il 15% dei pazienti trattati con il medicinale riesce ad allungare la propria aspettativa di vita del 10%. Cioè invece di fartela addosso e vedere pesci che volano dopo tre anni, li vedi dopo tre e mezzo. Non mi pare una vita dignitosa.
E nemmeno quella dei malati di Aids. I cocktail farmacologici migliorano la vita solo ed esclusivamente se non subentrano altre infezioni, che possono pure derivare da un semplice raffreddore. In sostanza quando il virus è ancora dormiente (silente? Non mi ricordo il termine esatto, ma sicuramente Rolli ne saprà più di me).
Molto più corretto dire che per entrambe queste terribili malattie si è intrapresa la giusta via verso un possibile metodo di guarigione. Ma da lì a dire che la vita delle persone affette da Parkinson e Aids ora è più che dignitosa, beh mi sembra un po' troppo ottimista.
Certo. La mia idea di testamento biologico dopo aver letto esperienze così, va un po' a farsi benedire...
Black Cat, io spero che il dr. Guizzetti sia in buona fede quando afferma delle palesi scorrettezze.
Il testamento biologico, ad esempio.
Cosa c'entra il ragazzo che, in piena facolta' di intendere e di volere, chiede aiuto perche' sta morendo soffocato...
Il testamento biologico e' stato pensato per i casi di perdita totale di coscienza e per tutelare se stessi dagli abusi e permettere ai congiunti di non vegetare con loro.
Non c'entrano affatto coloro che, anche con testamento pronto possono interagire col dolore e con i medici.
Il caso di quell'operaio poi e' di una persona che solo da qualche mese era in quello stato, ammesso che fosse in quello stato.
e non mi pare che per il fatto che riesca a dire delle parole su domande dirette, possa considerarsi un uomo che ha ripreso la sua vita.
Lui, poverino, l'operaio non lo fara' mai piu' e continuera' a vivere vegetando.
Blind
Scusa Blind, ma che tu affermi che il dottor Guizzetti dica scorrettezze non è accettabile, salvo che tu non le elenchi con precisione.
Quella che proponi non lo è, tutt'altro, anzi è la dimostrazione che un conto è parlare quando si sta bene e un altro essere nella condizione di stare male: tutto cambia, anche la percezione della vita.
E infatti quel ragazzo che aveva chiesto di non fargli nulla e di lasciarlo andare, ben si è guardato dal farlo. Casi così li vedi tutti i giorni in ospedale, sai, che la gente non è contenta di immaginarsi in un letto di dolore, però quando in quella situazione ci si trova, tutti i sensi e gli istinti si allertano e in genere ci si aggrappa alla vita come tu non puoi immaginare.
Del resto il Papa mi pare sia stato un esempio di come, nella malattia e nella sofferenza, si rimanga fortemente attaccati alla vita.
Il punto è che non si vuole vedere la sofferenza e che spesso quella dei propri congiunti pesa ai familiari sani più che a quelli malati
Black Cat, credo che il riferimento al levodopa riguardasse soprattutto il parkinson nei soggetti giovani. Un esempio noto è quello dell'attore di Ritorno al futuro, Michael J.Fox, che ha potuto continuare a lavorare nonostante sia da molti anni malato.
Blind, anche con il testamento biologico saresti in balia di qualcuno che potrebbe trovare un qualche cavillo per non rispettarlo. Basti pensare alla fine che fanno certe disposizioni testamentarie.
P.S. Rolli, anche tu considerati ufficialmente nominata, sia mai che alla mia dolce metà vada di volta il cervello per qualche gallinella di belle speranze.
Rolli, ribadisco che l'esempio del ragazzo affetto da sclerosi laterale miotrofica non ha nessuna pertinenza col testamento biologico.
Il testamento ha un senso solo quando si tratta di casi come quello di Terri e non quando si prova dolore, lo si puo' urlare e chiedere aiuto.
Nel testamento sono scritte le parole che noi non potremo piu' pronunciare.
Rolli, quando hai scritto che preferiresti tua madre ad assisterti ho capito che probabilmente tu rifiuti l'idea che il passaggio allo stato vegetativo significa che le tue preferenze non conteranno piu' nulla.
Forse se non metterai per iscritto in un testamento biologico che semmai ti succedesse di non essere piu' in grado di intendere e di volere vorresti tua madre, Losciacallo e Minerva a tutelarti, tutto cio' che avverra' non ti riguardera' mai.
Si', Minerva, tutto e' possibile, anche che un testamento non venga rispettato ma io parlo di un principio e non dei casi singoli.
Blind
A dire il vero l'ho scritto qui (e lo confermo), e mi pare che sia più pubblico che non le dichiarazioni di Terri fatte cent'anni fa al marito nella stanzetta solitaria e senza testimoni (ci credo poco, a quelle dichiarazioni).
Io non sono in grado di rifiutare nulla, Blind, per il semplice motivo che non so come sarei in una tragedia di quel genere; ho visto troppa gente morire di mali incurabili attaccarsi all'ultimo refolo di vita per avere la presunzione di sapere cosa vorrei io.
Così, a mente fredda, non vorrei finire in mano ad altri, vorrei essere curata con affetto se malata, e se c'è una possibilità di vita decente essere salvata. Certo, se devo vegetare in una stanza d'ospedale preferirei mi venisse un colpo e amen, ma la vita sai, non è così in genere. E ti ripeto, non so come reagirei (nè lo voglio sapere, terque et quaterque, scrat scrat) in quelle condizioni.
A una persona cui voglio bene non staccherei il sondino, e sparerei (letterale) a vista su chi cercasse di farlo; cercherei di rendergli meno umiliante la sua condizione, terrei nel cuore e nelle mani il suo sguardo ebete.
Rolli, complimenti per il blog e per la citazione dell'articolo sul lavoro del dott. Guizzetti.
Credo sia doveroso tutelare e rispettare la vita umana sempre, anche quando è debole, indifesa, anche quando necessita di cure continue.
Ma allora, Rolli, se spingi il ragionamento più in profondità, non sarebbe più coerente, il 12 e 13 giugno prossimi, votare NO (o meglio ancora astenersi) ai referendum che invece difendi?
Un saluto, Jules
Jules, io sono favorevole alla vita e quindi non posso che esserlo anche per la fecondazione assistita. Possibilmente vorrei anche che la qualità della vita fosse buona e sana, laddove sia possibile, magari decidendo in embrione anzichè su un feto di cinque mesi.
E di fronte alla sterilità ritengo lecito che chi vuole possa ricevere il dono di un figlio da una persona esterna. Credo che si posssa avere una legge etica senza arrivare all'obbrobrio varato dal nostro parlamento.
Non ritengo la legge 40 un obbrobrio.
Certo è imperfetta: scontenta gli "integralisti" come me che vorrebbero semplicemente vietare qualunque tipo di manipolazione degli embrioni.
E scontenta i miei contemporanei "di buon senso" che vedono porre limiti apparentemente assurdi al desiderio di maternità, di libertà dalla malattia, di libertà di ricerca scientifica.
Credo che la legge 40 sia una legge da difendere perché va nella direzione giusta: la direzione del rispetto assoluto per ciascun singolo uomo, anche quando è piccolissimo. Importanti il desiderio di maternità, la salute, la ricerca scientifica, ma mai a spese della vita anche di un solo singolo innocente (anche quando è embrione).
Lo stesso rispetto che è dovuto all'adulto in stato vegetativo, per ritornare all'argomento di questo post.
Cordialmente, Jules.
Jules, non mi viene proprio di mettere sullo stesso piano embrione e feto, figurati embrione e persona compiuta. Con questo non dico di giocare a ping pong con lo zigote, ma se da lui io posso prevenire un feto malformato o con un morbo incurabile, ben venga, pur con tutte le accortezze e i limiti per evitare eccessi, lo studio e la selezione. Non per una razza perfetta, ma per una vita più accettabile e degna.
(non mi tirare in testa una provetta, ora :)
Blind, non metto in dubbio che lui fosse in buona fede, ci mancherebbe: secondo me un uomo che svolge un lavoro così difficile non può che avere la mia stima, ma su certe inesattezze mi sento in dovere di dire la mia ;)
Minerva, sicuramente si riferiva ai soggetti giovani. Peccato che siano una piccolissima minoranza. Non puoi dire di aver debellato un male quando hai salvato 1 vittima su cento. Mi sembra ci vogliano risultati migliori, o no?
Cara Rolli, quando i diversi modi di concezione della vita e della morte si incontrano, rimane ben poco da confutare.
Qui non stiamo parlando di cdx e csx ma di cose che scaturiscono dalla nostra formazione individuale, che non e' iniziata oggi.
Per cui continuo a rimanere indifferente a quest'intervista.
Tutti abbiamo avuto dei lutti in famiglia. Tutti abbiamo frequentato gli ospedali per visitare amici e parenti e tutti abbiamo avuto esperienze drammatiche vicino ad affetti che soffrivano pene indicibili.
Personalmente mi sono trovata a combattere con chi, stanco di cure e di ospedali, non accettava che la sua vita di prima fosse stata trasformata dalla malattia e dalle cure in qualcosa in cui non si riconosceva piu'.
Sai il dolore che si prova a non riuscire a scalfire la determinazione di chi ti dice che vuol essere lasciato morire con dignita' , in casa sua, vivendosi fino in fondo e con coscienza viva quella esistenza rimastagli.
L'egoismo di noi sani e' quello di non volerci mai trovare ad affrontare l'insopportabile dolore del distacco e del lutto e ci attacchiamo a tutto pur di allontanarne il giorno.
Questo si chiama egoismo e chi lascia, affrontando tutte le sofferenze, e' molto piu' sereno e forte di chi resta.
Di certo non avrei voluto mai, ne' per me ne' per l'altro, una vita da manichino, indurito dalle calcificazioni.
Qualcosa per cui ci vogliano 50 minuti e due persone per piegarlo e metterlo su una carrozzina.
Un rigor mortis a occhi aperti.
Dimmi, Rolli, ma tu quanti buonissimi medici hai sentito rilasciare interviste che vanno tutte nel senso contrario di Guizzetti?
Cioe' quelli che affermano di aver salvato tante vite espiantando cuori, reni occhi da persone appena morte per un incidente.
Chi li ascolta i familiari che accusano questi medici di aver ucciso il loro ragazzo perche' c'era urgenza di un organo da trapiantare?
La faccio sempre troppo lunga...
Ciao Rollina.
Un saluto micioso da Benny per Black Cat.
Blind
E' vero, Black Cat, ma è pur sempre un inizio positivo. Se una cura, benché aggressiva, consente una vita accettabile anche ad una minoranza di persone, ben venga. La mia preoccupazione è che si possa arrivare a trascurare la ricerca a favore di soluzioni più "comode".
Blind, chi è in sè e vuole morire non troverà certo il mio veto. Sono per l'autodeterminazione, e l'ho sempre detto. Diverso il caso in cui hai nelle tue mani un malato che non può esprimersi e ne decidi la sorte: se permetti i signori Schiavo e i giudici devono fare il piacere di stare alla larga.
Sui trapianti è un altro discorso, e dentro certo che c'è pure la predazione di organi, chi lo nega? Ne ho parlato anche in questo blog molto tempo fa, ai tempi di Cose Turche, se non sbaglio, e della discussione sulla fecondazione assistita.
Del resto la mia posizione non è di qua o di là, perchè non può esserlo: sono per la fecondazione assistita e contro gli omicidi su commissione in punta di diritto, sono favorevole - con sofferenza - all'aborto ma non al silenzio assenso per i trapianti tanto caro a Costanzo e alla Bindi; sono contraria all'aborto utilizzato come mezzo contraccettivo e via discorrendo. Di questo non si può fare ideologia di parte ma solo ed esclusivamente di coscienza.
Sulle sostanze che fanno bene a una persona su 100, che dire? Se quella persona sta meglio non è mai vano. Poi ecco, bisognerebbe imparare a mettersi nei panni degli altri, e cioè delle Terri Schlinder, di sua madre, di chi si giova di un farmaco che fa bene a lui e non ad altri
Bisognerebbe farlo, ogni tanto
Beh, Rolli, io dalla parte della "famiglia" di un malato di Parkinson ci sono già stata, come sono stata dalla parte di un malato su cui si voleva sperimentare un nuovo tipo di cura per tentare di fermare il cancro.
Ci sono stata, e proprio per quello da lì a dire che oggi di Parkinson si vive degnamente, beh...
Ma lasciamo perdere, torno a fare scatoloni.
Witch, molla la tastiera, Benny te lo saluto io ;)
No Barbara, bisogna mettersi nei panni di chi è malato e si aggrappa a tutto.
Ogni malato ha una storia propria, diversa da quella di qualsiasi altro malato. Così accade che di due malati, sottoposti alla stessa identica cura, uno muoia, nonostante le condizioni, in partenza, fossero migliori rispetto alle condizioni dell'altro. Altro che invece è vivo, a più di otto anni dal "fattaccio", alla faccia delle statistiche. E vive bene, tanto che nessuno di quelli che non sanno immaginerebbe.
I familiari del malato che è morto magari ce l'avranno con i medici e con le cure pesanti, ma inutili, che il proprio caro ha subito.
Chi è guarito, a quella cura e a quei medici è grato. E si accontenta della "spiegazione scientifica" secondo la quale il suo organismo è sensibile a determinati farmaci.
Ho malamente descritto una vicenda reale per spiegare che le nostre esperienze individuali non rispecchiano la generalità dei casi.
Come scrive Rolli, bisogna mettersi nei panni di chi è malato e si aggrappa a tutto. Certo, i panni del familiare che vede il proprio caro soffrire sono altrettanto degni di comprensione.
Minerva, ogni malato ha una storia propria e in questa varieta' di storie quella che Rolli ci ricorda con tanta giusta insistenza e' di certo la piu' diffusa.
Quando pero' si parla di malati come se si trattasse di uno status che ne esclude il vissuto di sani con le persone che sono la sua vita e con le quali ha relazioni fatte anche di responsabilita' reciproche , temo che semplifichiamo troppo il problema.
E visto che e' sacrosanto che ogni malato abbia una storia propria, non e' altrettanto sacrosanto che anche quella di ogni medico sia una storia propria?
Ci sono terapie invalidanti, non parlo solo delle amputazioni, che molte persone rifiutano finche' sono coscienti perche' han ben vissuto e bene vogliono morire.
Poi ci sono persone che hanno sempre fatto una vita vegetativa, senza interessi, affetti e quantaltro e per loro poco cambia con l'arrivo di un'invalidita' (detto con compassione).
Tra coloro che cadono nello stato vegetativo noi diciamo che tutti sono uguali.
Ciao!
Blind
Scusa, ma... prima mi dici che "bisogna mettersi nei panni della madre di Terri", io ti rispondo da figlia di un malato di cancro e nipote di una malata di Parkinson, e tu mi rispondi che allora "bisogna mettersi nei panni del malato"?
Cioé, la madre di Terri ha titolo a parlare e la figlia di Tizio no?
Ribadisco: la cura che fa bene ad uno su cento è un inizio, ma non un punto di arrivo per dire che con la tal medicina "i malati" possono avere una vita dignitosa.
La madre di Terri veramente voleva salvare la pelle a sua figlia, che mi sembra un po' diverso, condannata dall'amoroso marito che "non voleva che soffrisse". Se invece si parla di un morbo in cui tra l'altro rimani vigile preferisco sapere cosa ne pensa il malato, più che la figlia, prima di decidere per lui.
La dignità del malato tra l'altro, è determinata certo dalla medicina, dalla malattia, ma anche da chi e come l'assiste.
Blind,
il malato che affronta una malattia grave,che lo porti a confrontarsi con la morte, non è più la stessa persona che era un tempo. Tutto il suo precedente vissuto è "rielaborato" dalla malattia.
Il medico, dal punto di vista della casistica, ha una storia confrontabile con quella degli altri medici che operano nel suo stesso campo. A meno che non sia un incapace o abbia scoperto una cura miracolosa o sia un "dottor morte".
Non tutti i malati reagiscono allo stesso modo, soprattutto gli anziani rifiutano l'evidenza. Ma la maggior parte delle persone accetta anche le cure invalidanti pur di continuare a vivere.
Riguardo allo stato vegetativo, non è vero che si possono vantare certezze. E quanto al testamento biologico penso sia inutile: l'illusione di decidere della propria vita nell'ipotesi in cui ci si trovi nelle condizioni di non poter decidere. Illusione perché in quello stato, testamento o non testamento, si è comunque nelle mani di altri. Posso però capire che molti si sentirebbero comunque più tranquilli.
Se poi vi interessa l'opinione da parte di un malato, beh... l'avete letta.
Rolli, però stiamo andando fuori dal seminato (mi pare...)
Vorrei precisare che io non ho mai espresso un parere in nessuna direzione sulla vicenda Schiavo-Schindler. Ho lodato il lavoro del prof. Guizzetti sottolineando quella che, a ragion veduta, pare un'inesattezza.
Non ho capito perchè ci siamo invischiate nel ginepraio "mettersi nei panni del malato-madre di Terry-padre mio" quando ho espresso dubbi sulla Levodopa... ;)
Concludo qui (sperando che la mia insonnia si plachi, altrimenti va a finire che mi attacco ai soffitti) dicendo che quanto dice Minerva è sacrosanto: ogni storia è diversa. Ogni malato ha un background diverso. Ognuno di noi reagisce in modo diverso. Pertanto criticare un approccio piuttosto che un altro (diretto o indiretto/familiare che sia) mi pare polemica sterile e inutile.
Blackcat, non ho tirato fuori io il caso personale di tuo padre, non è mia consuetudine parlare dei fatti privati riguardanti persone presenti, tranne che non lo facciano esse stesse.
La levodopa: è un farmaco essenziale, non miracoloso, che in alcuni soggetti porta risultati (sputaci sopra sul 15%) e in altri no oppure crea complicazioni. E' la medicina, Barbara, non è la levodopa. E che vorresti fare, eliminarla perchè non aiuta il 100% dei malati? Le cure sono così, il prcorso della ricerca è questo, si parte da un farmaco che fa ad una certa percentuale di persone e si continua a cercare in altre direzioni per coprire anche i pazienti che di questo farmaco non si giovano. Ma denigrare la levodopa perchè non fa miracoli mi pare folle.
L'aids: fino a vent'anni fa di aids schiattavi, e pure male, come un cane rognoso. Oggi si muore, certo, ma molto, molto meno. i cocktail riescono a inibire la sieropositività in molti casi e rallentano il decorso della malattia? Dici che è poco o nulla? Beh, dovresti parlarne con chi ha la sindrome di immunodeficienza e anzichè campare un anno oggi ne campa dieci.
Sulla polemica sterile, pure non sono d'accordo. Critico, e fortemente, il comportamento del marito di Terri, e lo faccio anche con una certa rabbia e con l'augurio che lui finisca come sua moglie, in mano all'attuale giovane mogliettina che nel frattempo della malattia mi auguro si trovi un aitante e giovane amante con il quale scodellare altra prole mentre chiede al giudice di far fuori il maritino immobilizzato a letto.
Perchè è facile e comodo parlare in nome e per conto di un malato che non può esprimere il suo pensiero. E' che la gente non vuole avere a che fare con il dolore e la sofferenza e quando gli tocca sbuffa, è stanca, si fa portavoce di una presunta voglia di morire del paziente. Ma io tutti questi pazienti che vogliono tirare le cuoia non li ho visti, sai? e si che ho una vasta esperienza in materia. Io ho visto gente annientata dalla sofferenza che mi diceva "se la sfango farò questo e quest'altro", e non mi pare questo l'atteggiamento di chi vuole morire. Certo, se il malato è sbattuto qua e là, se gli si fa pesare la sua condizione, se al suo dolore si aggiunge la propria e altrui insofferenza, si preferisce smettere di combattere e morire.
Per questo ti dico non mi affido alle parole dei congiunti che si esprimono a favore della morte, perchè bisogna vedere cosa fanno e come si pongono di fronte alla malattia loro per primi. E credimi tutti, anche i più cinici e sbuffanti, si sentono dei samaritani in pace ocn la loro coscienza. Dammi atto che è preferibile la mamma di Terri o il professor Guizzetti al marito o chi per esso.
Ho visto con i miei occhi gente che in salute diceva che piuttosto che finire in un certo modo voleva morire, e poi in malattia attaccarsi prepotentemente alla vita, pur con sofferenze e mutilazioni. Se non possono esprimeresi loro non è lecito ne facciano le veci i congiunti pro morte.
Diverso è se il malato chiede di morire, allora lì non metto bocca e veto, se la decisione è ferrea, consapevole, non influenzata dai comportamenti altrui. Però ti dico che quando ho visto malati assistiti con amore e pazienza dai familiari, dai medici e dagli infermieri, senza accanimenti e senza distrazioni, con attenzione alla loro dignità e al loro dolore, questi lottavano per resistere, per farcela improbabimente.
Quindi, la malattia e la medicina certo hanno un ruolo fondamentale, ma non meno ce l'ha l'ambiente intorno e l'amore di chi ti segue.
E infatti Guizzetti non si cura della possibile decisione che qualcuno potrà prendere per lui, ma auspica solo di essere voluto bene. Il resto viene di conseguenza.
Avrò capito male io...
Non sputo sopra niente io, solo vorrei capire perchè il 15% è un gran risultato, quando invece dovrebbe essere considerato un ottimo inizio. Che poi la Levodopa favorisca la demenza non è vero neanche questo? Un paziente su due parkinsoniani prolunga l'attività vitale con la levodopa a discapito di demenza precoce e allucinazioni. Se ti serve un link per verificare...
Rolli, mi pare di parlare da sola.
Tu continui a tirare in ballo Terri. Io ho parlato degli ALTRI malati, NON di Terri. La polemica sterile di cui ho fatto menzione era riferita a OGNI altro caso ESCLUSA Terri.
Stiamo dicendo le stesse cose senza capirci. Anch'io penso come te che ogni caso è a se stante, e che l'ambiente, i medici, la famiglia facciano tanto.
Solo che pare non ci capiamo più, leggendoci... come la storia del "caso personale", certo che l'ho tirato fuori io, per dire "perchè sapevo" certe cose, mica ti ho detto nulla! Che cosa devo farci, sarò esibizionista io a mettere in piazza di aver avuto dei morti così sofferti...
Su, su ;)
Rolli, se questo post doveva essere il tribunale permanente dei malati che tiene sotto processo mr. Schiavo, beh, sinceramente non mi appassiona piu'.
Anche se non e' nelle tue intenzioni, qui si finisce per essere considerati dei cinici egoisti perche' ci si interroga anche sui diritti dei vivi.
Preferisco abbandonare questa discussione che continuerebbe a trascinarsi da un equivoco all'altro, incrinando forse persino un a stima e una simpatia reciproche che non vorrei mai s'interrompesse a causa delle nostre diverse interpretazioni delle parole "amore per il prossimo".
Con affetto.
Black Cat, e' da ieri che immagino Witch che, come Benny, salta sulla tastiera mandando a cartequarantotto il tuo "lavoro".
Io invece di mettermi a piangere, scoppio a ridere come una scema...
Blind
Puoi interpretarlo come credi, Blind, e del resto è il destino di ogni post quello di essere preso da ognuno a modo suo.
Che poi la tua definizione possa perfino risultare offensiva (un post fatto per essere il tribunale permanente del signor Schiavo a chi?) è un altro paio di maniche e faccio conto di non aver nemmeno letto. Del resto avere un blog significa pure questo.
Io non temo di essere considerata in alcun modo perchè mi interrogo (e difendo) i diritti del malato; se tu o chi per te si ritiene colpevolizzato perchè pensa ai diritti dei vivi (non vorrei dire, ma la tua distinzione mi lascia un po' così...i malati cosa sono, invece, morti? zombie?) vuol dire che ha qualche perplessità o dubbio, oppure che la discussione così come è fatta lo colpisce e fa bene a tirarsene fuori.
Se poi questo va anche ad intaccare stima, simpatia o quel che vuoi tu, beh, più che alla discussione darei uno sguardo più a fondo su quanto profondi e fondati fossero i sentimenti che dici.
Del resto con il plebiscito raccolto in America e altrove per chi decide di uccidere le varie Terri, capisci che non mi pongo minimamente il problema di portare avanti io, in un minimo blog, i diritti di chi è nelle mani altrui e non può parlare. Le fughe e le dissociazioni sono nel conto.
Mi sarei dovuta fermare un paio di commenti fa, ma è che ogni tanto salta fuori la sedicenne impulsiva, cui va aggiunta una certa dose di innata stronzaggine :)
Sursum corda
P.S. Spero che l'incoraggiamento in stile ratzingheriano non vi dispiaccia :)
Io invece ho apprezzato, ringrazia quindi la sedicenne da parte mia
Rolli, io non sono caratterizzabile in nessuna delle figure teoriche qui evocate.
Tutto quello che ho scritto e' chiaro per me ed equivocabile per te ma anche per Minerva, da quel che leggo.
questo conferma solo che l'argomento tocca corde troppo sensibili e io non voglio continuare a scrivere qui perche' non ci trovo nulla di ulteriormente appassionante e coinvolgente oltre a cio' che ho gia' scritto e letto.
La stima e l'affetto rimangono quelle di sempre senza che abbia bisogno di provarti nulla.
Blind
Vorrei salutare con tanto cuore il Sign.dr.Guizzetti!