Gli intoccabili dell’antimafia
A Reggio Calabria c’è un magistrato – Francesco Antonio Vincenzo Mollace – che per otto anni ha fatto parte della direzione distrettuale antimafia.
Ha gestito in piena libertà i suoi pentiti, e grazie alle accuse di quei pentiti ha mandato in galera anche alcuni suoi colleghi.
A un certo punto però, esattamente il 15 dicembre 2001, scade il suo incarico alla “distrettuale”. E lui che fa? Continua a gestire i collaboratori di giustizia e a svolgere indagini di competenza dell’antimafia, “in palese dispregio – scrive il ministro Guardasigilli, Roberto Castelli – dei ripetuti interventi e diffide dello stesso procuratore della Repubblica e del procuratore aggiunto”. Non solo.
“Omette di consegnare” – è sempre il ministro che parla – i 27 fascicoli a lui affidati precedentemente. E quando da Roma arrivano gli ispettori per capire il perché di questo insolito comportamento, il dottor Mollace si limita a restituire appena 17 faldoni. Gli altri dieci non si sa ancora dove siano. Non lo sanno gli ispettori, non lo sa il ministro, non lo sa il Consiglio superiore della magistratura né il capo dello Stato che del Csm è il presidente.
L’unica cosa certa è che l’altro ieri la procura di Catanzaro ha mandato in galera due ex deputati (e ne ha mascariati altri due) con l’insolita accusa di avere esercitato nei confronti del dottor Mollace e del dottor Vincenzo Macrì, altro eroe dell’antimafia calabrese, una pressione così forte da configurare, addirittura, il reato di “minaccia al corpo giudiziario”.
I due ex deputati colpiti da ordine di cattura sono Amedeo Matacena, di Forza Italia, e Paolo Romano, che è stato parlamentare del Psdi.
I due deputati mascariati, destinatari cioè di un semplice avviso di garanzia, sono due esponenti di Alleanza nazionale: Giuseppe Valentino, sottosegretario alla Giustizia, e Angela Napoli, vicepresidente della Commissione antimafia.
Nel calderone dell’inchiesta sono finiti anche due avvocati; il direttore di un mensile, “Il Dibattito”, del quale sono stati sequestrati copie, computer e documenti; un bel gruppo di amministratori regionali e comunali, quasi tutti di An; un prefetto e un funzionario di polizia; un agente del Sisde, il servizio di sicurezza interno, che al mandato di perquisizione ha già opposto il segreto di Stato; un magistrato della Cassazione.
Tutti responsabili – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – di avere dato vita a una cupola “politico-affaristico-mafiosa” al solo scopo di condizionare il lavoro dei magistrati di Reggio Calabria impegnati nella lotta alla ’ndrangheta. Cioè di Mollace e di Macrì.
Tutto chiaro? “Chiaro un corno”, risponde Angela Napoli. “Non spetta a me stabilire ruoli e responsabilità delle singole persone coinvolte. So per certo però che l’unica mia colpa è quella di avere esercitato le mie prerogative parlamentari. Di avere cioè con le mie interrogazioni al governo e con i miei interventi alla commissione Antimafia, alzato la pietra di un verminaio dalle dimensioni inimmaginabili. Sono stata io infatti, e ne rivendico il merito, ad avere sollevato il caso del dottor Mollace.
Dopo la mia iniziativa sono venuti giù gli ispettori che hanno riscontrato fatti talmente gravi da spingere il ministro a promuovere, nei confronti del dottor Mollace, un provvedimento disciplinare”.
Certo, quando c’è di mezzo la mafia è sempre difficile tagliare con certezza carne e osso: c’è sempre una zona grigia in cui è difficile distinguere il garantismo dall’interesse particolare.
Ma una conferma alla tesi di Angela Napoli e di tutto lo stato maggiore di An – “E’ una ritorsione dei pm”, ha commentato Gianfranco Anedda, capogruppo di An alla Camera – arriva paradossalmente dalle cosiddette parti lese. E precisamente da Vincenzo Macrì.
“Abbiamo finalmente capito – ha dichiarato ai giornali dopo avere saputo degli ordini di cattura – perché la ’ndrangheta non uccide i magistrati: ha metodi più raffinati per aggredire e distruggerli. Soltanto a me il giornale Il Dibattito riservava almeno due pagine a numero con calunnie, e soltanto contro di me il deputato Amedeo Matacena ha rivolto 50 interrogazioni parlamentari”.
Ma al di là di Matacena – che ha una sua vertenza personale con la magistratura calabrese: è stato già processato e assolto per concorso esterno – resta la questione di fondo:
ha il diritto o no un deputato di criticare l’operato di un magistrato antimafia, anche con cinquanta, cento o mille interrogazioni al governo?
Per Angela Napoli non ci sono dubbi:
“Siamo di fronte a una ennesima contrapposizione tra potere giudiziario e Parlamento. Io mi sono battuta per anni contro i boss e tutti ricordano ancora le mie battaglie di Taurianova contro Francesco Macrì, detto Ciccio Mazzetta. Ma ora mi batto anche contro gli abusi e gli arbitri dell’antimafia e in particolare contro le tre procure di Reggio, Messina e Catania che, indagando una sull’altra, in realtà si coprono e si assolvono a vicenda. E’ lì il marcio, in questa trimurti nella quale annega ogni malefatta dei professionisti dell’antimafia”.
Sarà una coincidenza, ma proprio in questi giorni sta per aprirsi a Catania il processo a due pm messinesi, Giovanni Lembo e Marcello Mondello, arrestati nel marzo del 2000, per avere favorito oltre il dovuto, il boss Vincenzo Sparacio che in cambio di un pentimento tutto da verificare, aveva ottenuto intanto il dissequestro di 200 milioni di lire. Sparacio era “gestito in comunione di beni” dall’antimafia messinese e dalla procura di Reggio Calabria, in particolare da Francesco Mollace che i colleghi catanesi hanno però prosciolto.
Ma nel 2001 è intervenuta la Cassazione e ha ordinato ai giudici di riagganciare, “anche con eventuale possibile riapertura del procedimento a suo carico”, la posizione di Lembo e Mondello a quella di Mollace.
Come finirà? Processualmente, si sa, siamo nelle mani di Dio.
Politicamente, invece, il caso è già esploso. Gianfranco Fini ha parlato pubblicamente di “montatura” e ha ricordato che An, con le sue interrogazioni, ha sollevato il velo su due posizioni di potere “a dir poco scandalose”: quella di Mollace, accusato “da elementi documentali in mano all’ispettorato del ministero” di avere “manipolato con interferenze pervicaci e abusive le indagini affidategli”; e quella di Vincenzo Macrì, accusato dagli stessi ispettori di avere “falsificato una sentenza”.
“Se la magistratura vuole davvero dimostrare di non essere prigioniera di solidarietà corporative e di non volere lo scontro con il Parlamento, la vicenda reggina è un’ottima occasione per farlo”.
Angela Napoli ieri ha avuto un colloquio anche con il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che “si è riservato di approfondire i profili relativi al rispetto delle prerogative parlamentari”. Nulla di più.
In compenso ha incassato la solidarietà di Nichi Vendola, deputato di Rifondazione comunista e membro dell’Antimafia. Il quale dopo avere “testimoniato la assoluta intransigenza morale della collega” di An, ha voluto sollevare il caso dell’avvocato Ugo Colonna, finito anche lui in carcere.
Oltre a essere il legale di fiducia di Vendola, Colonna è l’avvocato che nel 1998, a Messina, fece una battaglia contro quello che lui considerava un falso pentito: il boss Luigi Sparacio, appunto. Battaglia dalla quale nacque poi l’inchiesta catanese. Vendola gli manifesta più che una semplice stima.
“Lui oggi è ristretto e questa carcerazione io la vivo come una macchia vergognosa sul volto di ciò che chiamiamo giustizia. Basterebbe chiedere quanti sono i singoli o le lobby che trarranno vantaggi dal fango che si è gettato inopinatamente su un professionista che ha documentalmente svelato il lato oscuro di certa magistratura scenograficamente antimafiosa”.
Il Foglio
di Rolli alle 12.11.04 04:03 | Giustizia | Commenti (12)
Vendola fa parte della Commissione Antimafia? Cos'è uno scherzo
A un certo punto però, esattamente il 15 dicembre 2001, scade il suo incarico alla “distrettuale”.
E perchè, di grazia, quell'incarico non fu rinnovato?
L'attacco ai magistrati reggini è ignobile, secondo gli ispettori del Ministero, Macrì, che respinge ogni accusa, avrebbe falsificato un verbale 26 anni fa (!), mentre la colpa di Mollace sarebbe quella di aver gestito, pur non appartenendo più alla Dda (lui sostiene di aver avuto regolare deroga), le indagini che a febbraio portarono all'arresto dei boss latitanti Giuseppe Morabito e Orazio De Stefano (ne parlarono tutti i Tg nazionali), arresti per i quali la Procura di Reggio, Mollace in particolare, ricevette le congratulazioni dello stesso governo che adesso la descrive come un "verminaio". Assurdo. Io credo che questa Procura, questi magistrati, suscitino le stesse "antipatie" che vent'anni fa suscitavano in certi settori della politica, della giustizia e dell'opinione pubblica, la procura di Palermo ed i magistrati Falcone e Borsellino. Quella contro la 'ndrangheta è una guerra, e Mollace ha vinto in questi anni più di una battaglia, voi da che parte state?
Un'altra cosa: Amadeo Matacena, ex deputato di Fi, è stato processato e CONDANNATO per concorso esterno, non assolto come scrive il Foglio.
scusa Antonio, ci vuoi dire quali settori della politica avevano antipatia verso Falcone e Borsellino?
Quelli che non comprendevano la gravità del fenomeno mafia e quelli che con la mafia erano collusi (a destra, a sinistra e al centro).
Sbaglio o la sentenza di Matacena è stata annullata dalla Cassazione?
La sentenza è' stata annullata dalla Cassazione perchè questa ha riconosciuto il legittimo impedimento di Matacena, parlamentare ai tempi del processo, condannato in contumacia perchè non presentatosi davanti ai giudici. Ciò però non significa che Matacena sia stato "assolto", come ha scritto il Foglio, assolutamente, Matacena è stato condannato per concorso esterno.
"Al direttore -
Nel Foglio di sabato scorso, a “suo dire”, il signor Luca Russo via Internet le fa rilevare un errore grave.
L’errore consisterebbe nell’affermazione del Foglio che l’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena è stato assolto dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Nel far rilevare tale errore il signor Russo viaInternet afferma che, a “suo dire” ciò non corrisponde assolutamente al vero perché a “suo dire” Amedeo Matacena è stato condannato a 5 anni e 6 mesi per mafia, pena confermata anche in appello.
A “mio dire”, il signor Luca Russo via Internet dice una cosa falsa quando afferma che la condanna e la “pena” è stata confermata in appello.
Invece, non a mio dire ma a dire della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria, la sentenza di primo grado nei confronti di Amedeo Matacena è stata dichiarata “nulla” perché, anche a dire della Corte costituzionale, l’ordinanza dichiarativa della contumacia era stata illecitamente emessa dalla Corte di primo grado, con violazione della Costituzione e del rapporto processuale a danno di Amedeo Matacena.
Il processo contro Matacena è perciò ritornato in primo grado e quindi Matacena non ha riportato condanne né in primo grado né in secondo grado, essendo in attesa di giudizio.
A suo dire il signor Luca Russo via Internet ha scritto ancora che, a suo dire, sarebbe stata la Cassazione che “ha riconosciuto il legittimo impedimento di Matacena (a suo dire impegnato in Parlamento).
Anche questo non è vero, perché la Cassazione non c’entra.
E’ a dire della Corte costituzionale, invece, che legittimo era l’impedimento e illegittima l’ordinanza dichiarativa di contumacia. Aggiungerei solo che quando le cose non si sanno non si dovrebbero mettere per iscritto, naturalmente, a “mio dire”.
Alfredo Biondi, deputato di FI
E io che ho scritto? Ok, la Corte Costituzionale piuttosto che la Cassazione, è un dettaglio, ma la sostanza non cambia: Il Foglio ha scritto che Matacena è stato assolto. E' vero? No, altrimenti il processo non si dovrebbe rifare. Il processo si deve rifare perchè è stata annullata la sentenza di condanna. E questa volta Matacena non è "onorevole"...
LA INVITO A VISITARE IL SITO DEL PITTORE GAETANO PORCASI.LA PITTURA CONTRO LE MAFIE.WWW.GAETANOPORCASI.IT(LA STORIA,LA GENTE,LA TERRA)
L'ARTE CONTRO LE VIOLENZE MAFIOSE. LE OPERE RACCONTANO LA STORIA DAL 1943 AL 2007 WWW.GAETANOPORCASI.IT
Scritto da: PORCASI GAETANO | 25 marzo 2008 a 00:52
L'impegno nel sociale.La parola legalita' è stata a tal punto usata da provocare nei cittadini,quando la si sente un senso di fastidio.Applicare la legalità ed affermare di rispettare le legge dello Stato dovrebbe essere il primo passo che ogni cittadino dovrebbe fare come osservare i suoi doveri,per poi chiedere di avere garantiti i suoi diritti.L'arte cosi come la legalità sebrano due entità astratte ma non è cosi.Sono stato sempre convito che l'arte non è solo estetica,ma quando fa riflettere sui problemi sociali e dell'umanità diventa uno strumento per risvegliare le coscienze,Cosi l'artista che è sensibile ai temi sociali non può esimersi dal denunciare con lo strumento che ha a disposizione le discrasie della società ed in essa delle lobby di potere.Il potere infatti non ama essere criticato, qualunque ideologia proclami e di qualunque colore si veste. Il potere ama conservare e preservare se stesso e può influenzare ed indirizzare la politica,la società. Nelle mie opere ho cercato di segnalare e sottolineare il ruolo devastante del potere sulla politica,sull'ambiente,sulle persone.Il denaro alleato stretto del potere pur di svilupparsi tende a calpestare la dignità dell'uomo e la bellezza della natura e spesso la salute stessa di ciascuno.Per questo ho pensato alle mie opere come strumento di denuncia sociale.E quando ho segnalato l'inquinamento di cui siamo noi stessi vittime ogni giorno puntuale è arrivata la reazione con denuncia,con ostracismi,e con l'indifferenza alle mie opere che talvolta sono state dele provocazioni,proprio per dimostrare come le generiche affermazioni di legalitàa nulla valgono quando si dice di voler fare una cosa e poi si realizza l'esatto opposto.Recentemente con amici,giornalisti,politici di buona volontà stiamo provando a mettere in campo un laboratorio culturale trasversare che ha ala base l'onestà ,l'osservanza dei valori umani,il rispetto delle diversità l'ipegno per conservare alle generazioni future un pianeta ed un ambiente vivibile fatto da persone solidali nei fatti.Per questo abbiamo pensato di dover accerttare il confronto con gli uomini di buona volontà.E' in questo spirito che ho deciso di accertare questo riconoscimento che viene da chi vuole intestarsi un progetto di cambiamento che possa migliorare la qualità della vita della nostra terra.E' una la sfida che lanciamo a voi e che facciamo a noi stessi.Pittore antimafia Gaetano Porcasi.www.gaetanoporcasi.it
Commenti