I convogli americani passavano e i bambini si accalcavano intorno per chiedere e ricevere caramelle; un'immagine che gli italiani conoscono bene per averla sentita raccontare dai propri nonni, quando gli Usa ci liberarono.
La "resistenza irachena" fa esplodere le autobombe al loro passaggio, nonostante la folla di civili e soprattutto di bambini. Una strage: 42 morti, tra i quali 34 sono bambini.
La resistenza, quella osannata e finanziata anche dal Campo antimperialista, ringraziata da un Ponte per... e dalle simone.
Vadano davanti a loro, a dire "grazie"
Settembre 2004 Archives
Bertinotti l'ha definito "violentemente antimusulmano", le anime belle si sono deformate la faccia con una piega di disgusto.
E' vero: i fatti hanno potere solo agli occhi degli onesti.
"Sono passati venti giorni, in un’altalena crudele di sgomento, di falsi comunicati, lunghi silenzi, precari sollievi.
Due ragazze, che ormai tutti abbiamo imparato a conoscere, sono ancora perse e non sappiamo come stanno (domenica 26, le due ragazze erano ancora sequestrate, ndR). Non sappiamo come vengano trattate, non sappiamo cosa pensino, come pensino a noi e a se stesse, non sappiamo cosa pensino prima di addormentarsi e che cosa sognino nella lunga notte. Non sappiamo nulla, se non che mancano da venti giorni.
Sappiamo di noi stessi o crediamo di sapere. Ci siamo comportati bene, compunti come una scolaresca il giorno dell’esame: il governo ha fatto le sue mosse, l’opposizione ha fatto la sua parte, il presidente della Repubblica è stato come il padre di una famiglia meno rissosa del solito.
I musulmani d’Italia hanno contribuito a dimostrare che con i permessi di soggiorno vengono distribuiti anche principi comuni, più forti di ogni multiculturalismo, o almeno il minimo sindacale: si liberino le due Simona. E’ servito finora più a noi che a loro due.
Certo non potevano mancare le analisi a buon mercato e l’esercizio estenuato delle ipotesi, il lavorio giornalistico ai fianchi delle famiglie con le postazioni sotto casa.
L’ultima ricostruzione italiana del sequestro di cui abbiamo avuto notizia qui, sostiene che gli americani, arrivati sul luogo dopo pochi minuti, si sono guardati bene dall’inseguire i sequestratori, come a voler dimostrare ancora una volta la mano del perfido Allawi, del perfido Negroponte, e spacciare l’eterno teorema di Bush colpevole di tutto, della Cia dietro a ogni misfatto: sono loro i responsabili di tutto il male del mondo.
Guardiamo da qui all’Italia come al nostro paese lontano, e a volte poco nostro, infagottato di correttezza politica e miopia.
Metti un esempio banale: vediamo su un palazzo di Milano, ma immaginiamo anche altrove, le grandi foto delle due Simona.
Tra molte hanno scelto proprio quelle in cui il capo è coperto dal velo, si chiede la loro liberazione mostrandole meno libere che in altre immagini.
E’ vero, ci sono donne, e giornaliste, che si inchinano al rito con una civettuola sottomissione e persino esibiscono con gusto il dazio pagato, non al rispetto degli usi altrui, ma all’inciviltà dell’intolleranza.
Le donne cristiane a Baghdad non portano il velo, hanno il coraggio difficile della diversità.
Costa fatica guardare i fatti, terribili nella loro semplicità.
La morte di Enzo Baldoni è già stata dimenticata dai suoi stessi compagni di strada nella lezione feroce che impartì: siamo tutti colpevoli agli occhi del terrorismo.
E nessuno si è mai chiesto quanti pacifisti, o magari solo persone per cui il baseball era tutto nella vita, morirono nelle Due Torri.
Erano tutti colpevoli per Atta e bin Laden, erano tutti americani o servi della globalizzazione, per chi volle vedere in quel giorno non l’inizio di una guerra, ma la conseguenza cercata, magari non meritata in quella forma…ma comunque non è un problema nostro, chiamiamoci fuori.
Guardiamo all’Italia da lontano, abbiamo scorto nelle manifestazioni le bandiere palestinesi, non il ritratto di Baldoni. E’ stato ucciso da un fuoco amico?
E’vero, tanti figli di mamme italiane portano con levità morale la kefiah, il fazzolettone bianco e rosso, o nero, e non sappiamo cosa pensino le loro mamme quando gliele lavano, e si accorgerebbero che è la stessa kefiah che copre il volto del boia se non fossero protette da chi certe cose non le mostra perché si fa il gioco del terrorismo.
Meglio parlare d’altro. I fatti hanno il potere agli occhi degli onesti, di rovesciare i pregiudizi.
Metti i colpi di mortaio contro la sede di “Un Ponte per …”
Premesso che anche per noi è la seconda giornata di gioia. Premesso che non vorremmo che si creassero confusioni e qui pro quo. Premesse tutte le cose ovvie che si possono premettere, vorremmo fare un’osservazione marginale. La mamma di Simona Torretta era il ritratto della felicità, ciò che ha commosso anche delle bestiole come noi.
Le telefonate, il ritorno a casa, l’emozione, l’orrore lasciato alle spalle, la frase più bella e più toccante: “Sono rinata, sono nata due volte”.
E il calore del quartiere, le sorelle felici per la fine dell’incubo, gli amici, i compagni, i brindisi, insomma, tutto quello che c’era e che si vedeva, era schietto e immediato.
Allora un’altra doverosa premessa: noi considerati di destra, e tanto più in quanto voltagabbana, siamo, come si sa, un po’ dei bacchettoni di ritorno, molto rispettosi della tradizione, dell’unità della famiglia, perché i figli obbediscano ai genitori, eccetera.
Eppure, quando abbiamo sentito dire alla signora Anna Maria: “Ma se non torna in Iraq non è più la mia Simona”, si è pensato che un bel “Vaffanculo, mamma!” sarebbe stato perfino sopportabile.
Andrea's version - Il Foglio
"(...)
Quando l'Iraq era solo uno dei tanti Paesi sotto scacco, non ancora una battaglia politica, c'erano diversi imprenditori italiani che utilizzavano i canali umanitari per fare business.
Costruttori edili che finanziavano voli per salvare bambini malati, e intanto trattavano col regime.
Petrolieri che scambiavano sottobanco cibo e greggio.
'Un ponte per..', che a differenza di altre ong si è sempre chiamata fuori da questi traffici, dal 1991 a oggi ha però dovuto mantenere contatti con chiunque. Senza sottilizzare troppo sull'appartenenza ideologica di chi arrivava in Iraq. Senza opporsi granchè alla brutture del regime.
Amicizie innocue, collaborazioni rischiose.
Attraversavano il Ponte per tutti gli ulivisti e i no-global in visita agli ospedali iracheni, naturalmente da Tana De Zulueta a Vittorio Agnoletto, da Raniero La Valle a Paolo Cento.
Usavano i "rossi" del Ponte per anche ultrà della Lega come Irene Pivetti, che da presidente della Camera (1995) si adoperava per trasportare all'ospedale di Niguarda i bambini malati.
Ma siccome la solidarietà non aveva colori nè odori, ogni tanto bisognava pure tapparsi il naso di fronte a qualche ospite ingombrante: nel 2002, a un convegno di Napoli sulla cultura mesopotamica, fu invitato come conferenziere un rettore universitario della Tikrit del raìs.
Sotto embargo o sotto le bombe non hanno mai mollato l'Iraq, i pacifisti del Ponte. E a volte tanta vicinanza è stata scambiata, dagli stessi saddamisti, per adesione alla causa: la marcia di Capodanno 1999, 5mila bambini di Bagdad portati in piazza a manifestare contro l'"aggressione e il genocidio" americano, fu descritta dalla stampa italiana come una vera manifestazione filoremige, piccoli iracheni che sfilavano sotto la pioggia alzando ritratti di Saddam.
Anche sul sito dell'associazione, fra i 313 comunicati stampa datati fra il '96 e oggi, abbondano le denunce antiamericane, il sostegno al leader palestinese Barghouti che Israele ha condannato per terrorismo, le accuse di repressione popliziesca alle autorità italiane per i lacrimogeni usati ad Acerra.
Ma non si trova un titolo contro trent'anni di dittatura in Iraq (...)
Francesco Battistini - Corriere della Sera Magazine
Gli ostaggi italiani sono liberi e nelle mani della Croce Rossa Italiana!
Non ho ancora ben capito se hanno rilasciato anche i due iracheni rapiti.
Grande notizia.
Ora vediamo quanto ci mette la sinistra a chiedere il ritiro delle truppe.
Spiacente per i due francesi, ma pare che mettersi a pecora con Hamas non sia servito ad accellerare i tempi della liberazione (perchè ad ipotesi diverse dalla loro liberazione no voglio neppure pensare).
Leggendo queste storie ti viene un tormento, un pensiero fisso e fastidioso, ma forse utile: il rifiuto del principio di reciprocità è necessariamente un dogma?
Può un pubblico ministero che sostiene l’accusa infangare la storia civile e umana di un imputato per screditarlo e chiederne la condanna? Può.
Ho sollevato il caso, segnalandolo al Csm, dopo aver letto la requisitoria infamante del pm di Lecce contro il questore Francesco Forleo. Può un avvocato infangare la memoria di una persona, assassinata perché combatteva la mafia, per difendere il suo cliente imputato di quell’omicidio? Può.
L’ha fatto un avvocato di Palermo difendendo un mafioso processato per aver ucciso Peppino Impastato.
Sia chiaro, non contestiamo il diritto-dovere di quell’avvocato a difendere quell’imputato. Contestiamo il diritto che pm e avvocati hanno di demolire l’immagine dell’accusato, o della parte civile, con parole infamanti.
I familiari di Impastato hanno replicato con parole forse pesanti ma comprensibili, se dette dalla madre o dal fratello.
Un giudice, in nome della legge, li ha condannati a pagare una somma. Non pagandola gli sequestrano quel poco che possiedono.
E’ una vergogna. Ma il problema sta a monte.
Chiediamo: perché si consentono queste aggressioni nelle aule giudiziarie, alle quali non si può replicare per le rime senza una condanna?
Em.ma
Se dovesse vincere Kerry la posizione di Francia e Germania nei confronti dell'Iraq non cambierebbe; avrebbero solo qualche difficoltà in più nel pronunciare i soliti "no".
E poi Parigi ha pessimi rapporti anche con Allawy e quindi l'elezione di Kerry non risolverebbe granchè; certo, se se ne andasse il premier ad interim, la Francia, potrebbe contribuire a diminuire un po' il debito iracheno e magari, guarda un po', partecipare ai progetti di sviluppo del Paese, ma nulla di più.
Qualcuno lo spieghi a Kerry - (via Camillo)
L’Assemblea nazionale turca, riunita domenica in seduta straordinaria, ha approvato la riforma del nuovo Codice penale, escludendo l’adulterio dalla lista dei reati.
Dopo il viaggio a Bruxelles del premier Recep Tayyip Erdogan e il chiarimento con la Commissione è un altro passo avanti verso il possibile inizio dei negoziati per l’ingresso della Turchia nella Ue.
Ha ragione, dunque, a minimizzare l’incidente della penalizzazione dell’adulterio l’ex ministro degli Esteri Yasar Yakis, diplomatico di lungo corso e attuale presidente della Commissione parlamentare per l’armonizzazione con l’Ue:
«Intanto esprimo tutta la mia solidarietà a voi italiani, con l’augurio che nulla accada alle due giovani rapite in Iraq. Quanto all’islamofobia europea, è sbagliato pensare che l’Akp voglia islamizzare la società turca - dice Yakis -Il partito di Erdogan non ha un’agenda segreta. Non ha obiettivi religiosi. Rispetta il regime secolarizzato».
Eppure, non meno di tre mesi fa, Erdogan ha tentato di aprire ai liceali usciti dalle scuole religiose l’accesso all’università, suscitando manifestazioni di piazza e infine il veto del presidente della Repubblica:
«Noi volevamo solo ridurre lo scarto che penalizza gli studenti usciti dai licei tecnici, professionali, oltre che dalle scuole religiose, rispetto a quelli dei licei ordinari», spiega Yakis, cercando di schivare il sospetto di integralismo. «Il presidente ha posto il veto, è vero. Ma se avessimo voluto insistere, quella riforma sarebbe stata approvata».
E se il rapporto della Commissione, in base al quale si deciderà l’apertura dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Ue, fosse negativo?
«Non lo voglio nemmeno pensare - risponde Yakis -. E’ come chiedere a uno che fa un esame per diventare capitano di marina: se lei si trovasse in mezzo al Mediterraneo, in piena tempesta, col motore rotto, senza vele, senza bussola, senza contatto radio con la terraferma, cosa farebbe?».
La Turchia però preoccupa i vecchi paesi d’Europa: in termini di ricchezza infatti cresce al ritmo del 10 per cento, in termini demografici all’1,4 per cento l’anno, e il 57 per cento della popolazione ha meno di 25 anni.
«Nel 2015 i turchi, secondo un recente rapporto saranno non 100 milioni, come teme Valéry Giscard d’Estaing, bensì 82, pari al 16% del totale della Ue a 25 membri. Mentre la popolazione della Germania nel 2020 sarà pari al 18%. Perché mai noi saremmo un problema e loro no? A parte il fatto che per risolvere le carenze della forza-lavoro è previsto un fortissimo aumento dell’immigrazione in Europa, la Turchia sarà solo un fattore di stabilità per l’Ue». Eppure le perplessità aumentano. I conservatori tedeschi, per esempio, sono pronti a rafforzare l’alleanza militare e la cooperazione economica, ma criticano l’allargamento, che di per sé, dicono, non è un’idea, in nome della diversità irriducibile delle radici storiche.
«Cosa significa essere europei? Essere cristiani, dichiarare guerra ai turchi. Questi signori usano solo una fra le tante definizioni che offre la storia. Piuttosto, suggerirei loro di rileggersi i documenti degli ultimi cinquant’anni; la domanda per entrare nella Comunità europea del 1959, gli accordi di Ankara del 1963 in cui si stabiliva che la Turchia dopo un periodo di transizione di 22 anni sarebbe diventata membro a pieno titolo, il trattato di unione doganale, la richiesta di adesione del 1987 secondo l’articolo 237 del Trattato di Roma, il vertice di Helsinki del 1990, e infine la decisione presa due anni fa di dare inizio ai negoziati nel dicembre 2004, se la Turchia rispetta i criteri di Copenhagen.
Certo, non è una promessa di entrare a pieno titolo nell’Ue, ma di aprire i negoziati i quali, vertendo su 31 capitoli diversi, potrebbero pure interrompersi se non dovessimo trovare un accordo».
Nel qual caso, cosa farebbe la Turchia, guarderebbe alle repubbliche caucasiche dell’ex-Urss, come Georgia, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan?
«Se la Turchia rifiuta l’ingresso nell’Ue - risponde ironico Yakis - non dovete aspettarvi che resti nel limbo. E’ naturale che si metta a cooperare con altri paesi».
Già nei rapporti con Israele non c’è qualche turbolenza da un po’ tempo?
«Sono rapporti fatti di reciproci vantaggi e reciproci interessi. La Turchia è una potenza regionale di media grandezza, e intende sviluppare rapporti con tutti i paesi dell’area, incluso Israele. Ma questo non significa dover approvare tutto quello che fa Israele, compreso l’uso sproporzionato della forza contro i palestinesi. La violenza porta sempre violenza. Noi usiamo i canali di comunicazione rimasti aperti per segnalare i rischi che la politica di Israele comporta per lo stesso popolo di Israele. Quanto alla cooperazione nell’ambito militare resta di reciproco interesse. Se dobbiamo modernizzare i nostri armamenti, scegliamo quei paesi, come Israele o come pure l’Italia, che ci offrono il know how e le soluzioni meno costose».
E con la Siria?
«Abbiamo almeno quattro secoli di storia e 870 chilometri di frontiera in comune, per non parlare delle famiglie divise sui due territori. Vorremo risolvere tutti i nostri problemi e vivere in pace. La protezione che la Siria ha concesso al Pkk, il partito rivoluzionario curdo, dopo la sua espulsione, è un problema archiviato. Non approviamo lo stanziamento di truppe siriane in Libano, che è un paese indipendente, e ha tutto il diritto di ottenerne il ritiro. Quanto alla situazione in Iraq, gli americani l’hanno gestita male, ma non per questo ora devono andarsene. Hanno avuto l’appoggio dei curdi, ma devono evitare di concedere loro maggiore autonomia sino a farne uno Stato indipendente, che finirebbe per compromettere l’equilibrio della regione sollevando l’antagonismo della Siria, dell’Iran, della Lega Araba, di quel che resta dell’Iraq oltreché nostro. In effetti, non vedo perché la Turchia non dovrebbe essere in grado di gestire in piena autonomia l’amicizia con gli Stati Uniti e il legame privilegiato con l’Europa come fa la Gran Bretagna».
Il Riformista
C'è anche - soprattutto - la vil pecunia dietro molti dei rapimenti in Iraq.
Lo dice Dambruoso, un uomo che a buon titolo può essere definito esperto della materia, ma che nessuno calcola mai manco di striscio, soprattutto a sinistra, dove pure con l'esaltazione (del lavoro) dei magistrati hanno dimostrato di saperci fare.
La telenovela della nostra connazionale (sigh) col burqa continua con una lettera al presidente della Repubblica in cui, la signora in questione, chiede a Ciampi "un'autorevole presa di posizione".
Visto il tipo non si esclude che l'esternazione possa avvenire nella direzione auspicata dalla nostra islamista nostrana.
Certo si rimane perplessi di fronte ad una prepotenza esercitata nei confronti della nostra società e delle nostre leggi, che oltre a venire avallata dal prefetto che annulla l'ordinanza del sindaco, viene rigirata e spacciata per ingiustizia subita.
Repubblica fa molta confusione, confondendo velo e burqa, ma soprattutto non menziona il rifiuto della donna, resa completamente irriconoscibile dall'abbigliamento, a togliersi la copertura davanti al viso per permettere l'identificazione della persona.
Tra l'altro in un momento così delicato per l'Italia, obiettivo primario del terrorismo islamico che certo non esiterebbe a nascondersi sotto un burqa per portare a termine un attentato.
Chissà se Pisanu sta dormendo..
Il premier egiziano Hosni Mubarak ha invitato i musulmani ad isolare i terroristi islamici:
"...l'Egitto si oppone all'utilizzo degi ostaggi per raggiungere obiettivi politici o economici. Il Governo iracheno fa tutto il possibile, ma la fine dei rapimenti non potrà avvenire che grazie al popolo iracheno, che deve ribellarsi contro la minoranza che porta a termine i sequestri."
Certo è intervenuto in concomitanza con il rapimento di sei egiziani e quattro iracheni, tutti dipendenti della Iraqna Mobile Net, ma la condanna dei sequestri è stata senza discriminazioni di sorta e riferita al rapimento come mezzo di lotta.
Come ti fa vedere il filmato Ballarò
C’ è una parte d’Italia e d’Europa con la strana tendenza a considerare il ritiro delle truppe dall’Iraq una grande possibilità per la pace.
A ogni sgozzamento, a ogni video d’esecuzione diffuso per internet, a ogni minaccia telematica, salta sempre su qualcuno con la ricetta: ora più che mai si deve lasciare l’Iraq.
Abbiamo spiegato più volte la nostra ostilità questa soluzione: significherebbe cedere al ricatto (grave non tanto per il nostro orgoglio ma per il nostro futuro) e consegnare l’Iraq ai terroristi islamici perché ne facciano un covo di kamikaze da spedire in Occidente.
A parte la differenza di vedute, si prova stupore nel vedere come il dibattito attorno all’Islam fanatico si sia ristretto alle vicende irachene, e non soltanto adesso con la terribile vicenda delle due Simone.
L’abbattimento delle Torri gemelle sembra preistoria, la carneficina di Beslan una parentesi, i massacri di Istanbul, di Casablanca, di Madrid un piccolo ronzio nelle memorie. Comunque si va a parare lì: George Bush ha sbagliato, le armi di distruzione di massa non c’erano, i soldati americani inglesi sono invasori, i tagliagole sono resistenti.
Ma se si prendesse un mappamondo e si tracciasse un segno su ogni città colpita dai terroristi, si vedrebbe che non c’è continente estraneo a questa guerra, che c’era prima dell’Iraq, che andrà avanti qualsiasi debba essere la sorte dell’Iraq.
Chiaro, non siamo più intelligenti noi. Questo scenario l’hanno ben presente tutti, ma qualcuno preferisce tenerlo in secondo piano perché sul teatro dell’Iraq, sulla paura per le decapitazioni e sull’emozione per il caos e le autobomba, fare una certa politica di opposizione a tutti i costi - e dunque di propaganda - è più facile ed efficace.
Chi legge la stampa progressista italiana s’è fatto di John Kerry (il candidato democratico alla Casa Bianca) un’idea quantomeno incompleta.
La maggior parte di noi conosce la promessa di Kerry: se vincerò, la mia America agirà più in sintonia con gli altri paesi.
I leader del centrosinistra italiano ripetono con entusiasmo il proponimento di Kerry forse con l’intenzione di persuaderci che Kerry andrà al dialogo con l’Islam sotto braccio Chirac, Schroeder e Zapatero. Nei giorni della convention democratica, Libero evidenziò il modo in cui il discorso di Kerry fu trattato dal Riformista e dall’Unità.
Il Riformista pubblicò l’intervento integrale; l’Unità omise le parti in cui Kerry garantiva ogni sforzo armato per schiacciare i fondamentalisti assassini e in cui, per darsi una credibilità bellica, ricordava lo spirito e la determinazione con cui si arruolò volontario in Vietnam.
Il Riformista commentò l’episodio con ironico distacco: non l’hanno fatto per disonestà, scrisse, ma per mancanza di spazio.
..il Foglio, con un articolo di Christian Rocca, ha ricordato una recente tirata di Kerry all’Università di New York: dobbiamo distruggere i terroristi di Al Qaeda, per farlo abbiamo bisogno di un esercito più forte, e in Iraq dobbiamo potenziare l’Onu e l’Onu deve essere protetto da truppe provenienti anche dai paesi che hanno rifiutato di partecipare all’azione di Bush. Questo ha detto Kerry e questo nel reportage dell’Unità è scomparso.
... nel sito internet di Roberto D’Agostino, è stata trascritta l’intervista concessa da Kerry a David Letterman.
Kerry ha detto cose che non saranno lette su nessun quotidiano italiano vicino al centrosinistra.
Per esempio, tutti noi credevano che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa e fosse in procinto di usarle; la colpa di Bush, ha detto Kerry, è stata la fretta: doveva continuare ad affidarsi agli ispettori dell’Onu. Una tesi discutibile, vista l’arrendevolezza e l’inconcludenza degli ispettori, ma che esclude l’idea di un Bush mefistofelico e bugiardo.
Non è ancora niente. C’è da leggere le parole di Kerry:
«Il risultato è che tutta Al Qaeda è aumentata, è più pericolosa ed è presente in tutto il mondo. Ora dobbiamo continuare questa guerra in maniera più efficace. Ecco perché voglio raddoppiare il numero delle forze speciali alle loro calcagna, ecco perché voglio dei servizi informativi migliori, perché se non sappiamo chi sono, dove sono e come arrivare a loro prima che arrivino a noi, non potremmo lottare efficacemente contro il terrorismo».
Capito? Certo, Kerry rimprovera Bush. Gli rimprovera di aver abusato della fiducia degli americani, di non aver saputo lavorare con l’Onu, di essersi ficcato nell’avventura irachena e di non sapere come uscirne. E gli rimprovera altro:
«Ha ignorato la Corea del Nord, il materiale nucleare che circola incontrollato in Russia, ha ignorato l’Iran».
Kerry sa (e lo sa bene Bush) che questa guerra è planetaria, andrà combattuta in ogni angolo del mondo e l’Iraq è soltanto una tappa.
L’ex premier spagnolo José Maria Aznar - rivolgendosi a chi conta di risolvere i guasti del terrorismo col dialogo e la fuga vile da Bagdad - ha detto:
«Il problema della Spagna con al Qaeda e il terrorismo islamico non inizia con la crisi irachena, bisogna tornare indietro all’ottavo secolo, quando la Spagna venne invasa dai mori e rifiutò di diventare parte del mondo islamico, lanciando una lunga battaglia per ristabilire la sua identità».
A dirle, certe cose, si passa per biechi guerrafondai impegnati a infiammare la Terra in uno scontro di civiltà. Per cui ad Aznar non si concede nemmeno la presunzione della buona fede. Gli si dà dello schiavetto di Bush e dell’irresponsabile. Kerry, siccome di Bush è avversario, invece lo si censura, lo si stravolge, lo si dipinge per quello che non è.
Questa è l’Europa piccina che piagnucola alla ricerca di un peso internazionale che non avrà almeno sin quando rifiuterà di guardare avanti, come fanno Kerry e Bush (con idee diverse), o di guardare all’indietro, come fa Aznar.
Siamo dentro fino al collo in una guerra dalla quale nessuno è escluso, che dura da millenni, talvolta si assopisce, poi torna fuori.
Durerà anni, a Bagdad e a migliaia di chilometri da Bagdad. Potremo fissarci su Bush, su Saddam, potremo ritirare tutte le truppe che vorremo.
Potremo scappare dalla guerra fin dentro le nostre cantine, e la guerra ci seguirà anche lì.
Mattia Feltri - Libero
"C'è un messaggio più grande per il mondo di un bambino che muore per Allah?"
Yasser Arafat durante un programma tv per i piccoli - Gennaio 2002
Pare che due persone implicate nel sequestro delle ragazze italiane siano state arrestate
(la notizia è data anche da La 7 in questo momento)
C'è tutto un fiorire di tesi su quanto siano sacre per l'islam le donne ragion per cui sarebbe un sacrilegio aver ucciso le due Simone.
Me lo auguro di tutto cuore, ma i precedenti di Beslan e i fatti più recenti del terrorismo islamico, che colpisce le sue sorelle nei mercati e nelle strade irachene, non confermano che questa visione sia rispettata dai terroristi.
L'unica speranza per le due ragazze italiane.
C'è un cittadino "quasi" italiano, con moglie e figlio italiani, rapito in Iraq, del quale nessuno si occupa.
Ayad Wali, nato 43 anni fa in Iraq, viveva da 25 anni in Italia, a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, dove conduceva con il fratello una ditta di import-export; era andato a Bagdad per affari.
Rapito 22 giorni fa, non se ne sa nulla, nè mai viene nominato nelle varie fiaccolate organizzate per la liberazione degli ostaggi.
Quando è stato rapito era al telefono con la segretaria che ha sentito questa frase dei rapitori:
"Quest'uomo è un nemico, deve essere ucciso perchè cura gli interessi dell'America e dell'Italia"
Ramon Mantovano, responsabile Esteri di Rifondazione Comunista, dice che ne ha sentito parlare solo due giorni fa (e pensare che io lo sapevo da 22, visto che i telegiornali ne avevano parlato ..) e che non spetta a lui organizzare fiaccolate, ma che in ogni caso nella richiesta di liberazione degli ostaggi erano contemplati tutti. Certo.
E poi che la colpa è del governo:"cominci a dargli la cittadinanza e poi facciano il possibile per liberarlo".
Direi che forse l'ultimo regalo che gradirebbe in questo momento, se ancora vivo nelle mani dei rapitori, sarebbe proprio la cittadinanza italiana. Non è un gran passepartout..
Titti De Simone, diesse, dice che è colpa del governo, che loro hanno richiesto la liberazione di tutti gli ostaggi; inutile farle notare che degli ostaggi italiani per i quali si è manifestato c'erano i nomi sui cartelli e sugli striscioni, ma di quello di Ajad nemmeno l'ombra a matita.
L'unico che non svicola è Marco Minniti, diesse:"E' vero, non possono esserci ostaggi di serie A e di serie B. La liberazione va chiesta per tutti"
Libero
Un blitz dei soldati americani libera una donna canadese, rapita 16 giorni fa in Iraq.
Era stato mantenuto, per volere della famiglia, il silenzio assoluto sul rapimento.
Piette pettigrew, ministro degli Affari esteri canadese, ha affermato di credere che "l'esito positivo del caso possa essere risultato della strategia " adottata.
Prima della guerra, c'era il terrorismo in Iraq?
Non molto, a parte quello di Stato.
In compenso lo si foraggiava e pianificava accuratamente, dall'interno del Paese
Dei 174 terroristi più pericolosi di Al Qaida, ben 47 soggiornano in Italia e hanno tutti un ruolo di rilievo nell'organizzazione.
Il rischio è che l'Italia, da sempre retrovia della guerra santa, diventi terra di jihad
Il giudice Dambruoso lo dice da oltre dieci anni.
A sinistra si è in attesa di Kerry for President, con in testa Fassino, per "poter fare tutto ciò che non si poteva" con Bush: esattamente le stesse cose che avrebbero dovuto fare fino ad oggi, forse di più, nulla di meno.
Che il programma - sbianchettato da l'Unità - di Kerry sia la fotocopia mutevole e sbiadita di quello di Bush poco importa: è realistico, la sola strada per la pace.
E' la fotocopia di quello di Bush 26.2%
E' l'impianto di Bush ma più sfumato 27.3%
E' realistico, la sola strada per la pace 28.0%
Non conta,le elezioni Usa non si giocano sull'Iraq 11.6%
Non lo so 6.9%
Nabil al Khatib, direttore dell'emittente panaraba Al Arabiya, ha dichiarato che non trasmetterà i video - ultimatum dei terroristi che riguardano gli ostaggi:"aiutano i terroristi, la nostra e' una scelta etica".
Al Jazeera sa sempre tutto prima di tutti ... contatti diretti col Profeta? via 1972
Pare che abbiano ucciso le due Simone; non so se sia vero, tutto può essere con quella marmaglia infame, la cosiddetta "resistenza irachena".
Questa macelleria islamica feroce e senza senso, dà l'orizzonte e la definizione del nemico che si combatte.
Quello dei bambini stuprati, scannati, assetati nella scuola di Beslan, da uccidere con le mitragliate nella schiena; quella di Kim Sun, dei nepalese fucilati e sgozzati fino a farci sentire il rantolo del respiro interrotto che sfiata dal collo aperto; quello di Eugene Armstrong, che barcolla davanti alla telecamera, tremante, mentre i codardi si autoproclamano "esercito coraggioso".. ci vuole coraggio a sgozzare in cinque un uomo incaprettato e bendato, certo.
Poi è toccato ad Jack Hensley, e adesso toccherà a Kenneth Bigley (questa volta però vogliono centellinarci l'orrore e così hanno girato il video con l'appello del condannato a morte, rassegnato, umiliato, terrorizzato), se non l'hanno macellato un istante esatto dopo la fine del video.
Non mi stupirei, nulla mi stupisce di quelle bestie.
Questi sono solo una manciata di nomi in una lunga lista composta da camionisti, lavapiatti, giornalisti, operai, traduttori, autisti; gente comune, spesso musulmani, lavoratori come altri che mai hanno torto un capello ad un solo iracheno.
E' una violenza senza senso, selvaggia, barbara; la violenza dei nuovi nazisti che chiamano gli ebrei "figli di maiali e di scimmie", i cristiani "cani", qualunque persona non musulmana "infedele" senza risparmiare coloro che , della stessa religione, non la pensino come loro e che viene definito apostata e traditore.
Come i nazisti, peggio dei nazisti.
Questi sono i nostri nemici, coloro che non si fermano davanti a nessuna porta se non li fermi per primo, che non conoscono altra legge che non sia quella della barbarie, altro dialogo che non sia quello delle armi.
Questi sono coloro che lanciano le granate fra i bambini ma che prima li stuprano e li assetano, che rapiscono donne dedicate alla popolazione sofferente per ucciderle, che fanno saltare per aria la Croce Rossa che porta sostegno alla gente che soffre, che uccidono i propri fratelli nei mercati, sugli autobus, nelle scuole, mentre fanno la fila per un lavoro.
Sono quelli che lanciano gli aerei contro le Twin Towers, che sgozzano le donne afghane che vanno ad iscriversi alle liste elettorali, che si fanno saltare in aria nei cinema e nei supermercati.
Gli stessi che da un decennio hanno sparso basi operative in Europa e in Italia, che fanno esplodere i treni spagnoli pieni di civili.
Non vogliono alcun tipo di pace che non sia quella delle loro lame e di un Dio violentato e bestemmiato cento volte al giorno dal loro delirio.
Vogliono la loro ricchezza e la povertà del proprio popolo per tenerlo sotto il giogo, vogliono il califfato, vogliono che il mostro della morte sia appeso ad ogni abitante del pianeta che non si pieghi all'oscurantismo e al fondamentalismo.
Sono terroristi, non resistenti, sono criminali e non sono stati importati dall'intervento in Iraq: c'erano già.
C'erano e facevamo finta di non vederli, convinti che non indispettire ilo nemico lo placasse e lo inducesse a miti consigli; ma il nemico non combattuto si arma, si addestra, si moltiplica, silenziosamente, per sferrare l'attacco quando meno te lo aspetti, per accerchiarti e stringerti fino alla morte oppure alla resa.
O l'Occidente lo capisce e fa fronte comune, oppure verrà raggiunto dalle bombe sui treni e nei metrò, dai tagliatori di teste fino dentro casa.
Sono già qui, ci hanno avvisato: inutile e e distruttivo far finta che non sia vero.
Nascondersi dietro il paravento del "dialogo con l'islam moderato" non serve, chè non siamo all'assemblea di condominio ma in guerra, in una guerra mondiale, dove l'islam moderato perde voce ed è imprigionato nell'abisso del terrore.
Se non lo si libera da questa tenaglia di orrore e di morte è impotente, non serve a nulla.
Anche lui, Jacques Chirac, è incredulo. Prova orrore e “incomprensione”, come ha dichiarato a margine dell’assemblea generale dell’Onu, per la decapitazione dell’ostaggio americano da parte di al Zarqawi.
Che anima candida, questo presidente dalla lunga e fortunata carriera. Vediamo se gli possa andare bene questa, di spiegazione, non lasciamolo solo con i suoi dubbi.
Dunque, sarebbe in corso una guerra. Da una parte l’avanguardia organizzata della umma musulmana, gli islamisti detti radicali o fondamentalisti, con le evidenti complicità diffuse nelle società e negli stati arabo-islamici. Dall’altra ci saremmo noi, gli infedeli. L’occidente in primo luogo, con i suoi cristiani delle diverse confessioni e con i suoi ebrei, ma anche tutti gli altri, buddisti nepalesi, shintoisti giapponesi, e magari i cinesi che sono nella prospettiva d’assalto anche loro.
Ne va di mezzo di tanto in tanto qualche apostata, sia gli ulema rivali sia l’odiato sciita educato a Londra fatto fuori a due giorni dalla liberazione di Baghdad sia qualche obiettivo ascrivibile a quella parte della casta saudita che non finanzia direttamente il terrorismo e le sue madrasse, le scuole coraniche dove si insegna ad amare il paradiso e a conquistarlo offrendo agli infedeli nel martirio il loro inferno.
Non è l’apocalissi né la fine della storia, è anzi la continuazione della storia dal medioevo ad oggi, quella storia che nelle scuole francesi si insegna con puntiglio e serietà.
Può essere che in questa guerra la diplomazia francese riesca a trovare una via di salvezza per i due ostaggi francesi, di cui si dice che siano “liberi”, su autorizzazione speciale di al Zarqawi, di documentare le atrocità americane in Iraq e la benevolente resistenza all’occupazione. Può essere, e tutti ce lo auguriamo.
Ma la sottile differenza tattica non cancella la tenacia strategica, e la vena profetica, di una guerra religiosa e di civiltà nata nel cuore puritano dell’islam contemporaneo e nella sua variante sciita candidata a possedere l’arma nucleare, una guerra di cui il terrorismo è solo la tecnica operativa, una guerra e non l’opera di “criminali”, come ha detto per consolarsi il leader della sinistra italiana Fassino in tv.
Una guerra che unisce un numero di musulmani radicali sufficiente a spargere il terrore in occidente, con il rito delle decapitazioni, ma che non è ancora riuscita a unire l’occidente, anche per i veti francesi, nella controffensiva.
Eccola la spiegazione che potrebbe diradare l’incomprensione del presidente Chirac
Il Foglio
Niente e nessuno mi convincera' che la guerra di Bush e' sbagliata
e tanto meno fallimentare.
Dov'e' il pantano iracheno? Nel fatto che sono morti 1000 soldati e circa 12.000
civili iracheni, questi ultimi per mano, in gran parte, dei loro stessi connazionali? O perche' un centinaio di disgraziati sono stati sequestrati e a volte liberati e a volte sgozzati da un numero imprecisato di bestie fanatiche?
Confrontate col periodo di guerra e dopoguerra che va dal '39 al '48 (mi fermo all'attentato a Togliatti), i combattimenti che ogni giorno, via tg, ci feriscono; secondo me, per il Pentagono sono solo scaramucce.
E' la sindrome da microscopio che ci frega.
Non ricordo quale generale americano reduce dalla seconda guerra mondiale ha detto: "Se durante lo sbarco in Normandia ci fossero state tutte le tv che oggi sono in Iraq, non avremmo potuto liberare l'Europa".
Io ci credo.
La' c'erano dei ragazzini che cadevano come mosche a migliaia. C'erano brandelli di corpi ovunque. Il mare era rosso del sangue degli Alleati.
Ogni loro avanzata travolgeva anche chi, incolpevole, veniva a tiro.
Ci furono governi provvisori, repubbliche di Salo' e di Vichy.
Ci furono rastrellamenti casa per casa, chiesa per chiesa e stupri.
I partigiani comunisti (lo sappiamo solo oggi) massacrarono decine di migliaia di persone.
Nel '48 dopo l'attentato a Togliatti apparvero interi arsenali nascosti nelle case dell'Emilia e della Toscana.
Avete idea della reazione del cittadino americano o inglese se ci fosse stata Al Jazeera dalla parte dei nazifascisti a mostrare solo i loro figli morire?
Quei pacifinti americani che hanno manifestato portando a spalla 1000 bare
vuote…in quanti sarebbero dovuti essere per trasportare anche solo quelle per
i morti di Ohama Beach?
Blindinorge
"Domandina a risposta multipla:
qual è la coppia di direttori di giornale che non ha chiesto scusa né rettificato né tantomeno si è dimessa dopo essere stata colta con la mano nella marmellata del pregiudizio di sinistra?
a) il direttore e il presidente della Bbc dopo la falsa accusa a Tony Blair di aver esagerato la minaccia di Saddam;
b) il direttore e il vice del New York Times dopo aver protetto un cronista falsario di pelle nera allo scopo di evitare che la colpa ricadesse sulla legge che favorisce le minoranze etniche;
c) Dan Rather e la Cbs dopo aver trasmesso falsi documenti contro Bush;
d) i vertici del Daily Mirror dopo aver pubblicato una foto taroccata di torture inglesi in Iraq;
e) la direttora dell'Espresso per aver pubblicato le medesime foto false del Mirror (quando si sapeva già che erano una bufala)[...]
(...)
Anche il nostro giornalismo è vessato dallo stesso pregiudizio di sinistra del resto della stampa occidentale, solo che altrove sono più corretti, ammettono gli errori, chiedono scusa, chi sbaglia paga e distinguono chiaramente tra articoli di cronaca e commenti. In Italia no.
Una kamikaze palestinese si fa esplodere a Gerusalemme.
Secondo un recente sondaggio, in Marocco, uno fra i più occidentalizzati degli Stati dell'islam, il 75% della popolazione festeggia quando esplode un autobus in Israele.
Vero che essere considerati "buoni occidentali" dall'Iran è piuttosto sospetto, ma insomma ... Cat Stevens è pericoloso?
L'altro ieri seguivo Fassino a Porta a Porta che ad un certo punto dice, più o meno: vorrei che vincesse Kerry perchè terrebbe in politica estera una condotta multilateralista, non come Bush ... la prima cosa che farebbe, in casi come quello iracheno, sarebbe quella di telefonare agli alleati..
A me risulta che Kerry abbia come scopo, in caso di elezioni, quello di far entrare in Iraq i soldati europei che attualmente non ci sono, ad esempio, come quelli francesi o tedeschi.
Mi risulta che abbia dichiarato che non attenderà mai "la luce verde dall'estero" quando in gioco dovesse esserci la sicurezza americana. Questo cosa significa? Che lui comporrà il numero di telefono di Chirac, di Berlusconi e di chiunque altro, ma che nel momento in cui dovesse ritenere il pericolo incombente o il colpo ricevuto di una certa gravità, del loro dissenso non si curerà.
Esattamente come Bush, direi; con la differenza che Kerry cambia idea tre volte al giorno.
La Croce Rossa Italiana, l'unica rimasta in Iraq, è l'obiettivo dei terroristi, ma tutti gli ottanta volontari hanno deciso di proseguire la missione umanitaria.
Preoccupante che sia protetta dai miliziani di Al Sadr
Nunzio D'Erme non è nuovo alle idiozie, c'è da dirlo; lo sa bene Bertinotti che lo tiene a distanza.
Ma il capo dei noglobal romani sembra non voglia mai smentirsi:
"E' chiaro che il rapimento delle nostre compagne (le due Simone, ndR) è stato organizzato dal premier Allawy e dalla Cia come avvertimento alle Ong che lavorano in Iraq e che non vogliono allinearsi al governo filoamericano.
In Iraq è in corso una nuova strategia della tensione. Vogliono far apparire gli iracheni cattivi e giustificare così i bombardamenti che ogni giorno mietono vittime tra i civili.
Vogliono allontanare quelle organizzazioni che non fanno il lavoro del governo americano e che in qualche modo aiutano la resistenza
A me non fanno paura tanto i tagliatori di teste (si accettano scambi di prigionieri, ndR), ma il ministro Frattini che se ne va in giro a incontrare governi che sono contro l'Iraq" (fonte:Libero)
Ci vuole la faccia (non si dice di cosa) di Kofi Annan, per parlare di Abu Grahib in questo momento.
"E'andato in onda il video che mostra i due americani e l'inglese ostaggi, si tratta di tre civili. Civili? Adesso non esageriamo. (jena)
Non avevo il coraggio di dirlo, lo ammetto; pensavo di essere l'unica a sbellicarsi dal ridere quando passa in tv la pubblicità di Sky. Invece no, vedo che non sono la sola a guardare divertita Totti & c. a cavalcioni dei vari tizi.
Ne approfitto: mi piace molto anche lo spot della Renault Clio, con il tizio in macchina che fa un origami con il chewingum. L'ho detto, finalmente.
15:52 Reporter francesi, sito web: "Liberi per appello Hamas"
In un sito web l'esercito Islamico in Iraq afferma oggi di aver deciso di liberare i due giornalisti francesi rapiti quasi un mese fa per rispondere all'appello dei movimenti Hamas, Jihad islamica palestinese ed Esercito Segreto Islamico iracheno.
Lo stesso gruppo, in un comunicato riportato sabato da un altro sito, aveva parlato di liberazione dei due giornalisti affermando che essi avevano deciso di "cooperare".
Mistificazione? Verità?
Come che sia, la posizione francese ha creato un precedente pericolosissimo.
"La partecipazione delle donne nelle operazioni di martirio in considerazione dello status del territorio occupato della Palestina ... è uno dei più lodevoli atti di devozione".
Yousef al Qaradawi - docente all'Università del Qatar e opinionista di al Jazeera (Il Foglio)
(quel signore simpatico che emette fatwe in cui si comanda di uccidere gli americani, (i francesi no - però - forse), dal quale sono andati il ministro francese prima e quello italiano poi)
L'intercettazione del pubblico accusatore di Dell'Utri, al telefono con un mafioso (magari Travaglio non lo sa e non ne ha ancora scritto..)
Aggiornamento: all'interno la smentita (che non mi sembra smentisca)
Pechino combatte la corruzione bancaria; a modo suo naturalmente.
I maggiori istituti di credito del Paese non possono essere quotati in borsa perchè hanno concesso prestiti a società che non riescono a restituirli (su 1000 yuan di finanziamenti erogati, pare che almeno 250 non siano esigibili).
Dopo aver tentato di risanare i conti con ingenti finanziamenti pubblici, il governo ha attuato la nuova strategia: processi sommari ai banchieri e fucilazione.
Negli ultimi giorni sono stati fucilati l'ex capo della tesoreria della China Construction Bank e il direttore della Bank of China.
L'accusa: truffa e falso in bilancio. Dei processi non si sa praticamente nulla, tranne che sono stati fulminei e che i due appartenevano alle banche salvate dagli interventi del governo. (fonte:Libero)
Mi auguro, senza alcuna speranza ma non si sa mai, che l'esempio del sindaco di Drezzo venga seguito dai colleghi italiani; girare coperti in modo tale da non essere riconoscibili è un reato, impedire l'identificazione della persona pure. Punto.
Non c'è niente da fare: o ci si rassegna allibiti e sconfortati a contestare le bugie, o queste diventano verità per i posteri. Non c'è scampo.
Adriano Sofri così fa un balzo da Lotta Continua alle Brigate Rosse direttamente sull'Enciclopedia Rizzoli, mentre sul web è addirittura consegnato al nucleo storico del gruppo terrorista.
E se proprio non vogliamo farci mancare niente lo chiamiamo "ex militante di un gruppo armato", mischiando PAC e Lotta Continua, confondendo l'unico accusatore di Adriano Sofri con i molti di Cesare Battisti.
Come è lontano Gandhi. Lontano dal Cremlino, certo: Putin non è propriamente un pacifista e negli ultimi anni in Cecenia ha saputo usare un solo linguaggio, quello della forza e della repressione.
Ma da questo settembre è ancor più lontano da Grozny e soprattutto dal capo dei terroristi Shamil Basayev, che una parte dell'opinione pubblica occidentale si ostina a presentare come un patriota, certo un po' violento, ma in fondo buono con cui, prima o poi, bisognerà trattare.
L'orrore per il sequestro e poi la strage nella scuola di Beslan aveva già notevolmente eroso la credibilità degli estremisti ceceni. Ma ieri l'hanno dissipata del tutto, quando lo stesso Basayev ha rivendicato l'azione terroristica in Ossezia del Nord, con un linguaggio e delle argomentazioni talmente aberranti da far inorridire anche i russi più comprensivi e da indurre un diplomatico americano moderato come il vice di Powell, Armitage, a definirle "disumane", pronunciate da un fanatico "che non merita di esistere".
Secondo Basayev sono stati gli stessi ostaggi a "proclamare lo sciopero della fame e della sete". Un gesto spontaneo, naturalmente, "di sostegno alla causa cecena".
Per liberali il commando aveva posto queste condizioni: se Putin avesse firmato il decreto di sospensione immediata della guerra, i terroristi avrebbero distribuito l'acqua agli ostaggi.
Dopo aver ottenuto una conferma sul ritiro delle forze russe avrebbero dato loro da mangiare. Poi avrebbero rilasciato i bambini sotto i 10 anni. Gli altri a ritiro completato o in caso di dimissioni di Putin.
Gli adulti no, sarebbero stati tenuti in ostaggio per coprire la ritirata in Cecenia.
Com'è umano, Basayev. E com'è sincero.
Nel suo lunghissimo comunicato accusa il presidente russo di aver mentito diffondendo, durante il sequestro, informazioni false.
E qualche menzogna di è stata raccontata davvero: il Cremlino ha cercato di aggiustare qualche numero, all'inizio quello degli ostaggi nella scuola, poi quello dei terroristi, infine quello dei morti, che, secondo stime attendibili, è ampiamente superiore alle 330 vittime ammesse ufficialmente.
Ma contrariamente a quanto accaduto nell'ottobre 2002 al teatro Dubrovka di Mosca, quando la disinformazione delle autorità russe fu meticolosa, in Ossezia del Nord abbiamo saputo quasi tutta la verità, poichè a parlare non è stato solo il Cremlino, ma sono stati, soprattutto, gli ostaggi sopravvissuti.
Basayev sostiene che i "mujaheddin non hanno sparato sui bambini", ma i prigionieri nella palestra hanno assistito nelle prime ore del sequestro, a esecuzioni sommarie di ragazzine colpevoli solo di piangere.
Il capo dei separatisti scrive nella rivendicazione che, in caso di blitz dei russi, l'ordine era di "andare tutti avanti ed attaccare, non restare nell'edificio, non tentare di difenderlo": ma quando la situazione è precipitata i terroristi si sono asserragliati e hanno iniziato la mattanza, gettando granate in mezzo ai prigionieri.
Come abbiamo verificato personalmente a Beslan quel drammatico 3 settembre, due guerriglieri erano così desiderosi di combattere a viso aperto che si erano nascosti in due appartamenti nei piani di altrettanti condomini contigui alla scuola, in posizione ideale per colpire chiunque si avvicinasse o tentasse di fuggire dall'istituto.
Il grande capo Shamil giura che i mujaheddin avevano l'ordine di morire in modo dignitoso: ma che dignità c'è nel farsi esplodere massacrando decine di bambini?
Le bugie più grandi sono le sue, così come le omissioni.
Basayev accusa il "vampiro Putin" di aver dato l'ordine di attaccare "per soddisfare le sue ambizioni imperiali", mentre è accertato che la battaglia venne provocata, alle 13 di venerdì 3 settembre, dall'esplosione accidentale di due mine o dalla reazione di un terrorista agli spari in lontananza di un parente degli ostaggi.
Di certo in quel momento nè Putin nè i terroristi avevano interesse che la situazione precipitasse: non si fanno stragi, nè si tentano blitz in pieno giorno.
E infatti secondo quanto emerge dalle intercettazioni, l'ora dell'Apocalisse era stata fissata dal commando alle 2 di sabato notte, quando sarebbero state fatte esplodere contemporaneamente 16 bombe nella scuola: per uccidere il maggior numero di ostaggi e poi per consentire ai sequestratori di tentare la fuga, approfittando dell'oscurità e del caos.
Tutto questo Basayev non lo dice. Preferisce vantare i propri meriti, come quelli secondo cui l'intera operazione sarebbe costata solo 8.000 euro e condotta con armi rubate ai commissariati russi in Inguscezia.
O negare ogni rapporto con Al Qaida, nonostante lui stesso ammetta che due terroristi arabi facessero parte del commando.
I rapporti in realtà esistono: militari, economici e da oggi anche simbolici.
Non c'è più alcuna differenza tra Shamil Basayev e Osama Bin Laden.
Marcello Foa - Il Giornale
A parte qualche eventuale carenza di zucchero, direi che possiamo stare tranquilli: saranno trattati bene (quelli vivi, s'intende; gli altri sono inciampati durante il trasporto)
Mentre Frattini incontra e stringe la mano a Yousef al Qaradawi, quello che emette le fatwe dove si comanda di uccidere gli americani ma non i francesi (che qualche distinguo, perbacco, ce vò), viene annunciato il prossimo sgozzamento di due ostaggi Usa e di un inglese.
La nuova campagna abbonamenti dello zapaterista El Paìs. Camillo
Potremmo dirla con una battuta: nella storia dell'umanità, solo una cosa si è dimostrata più gravida di orrori della realpolitik. Ed è l'idealpolitik.
E' una battuta amara e paradossale, che sale però irresistibilmente alle labbra davanti alla rivendicazione del massacro di Beslan da parte di Shamil Basaev, leader della guerriglia cecena, a pochi giorni dal vibrante intervento di André Glucksmann contro la realpolitik occidentale, troppo accondiscendente con Putin e incapace di vedere che il massacro di Beslan non fosse opera dei ceceni né di Basaev, come strumentalmente sostenuto dal governo russo.
Certo la nuova rivendicazione di Basaev andrà attentamente vagliata, visto che fino a poco tempo fa sembrava che lo stesso Basaev avesse rigettato fermamente la responsabilità di un simile crimine, ma non dovrebbe comunque stupire oltre misura: il leader fondamentalista salì agli onori delle cronache come capo del commando che nel '95 sequestrò centinaia di malati in un ospedale, durante un'azione del tutto simile a quella di Beslan, né era certo estraneo alla più recente tragedia del teatro Dubrovka di Mosca.
Il giorno dopo l'orrore della scuola osseta, nonostante tutti i molti e ragionevolissimi dubbi sull'operato delle forze speciali russe e le autentiche certezze sulle pesantissime responsabilità di Putin e del suo esercito in Cecenia, titolammo il nostro primo editoriale: «Siamo tutti russi».
Non eravamo caduti anche noi in quell'abisso morale, politico e intellettuale di cui parlava sul Corriere della sera il filosofo Glucksmann, in un articolo comparso lo stesso giorno anche su Le Monde, giusto accanto a un altro vibrante attacco contro «Putin, terrorista numero uno» firmato dal controverso magnate russo Boris Berezoski.
Certo le recenti decisioni di Putin rendono più che lecite le preoccupazioni sull'avvenire della gracile democrazia russa.
Ma mestiere del filosofo è dubitare e non c'è bisogno di attendere la conferma dell'autenticità della rivendicazione per sapere chi è Shamil Basaev, di cui sono ormai noti i legami con al Qaeda. Bastano e avanzano i massacri dell'ospedale di Budennovsk e del teatro Dubrovka.
E' lo stesso fondamentalista con cui il leader «non violento» Mashkadov, che gode del sostegno di Glucksmann, non ha esitato a comparire in video alla vigilia della nuova ondata di attentati che ha insanguinato la Russia.
Non c'è bisogno di essere corrotti e cinici sostenitori di una disumana e malintesa realpolitik, per affermare che di fronte al terrorismo fondamentalista in Russia, così come dinanzi a quello iracheno, si può e si deve stare dalla parte della democrazia, nonostante tutto.
Il Riformista
"Non si capisce perchè Adriano Sofri non chieda la grazia, se lo facesse sarebbe tutto diverso"
Torna alla mente questo terrificante articolo di Mario Giordano che ben sintetizza il sentire comune dei sostenitori del ritornello appena citato:
Chissà perchè ho la netta sensazione che gli ulema di casa nostra e quelli iracheni questa volta, nonostante le affinità di questi nuovi rapimenti con quello delle due Simone, non menzioneranno la Cia ...
Secondo Die Welt la Siria ha testato armi chimiche in Darfur con il consenso del governo sudanese.
Pare, inoltre, che i casi di epatite E siano quadruplicati, ma non si capisce (rettifico: non riesco a capire) se le due notizie siano collegate.
Mentre si rivela sempre più l'indecenza della repressione quotidiana ai tempi di Saddam prima, e per mano dei suoi seguaci "resistenti ora", c'è un manipolo di personaggi in malafede che cerca di ammannirci bugie sull'islam "moderato e buono" prima che intervenisse il satana americano, e sul rispetto che il regime saddamita, e non solo, aveva nei confronti delle soldatesse.
E così ti tocca leggere falsità di questo tipo, conosciute a tutto il mondo come vergognose balle e spacciate per storiche verità:
"Ma ti ricordi, solo nel '91, quando gli iracheni fecero prigioniera la soldatessa USA e lei, una volta libera, raccontò che erano stati tutti gentili, i suoi carcerieri, "quasi galanti", e l'unica cosa che le era mancato era lo zucchero nel caffè? Chissà quanti se lo ricordano, ed era solo il '91.)"
Leggo e inorridisco, mentre il gregge invece, evidentemente applaude.
La verità è ben diversa, e riportata da chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale:
"In «Desert Storm» furono fatte due prigioniere: si chiamavano Melissa Rathbun-Nealy, catturata nel deserto, e Rhonda Cornum, abbattuta con il suo elicottero.
Quando furono liberate, alla fine della guerra, raccontarono ch'erano state trattate con cortesia, che gli iracheni offrivano loro fiori e dolci.
Poi Rhonda ruppe l'obbedienza ai «consigli» del Pentagono.
«Mi hanno violata dappertutto», disse amara. E Melissa volle ripetere: «Mi hanno stuprata tutti, mi hanno umiliata in ogni modo».
Invece c'è chi sventola godendo la bandiera di Abu Grahib, eccezione vergognosa ma non regola, per nascondere la vera faccia del nemico e farlo passare per vittima.
Random Bits da leggere quotidianamente
Giornata di trionfo del pensiero, quella dell’altro ieri a Roma.
Quantunque in un convegno che non sapevano nemmeno come chiamare, tanto che alla fine: “Giornata dell’Interdipendenza”, manco fosse dedicata a Bobo Vieri, bene, anche in un convegno così un pensiero è svettato.
Merito dell’Ingegnere. L’uomo dell’Olivetti, uno che altri cinque minuti e faceva di Ivrea la sua piccola Beirut, il mago Otelma dei salvataggi industriali, il funambolo delle “offerte congrue” fatte all’Iri, quello cui perfino i sovietici si rivolgevano fiduciosi: “Ce le salva le industrie decotte?”, e lui non lesinava i consigli, e infatti poi s’è visto, ebbene, ne ha detta una da cavarsi il cappello.
Preceduto da un lampo di Veltroni: “Il terrorismo si combatte con la politica e il dialogo”, l’Ingegnere ha fatto suo il microfono:
“Gli Stati Uniti sono diventati il poliziotto mondiale che interviene anche a dettare il cambiamento di regime in altri Stati. Perché allora – si è chiesto – il presidente Usa deve essere eletto solo dai cittadini americani?”.
Grande De Benedetti. E se poi proprio il presidente non si può, diamogli almeno il ministro delle Poste.
Andrea's version - Il Foglio
"Sono stati la sinistra israeliana e i vostri campi pacifisti che ci hanno convinto a continuare con gli attacchi dei martiri suicidi"
Dirigente di Hamas in un'intervista mandata in onda su Channell 1 - Il Giornale
Come raffiche di scirocco e libeccio, le ondate migratorie illegali non cessano d'investire le coste meridionali dell'Italia, mentre a volte i clandestini vengono fermati ma rilasciati com’è accaduto ieri a Siracusa.
E non cessa la controversia, giuridica o politica, sul modo di trattare le moltitudini erratiche attraverso il Mediterraneo. La Corte costituzionale ha invalidato due norme della legge Bossi-Fini, sull'espulsione amministrativa e sull'arresto per i clandestini rimasti fra noi malgrado il foglio di via.
Nella discussione intervengono poi disparate concezioni, la gelosa e drastica tutela delle frontiere, lo scetticismo sulla possibilità di controllare la mobilità di massa del nostro tempo, l'umanitarismo e il solidarismo, l'economicismo interessato alla disponibilità di manodopera.
Fra tanti pareri, è intervenuto anche il neocommissario europeo Buttiglione.
In una prima intervista si pronunciava così:«Gli europei decidono chi vogliono far entrare. Un conto è l'immigrazione, un conto è l'invasione che va respinta». Aggiungeva che, certo, «mandare indietro i clandestini non significa farli affogare, prima vanno soccorsi e poi si vede». Ma non è giusto, concludeva, «che gli Stati più esposti come il nostro facciano la guardia per tutti».
Niente da eccepire. Qualche giorno dopo tuttavia proponeva di estendere il diritto d'asilo, previsto per i rifugiati dalle persecuzioni politiche, ai clandestini profughi dalla miseria. Tesi generosa ma eccepibile, questa volta, non solo perché dovrebbe cambiare l'intero diritto internazionale, ma perché se prendiamo alla lettera quella proposta l'Ue dovrebbe accogliere tutta l'Africa o quasi.
Nell'ambito della realtà rimane la legge italiana, più o meno da correggere, che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro secondo il sistema delle controverse «quote d'ingresso».
Imprenditori dell'agricoltura e dell'industria domandano più manodopera d'importazione con più facili permessi, anche se calcolano spesso i loro vantaggi a breve, ma non i costi a tempo differito.
Senza manodopera d'immigrazione «oggi non si potrebbe mungere neanche una padanissima vacca», li soccorre il ministro Pisanu, che ironizza o esagera ignorando forse la mungitrice meccanica. Ma non c'è dubbio sull'utilità della manodopera d'immigrazione regolare, purché secondo limiti misurati e realistici.
L'aspetto «mercantile» del fenomeno immigratorio è spregiato, invece, dai cultori dell'ottimismo provvidenzialista o storico-ideologico. Alcuni vorrebbero frontiere spalancate, altri parlano addirittura di Eurafrica.
C'è ancora chi persiste nel denunciare l'Ue per incapacità di accogliere crescenti masse d'immigrati come gli Stati Uniti. Non si vuole prendere atto che l'Europa, non solo l'Ue, ma insieme quella orientale fino alla Russia di qua dagli Urali dove peraltro non si dirige nessuna immigrazione, contiene una densità doppia rispetto agli Stati Uniti dei grandi spazi e delle grandi risorse, 39 abitanti per chilometro quadrato.
L'Italia, che nel 2002 contava 189 residenti per chilometro quadrato, secondo l'Istat ha superato nel 2003 quella quota con l'additivo dell'immigrazione regolarizzata.
Che succederà nei prossimi tempi, fra centri urbani o suburbi superpopolati e congestionati, è materia trascurabile per coloro che reputano simili considerazioni rozze, meschine, prive di fede nel «giocondo divenire della storia».
Eppure, nessuna visione o immaginazione può considerarsi generosa e aperta senza commisurare mezzi e fini.
Senza l'elementare senso della realtà, ossia il rispetto per i dati di fatto, non c'è altro sia per gli europei sia per gli africani che la prospettiva d'un crudele inganno.
Alberto Ronchey - Corriere della Sera
Non gli avrebbero concesso di parlare in plenaria, un suo intervento ufficiale davanti al Parlamento europeo era stato ritenuto non opportuno dalla conferenza dei capigruppo, il governo francese l'aveva bollato come ospite sgradito e rifiutato la sua visita (signora mia, c'abbiamo due ostaggi in mano ai "resistenti" e la benedizione di Hamas; non vorremmo che questa visita irritasse tali signori..).
Il presidente iracheno Ghazi Al Yawar gira i tacchi e annulla la visita. Ovviamente.
"Deplorevole", sentenzia l'europarlamento.
Deplorevole chi? la Francia? Strasburgo? No, Al Yawar ... e una si vergogna di essere rappresentata da quei cialtroni.
Chi ha rapito le due Simone? Chi sono quei vigliacconi fetenti che rapiscono gente buona e inerme?
No no, la "resistenza irachena " no, quella rapisce solo i cattivi come i 12 nepalesi, i camionisti turchi ed egiziani sgozzati a manciate in questi ultimi mesi, i Quattrocchi, i Berg, i Kim Sung, insomma gentaglia di questo tipo.
Ma allora le due Simone, chi le ha rapite?
I Servizi. Parola di gentiluomo.
Vediamo - senza nessun sarcasmo - come se la cava Parigi con la vigilessa musulmana che vuole tenere il velo sotto il caschetto d'ordinanza e che anzi, desidera eliminare pure il manganello dalla divisa.
Del resto lei disobbedisce agli ordini "contrari alla sua religione".
Non oso pensare a cosa succederebbe in Italia… all' Aquila potremmo trovare il via libera del sindaco ai vigili col burqa, chissà
I volontari non vogliono:
- andare via dall'Iraq, ed anzi pare che in questi giorni ne arrivano degli altri
I volontari vogliono
- che nessuno, oltre alle istituzioni, sia parte delle trattative con i rapitori (e questo non so se sia proprio un bene)
- l'esito positivo della vicenda
- la sicurezza e il benessere del popolo iracheno
E Cupertino, Stefio, Agliana e soprattutto i familiari di Quattrocchi continuavano a fare salti di gioia.
Chiedo scusa, io mi auguro di cuore la liberazione senza condizioni delle due ragazze.
Ma mi mangio il fegato a pensare quali magnifici risultati si sarebbero potuti raggiungere se dall'inizio si fosse andati tutti, ma proprio tutti, dalla stessa parte.
"La guerra sbagliata, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato". J. Kerry riferendosi all'ennesima sua posizione sulla guerra in Iraq.
Il 15 dicembre 2003, Howard Dean, candidato democratico pacifista, disse la stessa frase e il giorno dopo Kerry gli replicò:
"Coloro che dubitano che l'Iraq e il mondo siano più sicuri senza Saddam e coloro che oggi credono che non siamo più sicuri dopo la sua cattura, non hanno la capacità di giudizio per essere presidente né la credibilità per essere eletto presidente".
Se lo dice lui.. (Camillo)
Ma a voi non fa uno strano effetto l’accorata e generosa lettera dei pacifisti di “Un ponte per Baghdad”? A voi non pare strano rivolgersi a sequestratori di donne innocenti, a potenziali sgozzatori, col tono con cui ci si rivolgerebbe a qualcuno che sbadatamente vi ha preso l’ombrello? Voi non vedete una stonatura ... (...) Wittgenstein
E' fantastico leggere giornali, blog e dichiarazioni politiche "sinistre" che commentano le gesta dell'eroica resistenza irachena.
Diliberto commenta insinuante che il rapimento di due donne è "cosa strana per la cultura araba", quotidiani e commentatori dell'ultima ora si aggregano felici disegnando scenari di comodo che giustifichino la loro simpatia per i "resistenti", mondando in qualche modo la coscienza che ora, e solo ora, forse scoprono di avere.
Senti dire che non è possibile vengano rapite delle donne, perchè loro sono buone, sono donne, facevano del bene, e tu rimani sconcertata e pensi a quale gran figlio di cane doveva essere allora Quattrocchi o Kim Sung, o quei poveri disgraziati di nepalesi, e i camionisti e le donne e i bambini fatti saltare per aria dalle autobomba nelle piazze e nelle strade.
Da mesi i terroristi..ops, resistenti, hanno approntato un mattatoio dove non c'è alcuna selezione che macella quotidianamente donne, bambini, lavoratori, giornalisti, e i nostri eroi si sgomentano perchè hanno rapito due donne, e signora mia è la Cia.
L'attacco a Nassirya è stato giustificato da questi soloni come atto legittimo di resistenza e difesa; ma quanti bambini e quante donne sono state dilaniati, uccisi, mutilati quel giorno? Niente, non si sono sgomentati, non hanno intravisto un disegno perverso in quell'azione. Atto legittimo.
Poi è stato un susseguirsi di macelleria islamica di prim'ordine e solo quando sono state pubblicate foto e video hanno balbettato di esecuzioni inverosimili, corpi poco agitati, sangue scarso. Macellai esperti anche loro, evidentemente.
Poi il silenzio, mentre il rito della mattanza continuava passando per camionisti, cuochi, domestici, riparatori di elicotteri, muratori, pulisci cessi, gente che lavorava e basta, poveracci sfigati caduti tra le loro zampe. Silenzio.
Poi hanno preso Enzo Baldoni, giornalista, pacifista, hanno fatto finta di chiedere un riscatto e l'hanno massacrato. Così, per punire l'Italia, per dare una prova in più di efferatezza..
Uno pensa: ora condanneranno questi terroristi, si alzeranno voci pacifiste sdegnate, si faranno sentire. Si. Si sono sdegnati con Libero, con Feltri, con Farina, con Berlusconi che manco ha fatto in tempo a dire "ba" che già Baldoni era stato fatto fuori, e ovviamente con la Cia.
Già, perchè non ce la fanno a chiamarli "terroristi", non riescono a dire che sono degli assassini che non vogliono nessun tipo di pace che non sia la dittatura del loro fanatismo, è più forte di loro.
E non si rendono conto nemmeno delle bestialità che affermano; ti dicono che le due Simone sono donne di pace e che quindi è impossibile che le abbiano rapite i guerriglieri, che Baldoni era un giornalista pacifista e quindi non nel mirino della "resistenza irachena" ergo è la Cia che vuole destabilizzare il movimento, ripulire l'Iraq dalla gente perbene.
Già. Questi erano perbene, e gli altri no? Quindi le donne, i bambini, i civili, i camionisti, i Nick Berg e i dodici nepalesi dovevano essere delle fecce immonde, altrimenti figurati se li scannavano?
Una mentalità mostruosa, che divide e seleziona le vittime, che si fodera occhi ed orecchie di prosciutto, che inorridisce a comando e chiedendo prima il curriculum vitae. Uno schifo.
E l'opposizione? Che bello, sta tutta vicinavicina al governo nello sforzo comune di liberare le due ragazze! Magnifico, son contentissima. Mi piacerebbe sapere però dove fosse prima, quando nelle fauci della "resistenza irachena" c'erano Quattrocchi, Agliana, Stefio, Cupertino, Baldoni.
Forse erano impegnati a leggere i titoli di Libero.
Al direttore - Il ritornello è: bisogna dialogare con i regimi islamici moderati.
Il problema però è individuare quali siano. Io suggerisco la Francia.
Stefano Viale - Lettere - Il Foglio
L'Unità cosa mette in home page, ben evidenziato, nelle righe dedicate al rapimento delle due ragazze italiane?
Voilà:
Uno passa, legge, si scandalizza e se ne va a discettare di quei cattivoni della coalizione che hanno abbandonato la ong senza difese. Il gioco è fatto, la panzana lanciata.
Però è troppo grossa e allora, se il lettore è paziente - non lo è quasi mai e va pure di fretta, cosa che l'Unità sa perfettamente e sulla quale conta - va a leggersi l'articolo interno e scopre che non c'era protezione per espressa volontà dell'associazione, che non voleva avere a che fare con i militari, dei quali tra l'altro chiedeva il ritiro.
Il rapimento si è quindi svolto con la massima tranquillità ed agevolazione non perchè ci fosse di mezzo la Cia e Blair e Bush - come da qualche parte già si vocifera - ma per il semplice motivo che l'edificio dove le due italiane risiedevano era totalmente privo di difesa armata per esplicita richiesta della ong cui appartengono le due ragazze.
Ma nelle dieci righe di presentazione del rapimento sulla prima pagina dell'Unità online viene fatto capire esattamente il contrario.
Rapite in Iraq due donne volontarie italiane
Ovviamente, repubblica non perde occasione per spargere veleno: nell'occhiello in home page parla di "embargo USA" all'Iraq, riferendosi a quello deciso dall'ONU per la prima guerra nel Golfo.
Non so, mi chiedo se una coscienza ce l'abbiano.
Dopo il carnaio dei bambini di Beslan, il direttore di Repubblica torna al solito fervorino per lettori di sinistra e pacifisti; si, Bush è cattivo, anche Putin è molto cattivo, ma ricordiamoci che siamo tutti occidentali e che per combattere i cattivi dobbiamo condannare il terrorismo.
Se hai bisogno di spiegarti e di spiegare, in circostanze di così tragica evidenza, vuol dire che non sarai capito e che non sarai capito perchè non hai saputo spiegarti fino ad ora, posto che tu abbia capito alcunchè.
Il New York Times, giornale sfigurato dalla grottesca lotta della lobby politicamente corretta del Massachussetts contro un presidente in guerra, prova invece a spiegare che bisogna risolvere la questione cecena, negoziare, dialogare; certo, bravi, siete forti in diplomazia, e poi bisogna risolvere la questione dell'Iran nucleare, quella dei finanziamenti sauditi al terrorismo culturale e armato dei fratelli islamici dalle madrasse a Beslan, e poi vanno sistemate altre questioni geopolitiche con l'ausilio del multilateralismo.
Magari facendo come Jaques Chirac, questo grande stratega del mondo multipolare che riesce a procurarsi l'appoggio di Hamas, reduce da un'altra strage di ebrei che viaggiavano su un paio di bus, e del jihad islamico dello sceicco di Al Jazeera che incontra Michel Barnier e poi detta ai fratelli che hanno in pugno i due giornalisti-ostaggio la linea multipolare: risparmiate i francesi, che per adesso ci fanno comodo, e uccidete soltanto i civili e i soldati americani.
E l'Unione Europea, questa burocrazia pavida e cialtrona, si precipita a chiedere conto a Putin di come sono andate le cose nella scuola dei piccoli in Ossezia, a Putin, non ai wahabi, ai puristi islamici che hanno trasformato il delirio separatista ceceno in un delirio ancora più spaventoso, la guerra santa che mangia i ragazzini, che li insegue nelle aulette del primo giorno di scuola per farli esplodere insieme ai martiri delle cinture esplosive, a Putin, non al nemico arabo-islamico che ha mandato una delegazione di una decina di macellai a fare il lavoro sporco con i fratelli ceceni.
A questo mondo di insania del politicamente e ideologicamente e islamicamente corretto le chiusure d'acciaio e le manipolazioni del mondo di ieri, del Grande Fratello, gli fanno un baffo.
Se sono riusciti a resistere al doppio comunicato di Hamas, ripetendo la litania dell'Islam moderato che il governo francese avrebbe portato dalla sua parte per ragioni di politica umanitaria; se riescono in modo compatto, con rare coraggiose eccezioni, a nascondere lo sceicco di Al Jazeera che dona la vita a credito a chi decide lui, e la toglie a chi lo combatte, possono riuscire in tutto.
Riescono a mentire, a trasfigurare gli avvenimenti, a demonizzare i poteri democratici e a fare della faziosità la regina dell'informazione con una tecnica raffinata, che rende cieca perfino la realtà di un nemico così spietatamente vero, così in luce di per sè, così carismatico e determinato a morire, a uccidere, a vincere.
Il rifiuto di accettare la realtà della guerra, trasformandola in un'opinione da talk show, e la voglia matta di sbarazzarsi di chiunque abbia posto il problema di combattere all'indomani dell'11 settembre è il principio guida delle loro parole e dei loro atti: fanno la guerra a Bush, a Blair e a Putin per esorcizzare lo spettro della guerra vera, la guerra santa islamica contro l'occidente e contro i miscredenti.
Ho un amico a New York, il professor Franco Zerlenga, un vecchio liberal, che insiste su un punto cruciale: non sono terroristi, sono martiri.
L'islam jihadista, aggiunge, non è un gatto fanatico, un animale mitologico come l'ircocervo, è una tigre. Il terrorismo è una tecnica, ma la sostanza è un'altra, ed è religiosa, di civiltà, implica una diversa definizione di Dio, dell'uomo e del mondo.
Islam vuol dire sottomissione, e i jihadisti di scuola wahabi vogliono semplicemente sottometterci a un dio esclusivo e alla sua umma, la comunità dei credenti che è teologicamente autorizzata a considerare i miscredenti sottouomini, loro e i loro bambini, e a sgozzarli come maiali.
Il nostro patto di solidarietà occidentale consiste invece in queste bellurie.
Primo, aprire un dibattito sul Manifesto se sia meglio l'esercito angloamericano o l'esercito dei tagliatori di teste, e decidere con ineffabile alterigia che non c'è un male minore.
Secondo, condannare il terrorismo perchè altrimenti è impossibile lottare contro Bush e Blair, è impossibile battersi per la pace e il dialogo senza identità (Veltroni e Mauro)
Terzo, guardare i bambini nudi e sanguinanti di Beslan in tv e concludere che c'è un mistero, ma questo mistero non è il mistero del male nel mondo, il mistero antico della religione e della guerra, è piuttosto il quiz a risposta già pronta sulle responsabilità dei servizi speciali russi, sulla cattiveria del potere.
Una collega mi ha telefonato e mi ha posto questo problema come il primo problema.
Le ho risposto che ho visto i soldati russi mettere in salvo i bambini risparmiati dalla furia del nemico, e la telefonata è finita lì.
Giuliano Ferrara - Il Foglio rosa
C'era una volta un bambino osseto. E poi? E' finita, tesoro. (jena)
19.20 - CIAMPI A PUTIN, ARRESTARE CICLO PERVERSO DI VIOLENZA.
"Il ciclo perverso della violenza va arrestato, con la fermezza nel contrastare il terrorismo e la lucidità nell'affrontarne le cause".
Lo sottolinea il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio inviato al presidente russo Vladimir Putin, spiegando di aver "seguito con crescente sgomento il dramma della presa di ostaggi nella scuola di Beslan".
Già, fermezza e lucidità. Difficile mantenerle di fronte a drammi del genere.
Però.....
Qualcuno ha notizie delle trattative che Putin aveva promesso sarebbero state avviate?
E il blitz? Non aveva escluso, il Presidente, l'eventualità di entrare con la forza?Ok, erano senza cibo e acqua da due giorni, ma il Dubrovna non ha insegnato niente?
Solo dubbi, intendiamoci, perchè certezze non ce ne sono.
Difficile, d'altra parte, averne se praticamente non ci sono giornalisti in zona.....
Non sono 350 gli ostaggi in mano ai terroristi ceceni, ma oltre mille, forse 1500.
Venti di loro sono stati giustiziati subito, gli altri sono ammassati in una palestra senza cibo e acqua, in un caldo infernale.
E la causa cecena, con questa mostruosità, va verso la perdita definitiva di ogni sostegno anche da parte di chi, pur con molti distinguo, in qualche modo l'appoggiava.
AGGIORNAMENTO
Sono arabi (ma chi l'avrebbe mai pensato?) dieci dei venti terroristi uccisi nel blitz forzato nella scuola in Ossezia.
Blitz forzato perchè "dovrebbe essere stata una trappola dei guerriglieri, che hanno acconsentito al recupero di alcuni cadaveri che avevano portato questa notte nel cortile della scuola. Quando le persone, gli uomini, sono andati a prenderli, i terroristi avrebbero fatto fuoco ammazzandoli. A quel punto sono intervenute le forze dell'ordine. (...)"
I terroristi, che molti giornali chiamano indecentemente "guerriglieri", pare si siano divisi in tre gruppi; uno rimane asserragliato con gli ostaggi nei sotterranei della scuola, gli altri due sono in fuga forse con gruppi di sequestrati.
Il bliz non era programmato, ma stavano uccidendo tutti.
Nella scuola e subito fuori sono state trovate decine di trappole esplosive e mine antiuomo.
Un'autobomba sarebbe stata trovata nei pressi della scuola a Beslan
Moqtada al Sadr non è un glorioso guerrigliero ma un ladrone sacrilego criminale , come dimostra ciò che è stato trovato nei sotterranei del Mausoleo di Alì , mentre a Najaf, "nel cortile di un edificio, la polizia irachena ha rinvenuto circa 200 corpi mutilati di civili catturati perchè si erano pubblicamente opposti a Sadr" (Washington Post).
Sul numero dei corpi non c'è certezza, ma è assodato che i cadaveri fossero orrendamente mutilati.
Come si diceva: "La scelta di lotta di Moqtada Al Sadr è la grande speranza di tutti i popoli".
Mentre sembra che la mobilitazione generale per i giornalisti francesi stia andando a buon fine, non una sola parola per l'interprete siriano che era con loro. Come se non esistesse.
"La scelta di lotta di Moqtada Al Sadr è la grande speranza di tutti i popoli"
"Respingiamo l’accusa imperialista secondo cui la legittima Resistenza irachena sarebbe terrorismo"
"Il nostro sogno è la sconfitta degli occupanti italo-anglo-americani"
Perle di saggezza che si possono trovare sul sito affezionato del Campo antimperialista - iraqlibero.at - che ha organizzato una bella manifestazione di sostegno per la "resistenza irachena", quella che tra - le tante cose - ha massacrato Baldoni oggi e Quattrocchi ieri o che si può vedere direttamente all'opera nel videodei 12 nepalesi trucidati.
Nel caso si volesse contribuire concretamente ad altri rapimenti, omicidi, decapitazioni, attentati e stragi di vario tipo, si può comprare la bandierina per 7 euro, o versare una bella quota di 10.
Magari si partecipa anche alla manifestazione del 25 settembre e si compra qualche altra cosina mentre si grida "10-100-1000 Nassirya".
Tranquilli, non verrà sprecato un solo centesimo: sarà tutto versato nelle casse della gloriosa resistenza.
Tanti anni fa mi è capitato di parlare con i responsabili ministeriali del settore industriale dell’Unione Sovietica. Questi mi chiedevano come, secondo me, in un’economia sana bisognasse salvare le industrie decotte”.
Quando abbiamo letto la firma in calce a queste frasi, ci ha preso una stretta al cuore.
In Russia ne avevano avute vagonate, di sfiga, tra Lenin, Stalin, quell’altro della rivoluzione permanente e Lieberman che si era messo in testa di cambiargli i prezzi, però a tutto doveva esserci un limite.
E noi non riuscivamo a dimenticare, per altro, l’enorme contributo di cuore e di morti sovietici nella lotta antinazista a Mosca, a Stalingrado e altrove.
Così, pur passati armi e bagagli, da molti anni, sotto le insegne di un cow boy come Reagan, non volevamo rassegnarci che la sfiga dei russi potesse aver toccato simili vette.
E’ stato per questo, riagguantato il Sole 24 Ore, che ci siamo riletti le frasi: niente da fare, erano proprio quelle. E la firma? Confermata anche lei: Carlo De Benedetti.
Quegli sfigati di sovietici, con tutte le industrie decotte, erano andati a chiedere consiglio al mago Otelma dell’Olivetti.
Andrea's version - Il Foglio
Nessuno può dirsi fuori, dalla guerra al terrorismo, mi pare che il tragico evolversi degli eventi di questi giorni parli chiaro.
Se la Francia pensava di avere l'immunità grazie alla sua politica sull'Iraq ora ha due cittadini nelle mani dei terroristi a dimostrarle il contrario. Forse potrà mettere all'incasso il suo jolly, per questa volta, ma non la prossima. E ci sarà una prossima, in fondo lo sa bene anche lei.
La Russia, fuori dall'Iraq anche lei, ma dentro la Cecenia fino al collo, si trova di colpo più vicina a Bush di quanto potesse mai immaginare.
L'obiettivo del terrorismo islamico è sempre più chiaro e definito - impedire il cammino della democrazia e minarla fino a distruggerla laddove è radicata - come è evidente che per raggiungerlo sono disposti a utilizzare qualsiasi mezzo, nel più totale disprezzo della vita umana in generale, ma in particolare della nostra.
Nazisti islamici, sono stati definiti, e non è un'esagerazione o una provocazione; come i nazisti hanno preso 354 ostaggi, tra cui 132 bambini, e per ogni guerrigliero morto hanno annunciato che ne ammazzeranno 50. In fondo i nazisti erano più decenti, loro ne ammazzavano solo dieci contro uno.
Fa ribrezzo questo sequestro di civili, ma ancora di più lo fa quello dei bambini; non c'è giustificazione, non c'è assoluzione possibile, non c'è causa indipendentista che tenga; è possibile solo provare orrore, sdegno, condanna assoluta.
Persino il leader dei separatisti ceceni, Aslan Maskhadov, ha preso le distanze dichiarando che "chiunque siano gli autori di questa azione mostruosa, non possono essere giustificati"
Mentre la Francia sta col fiato sospeso in attesa di sapere se questa volta verrà graziata dai terroristi, la Russia non sa che cosa l'attende; cedere non può, agire come nel teatro Dubrovka a Mosca provocherebbe una strage di bambini.
Una cosa è certa: questa guerra al terrorismo va combattuta e non solo da Bush o da Blair.
Perchè quei 12 nepalesi trucidati, questi 354 ostaggi, Baldoni, Quattrocchi, Nick Berg, i poliziotti e i civili iracheni che saltano in aria ogni giorno per mano terrorista, quelli siamo noi, i nostri genitori, i nostri figli. Nessuno può chiamarsi fuori.
Sarà come dice Massimo Cacciari, secondo il quale il movimento pacifista «è per sua natura un movimento di pressione sulle politiche statali, rivolto a chi detiene la “violenza legittima”».
Eppure all'accusa rivolta a Berlusconi, colpevole di non avere fatto per Baldoni quello che Chirac ha fatto per i due giornalisti francesi, si potrebbe rispondere che in Francia i pacifisti sono scesi in piazza e in Italia no. E' vero che era agosto, ma è singolare che mentre sembra stia per scoppiare la terza guerra mondiale, la «seconda potenza del pianeta» sia assente per ferie.
Dice Luigi Bobba: «Mi pare che il corsivo di Barenghi sul Manifesto spieghi molto del problema
(«Tra un Iraq liberato dai tagliatori di teste e un Iraq occupato dai soldati americani, preferisco la seconda ipotesi»),
tanto più nel momento in cui si affaccia la possibilità che Onu ed Europa intervengano in Iraq.
Lo stesso vescovo di Baghdad, quando gli Usa fecero l'errore madornale di smantellare l'esercito iracheno, disse che nessun ordine può essere anche peggio di un ordine ingiusto».
Per questo il presidente delle Acli esorta il movimento a una seria riflessione sul nuovo quadro che si sta determinando. «E se la risposta fosse solo la ripetizione di vecchi slogan, allora non sono interessato».
Dopo il rapimento di Baldoni, italiano e pacifista, per Cacciari quella dei movimenti è stata una «dolorosa assenza». Il loro ritorno sulla scena è però sempre meno probabile. «L'escalation riduce la capacità dell'Occidente di tenere la testa a posto.
E' quello che vuole il terrorismo e rischia di ottenerlo, perché in questo clima ogni posizione critica rischia di attirare la lapidazione. Il discorso pacifista tacerà per la sua pochezza, incapace di muoversi in un sentiero così stretto. E speriamo che taccia, piuttosto che dire sciocchezze».
Di fronte ai dodici nepalesi assassinati in Iraq, alla strage di civili israeliani e al sequestro di duecento persone tra cui moltissimi bambini in una scuola russa da parte dei separatisti ceceni, più che in ferie, il popolo della pace appare dunque drammaticamente afono.
«Guerra, stragi, rappresaglie e sequestri. Eppure il movimento pacifista è come scomparso dalla scena. Perché?».
Questa domanda campeggia da due giorni sul sito internet dell'Unità. Una domanda ripresa su Liberazione, da Salvatore Cannavò, secondo il quale «solo uno sguardo provinciale sulle vicende di casa nostra può pensare che il movimento sia scomparso». Ma è proprio la sua scomparsa da «casa nostra» a sollevare interrogativi.
Si riaffaccia il dubbio insinuato da Barenghi sul Manifesto, che tante proteste ha suscitato.
«Quell'alternativa è esattamente ciò contro cui il movimento della pace è nato, se la pronunci sei fuori» dicono tra i pacifisti, lasciandoti il dubbio se intendano fuori dal movimento o fuori di testa. O forse semplicemente fuori «linea» nel Manifesto, come dimostra la netta presa di distanze del direttore Gabriele Polo, subito elogiato da Liberazione.
Ma qui si mescolano l'escalation del terrorismo e antiche questioni interne, quel nodo politico mai sciolto sin dalla spaccatura che portò alle dimissioni di Barenghi da direttore e alla nomina di Polo.
Spaccatura di cui ora si capisce il senso, dice qualcuno. Fatto sta che tutto ciò ha reso possibile ieri l'ingresso delle vittime civili israeliani sulla prima pagina del Manifesto.
«In preda a uno slancio umanitario, addirittura Hamas ha chiesto la liberazione dei due ostaggi francesi, poi però ha slanciato due kamikaze su sedici civili israeliani. Così, tanto per compensare lo slancio».
E nello slancio polemico, Barenghi travolge anche la distinzione cardine della sinistra radicale: quello israeliano è terrorismo (di Stato), quella palestinese è lotta di liberazione.
Nulla a che vedere con i tagliatori di teste. Al massimo è concesso notare, come fa Cannavò, «le immagini dolorose provenienti da Israele - purtroppo sempre più enfatizzate di quelle, altrettanto drammatiche e più numerose, che mostrano il dolore dei palestinesi».
Per Cacciari quella di Barenghi è una «catalanata», di quelle che inducono in ragionamenti «fallaci».
Il problema è che la guerra - sbagliata - è stata fatta, e ora bisogna affrontare la situazione attuale. «L'afonia del popolo pacifista mostra che è il momento della politica, ma dov'è la politica? Dov'è il centrosinistra? Dov'è la lista unitaria?».
La verità, aggiunge, è che «nel centrosinistra, ormai, tutti coltivano l'illusione che l'arrivo di Kerry sistemerà tutto».
Resta un'ultima domanda: dove sono i no global? Presto detto.
I disobbedienti napoletani di Caruso sono ad Acerra, impegnati in una dura lotta contro il termodistruttore.
I disobbedienti del Nord-est di Casarini, invece, sono al «Globalbeach» per la lotta anti-Biennale, ovvero: «Una spiaggia occupata durante, dentro e contro la mostra del Cinema di Venezia».
Fino all'11 settembre. Compreso.
Il Riformista
In preda a uno slancio umanitario, addirittura Hamas ha chiesto la liberazione dei due ostaggi francesi, poi però ha slanciato due kamikaze su sedici civili israeliani. Così, tanto per compensare lo slancio. (jena)
In Iraq è in atto una «resistenza nazionale» contro le truppe d'occupazione occidentali e i loro «fantocci» (il governo provvisorio iracheno)?
E' questa la vera spiegazione di ciò che sta accadendo?
Questa tesi è sostenuta oggi da due diversi gruppi di persone.
In primo luogo, la difendono con sincerità alcune persone serie, con le quali, evidentemente, vale la pena di discutere.
In secondo luogo, la affermano tutti coloro che usano l'Iraq per fini di politica interna.
In Italia, questi ultimi sono intere legioni, ben rappresentate, sui mass media, da quelli che, ispirandomi alla raffinata penna di Eugenio Scalfari, definirò «imbrattacarte».
Per gli imbrattacarte, e quelli che li seguono, la questione irachena non è altro che la continuazione della «guerra contro Berlusconi» con altri mezzi. Per costoro, è bene che le cose vadano male per gli occidentali in Iraq, che Bush vi incontri il suo Vietnam, soprattutto perché Berlusconi è alleato di Bush e una sconfitta militare del secondo danneggerebbe politicamente anche il primo. Per questo, nobilitano come «resistenti» le bande irachene in armi.
Non avrebbero tutto sommato nulla da ridire se in Iraq, alla fine, vincesse Al Qaeda. Tutto va bene se può servire a... «fregare Berlusconi».
Costoro non vanno sottovalutati perché sono in tanti, e la stupidità ha sempre svolto un ruolo rilevante, e per lo più catastrofico, nella storia umana, ma, certo, non c'è nulla da discutere con loro.
E' invece con gli argomenti delle persone serie, come Napoleone Colajanni ( Il Sole 24 ore )o come Barbara Spinelli ( La Stampa ) che bisogna confrontarsi.
Scrive Colajanni che negare che in Iraq ci sia, oltre al terrorismo islamista, anche una vera e propria «resistenza» contro le truppe di occupazione significa negare l'evidenza.
Per avvalorare la tesi del «governo fantoccio» (Colajanni non usa questa espressione ma il senso è proprio quello) egli ricorda che l'attuale premier del governo provvisorio iracheno, Iyad Allawi, è «un ex agente della Cia», il che - scrive Colajanni -- «non è un particolare indizio di indipendenza».
Fatta da un antifascista di solida e antica tempra, questa notazione mi è parsa assai bizzarra. Allawi era un fiero oppositore della dittatura di Saddam Hussein e pertanto la Cia lo ha sostenuto. E allora? Se è per questo, l'Oss (il servizio segreto americano, progenitore della Cia) appoggiò, durante la Seconda guerra mondiale, fior di resistenti italiani al nazifascismo. Dov'è la differenza rispetto ad Allawi? Erano anche loro fantocci degli americani?
Né convince la tesi di Colajanni secondo cui il fatto che coloro che sfilavano dietro l'ayatollah Al-Sistani, il leader spirituale degli sciiti, scandissero slogan anti-americani, sarebbe un prova che nel Paese è in atto un movimento di resistenza (armata) contro gli invasori.
I fatti, per fortuna, hanno una loro durezza. Sistani gode dell'appoggio della schiacciante maggioranza degli sciiti (e gli sciiti costituiscono, a loro volta, la maggioranza degli iracheni) e Sistani appoggia il governo provvisorio, non vuole che gli occidentali se ne vadano, e fortissimamente vuole che si arrivi alle elezioni.
Che la popolazione sia esasperata anche perché, abbattuto il regime di Saddam Hussein, gli americani hanno fatto molti gravi errori (per esempio, non sono riusciti a riattivare le infrastrutture necessarie al ripristino di una vita civile normale) è certo, come testimoniano tutti i reportage più obiettivi. Ma questo non avvalora la tesi della «resistenza».
Barbara Spinelli, a sua volta, scrive che in Iraq ci sono sia «resistenti» che terroristi islamici e che a noi spetta il compito di «separare le eventuali ragioni dei resistenti iracheni dalla politica dell'irrazionalità che caratterizza il terrorismo».
Le «eventuali ragioni»: la vaghezza dell'espressione, mi permetto di osservare, sembra testimoniare l'imbarazzo e la difficoltà a mettere davvero a fuoco queste «ragioni».
Già, quali sarebbero le «ragioni» di questa supposta resistenza? In Iraq sono previste elezioni nel 2005, l'insediamento definitivo di un governo eletto nel gennaio 2006 e la conseguente partenza delle truppe occidentali.
Per cosa si batterebbero dunque questi «resistenti»? Impedire le elezioni? Impedire che le truppe occidentali se ne vadano?
Non c'è in Iraq un esercito di occupazione destinato a stare lì indefinitamente (l’Iraq non è la Cecenia).
Ci sono invece truppe che smaniano per andarsene via e che lo faranno di sicuro, e di corsa, se i cosiddetti «resistenti» non riusciranno ad impedirlo mandando a carte quarantotto il processo di formazione di un sistema di governo costituzionale.
Dov’è dunque la resistenza? Oltre al «normale» marasma che non poteva non seguire a una feroce, lunghissima dittatura, c'è il terrorismo islamico d'importazione, ci sono le manovre degli Stati confinanti (che temono le ripercussioni di una eventuale stabilizzazione dell'Iraq), ci sono i nostalgici del vecchio regime, e c'è la questione sunnita (il fatto che i sunniti, antico e arrogante gruppo religoso dominante, devono dolorosamente acconciarsi a vivere in un Iraq a maggioranza sciita).
Ma che c'entra tutto questo con la «resistenza all'occupante»?
In Iraq c'è una sola cosa che noi occidentali possiamo fare: appoggiare con tutte le nostre forze il governo provvisorio e tentare che il processo di normalizzazione costituzionale non venga interrotto dall'azione delle bande armate (ma lo capiranno mai i francesi e i tedeschi?).
Solo così possiamo fare coincidere il nostro interesse particolare e l’interesse generale: difendere le residue speranze di un Iraq democratico e difendere noi stessi dalla furia del fanatismo pseudo-religioso.
Angelo Panebianco - Corriere della Sera
Nessuno si commuoverà. Nessuno dirà che sono eroi del nostro tempo.
I salotti chic della sinistra ufficiale e della sinistra ribaltata a destra (non del tutto) risparmieranno virgole e aggettivi stavolta: in fondo sono morti sul lavoro, un incidente, i dodici nepalesi poveri in canna e costretti dalla fame a sgobbare in Iraq; non meritano la prosa distillata dei soloncini contrattualizzati ad personam. Un titolo e via andare.
Andare di fretta per correre a parlar male di chi ha giudicato imprudente il turismo estremo di Enzo Baldoni.
Poi dicono che i morti sono tutti uguali. Vedrete oggi sulla stampa salottiera se sono tutti uguali.
Dodici nepalesi un po'sgozza ti, uno decapitato, un po' mitragliati, sono il prodotto della resistenza irachena o, meglio, della premiata macelleria islamica.
Roba da trattare all'ingrosso. Perché li hanno macellati? Li faranno passare per spie o mercenari; anche le accuse da quelle parti sono un tanto al chilo.
In realtà erano dodici lavoratori e basta, forse ignari di poter finire gratis nel tritacarne e in uno spot resistenziale antiamericano messo in rete, Internet, quale monito agli infedeli ("maiali, figli di cane" eccetera).
Questa non è una guerra di religione, affermano molti. Neanche noi la vogliamo una guerra di religione. A chi piace? Sono gli islamici fondamentalisti che l'hanno fatta diventare così. Ad ogni "esecuzione" tirano in ballo Allah.
Ma l'abitudine di scomodare dio a giustificazione dei delitti non è esclusiva dei musulmani. Qualsiasi esercito ha i propri cappellani e in caso di conflitto dio si umanizza e fa il tifo per il vincitore. O non sarà piuttosto che tutti usano il padreterno come prezzemolo.
Se le cose vanno bene ti fai le congratulazioni da solo, però quanto sono bravo. Se vanno male, giù una bestemmia.
Ora però davanti a quest'ultima fila cadaveri non c'è da perdersi in distinguo. È noto. Noi occidentali siamo in contraddizione. Combattiamo il terrorismo ma non siamo d'accordo su come combatterlo.
Chi pensa sia necessario recarsi laggiù a stanare i kamikaze e gli sgozzatori; chi pensa sia preferibile negoziare e rimanere a casa per evitare ritorsioni, ad esempio la Francia. Sul campo se ne danno e se ne prendono.
A casa, con le pantofole, è più comodo ma non si evitano grane; vedi giornalisti rapiti.
Insomma, o l'Europa si dà una regolata e adotta una politica comune contro la minaccia islamica oppure presta il fianco a qualunque banda di criminali. Ed è ingenuo credere che una posizione neutrale garantisca dagli attentati: le nostre città pullulano di musulmani e tra di essi i basisti potenziali, reclutati con la balla della fratellanza, sono numerosi.
È evidente, o la guerra gliela facciamo nei loro deserti o saranno loro a farcela qui. Le divisioni favoriscono il nemico. La dimostrazione si è avuta ieri.
In Israele, a Beersheva, un attentato spaventoso dei soliti kamikaze (eroi anche loro, naturalmente): sedici vittime. Routine. I giornali registrano annoiati. Le tivù anche.
Se a morire sono gli ebrei, pazienza. Se gli israeliani rispondono per le rime e uccidono quattro palestinesi si salvi chi può. Sharon boia.
Analizziamo l'attentato di ieri, appunto.
Guarda caso i kamikaze sono transitati da un territorio privo del famigerato muro. Allora significa che il muro serve alla sicurezza.
Nossignori. L'Europa, intesa come Ue, e l'Onu, si sono accodate, hanno disapprovato solennemente lo sbarramento e invitato il governo ad abbatterlo.
Vi rendete conto dell'imbecillità? Israele è attaccata quotidianamente dai terroristi e se si difende sbaglia; se contrattacca e applica il principio "occhio per occhio" sbaglia lo stesso.
Ma quando ha ragione? Quando gli ebrei sono massacrati. Crepino e non rompano l'anima all'Europa e all'Onu.
Ancora ieri, a Mosca. Otto morti e un tot di feriti. Attentato ceceno.
I ceceni - guarda la combinazione - sono musulmani. Il mondo trema.
Se uno di noi calpesta la sabbia irachena ci rimette la testa. Se un Paese sovrano approva una legge, giusta o non giusta, subisce un ricatto: se non la cambi ammazziamo due tuoi cittadini.
Insomma, è lecito stare qui con le mani in mano? Aspettiamo che ci scannino a domicilio?
Vittorio Feltri - Libero






