Adriano Sofri: Noi, lo Stato, Calabresi, Pinelli

Caro ragazzo, che ti stai preparando a combinarla grossa in qualche stanza con le tende tirate.
O hai già deciso di passare ai fatti, e allora hai una sola possibilità: fermarti sull’orlo.
Se non lo farai, ti mostro che cosa sarà di te. Nello specchio di quelli che sono venuti prima.
Non è vero, non crederci, che fossero migliori. Erano come te. Ma neanche peggiori.
Pochissimi di loro direbbero in pubblico che lo rifarebbero, non uno lo direbbe a se stesso. E’ quello che ti aspetta, ma solo in capo a una discesa all’inferno.


La discesa all’inferno, quella vera, non ha grandezza: è miserabile. Se sapessi che cosa sono i grandi criminali, una volta che li incontri in carne e ossa.
Se invece non hai ancora premeditato il tuo fatto, e ti alleni, con le parole e magari anche con le cose (le cose, che stanno al di qua dalle persone, salvo incidente), e giochi al rialzo, sappi che le parole ti prendono in ostaggio, ti sequestrano, e ti portano dove vogliono loro, alla prova del fatto.
Si chiede perché in Italia sia durata tanto la violenza: perché erano durate tantissimo le parole. Erano state a lungo parole che rispondevano a fatti.
C’erano i manifestanti da una parte, e scandivano slogan, cantavano e gridavano a squarciagola. Di fronte altri manifestanti, altri slogan, altri canti. In mezzo, nemico, lo stato.
Perfino in una manifestazione di strada, lo stato è silenzioso, finché suona tre squilli di tromba.
Lo stato ha questo di distintivo, che deve usare meno le parole e più i fatti.
Così per un lungo periodo bisogna rispondergli con le parole, e il loro rincaro: sui fogli firmati, sui muri, poi sui fogli anonimi, poi sui muri notturni.
E più crescono i fatti del tuo nemico, più feroci e oltranziste diventano le tue parole. Finché non bastano più.
Dopo che hai detto: ìFucili!î, che altro puoi dire? Devi andare a procurarti un fucile. E se non lo fai, perdi il rispetto per te. Se lo fai, perdi te.
Quelli che lo fanno possono essere i migliori, che non hanno il coraggio di tradirsi, di tirarsi indietro, di non prendere sul serio le parole che hanno troppo gridato; o i peggiori, quelli che le parole non le sanno maneggiare, e hanno solo aspettato che venisse il momento di menare le mani, con l’autorizzazione della buona causa. Frustrati, invidiosi di paese ñ senza amore. Tu ragazzo che tipo sei?
Fermati, aspetta un momento. Hai una famiglia? Bisogna lasciare tutto e tutti, quando si passa la linea. Madri e fratelli, come Gesù Cristo.
Poi, quando sarai in fondo al pozzo, ti ricorderai di aver avuto una famiglia ñ loro non se ne saranno mai dimenticati.
Questa ridicola recita di una parte di italiani che amano la famiglia, e un’altra che la odierebbe.
Tutti amano la famiglia, ed è là che cercano soccorso.
Certo che esistono le famiglie che uccidono, che violentanoÖ Ma la norma è un’altra.
Le famiglie delle vittime, le famiglie dei carcerati, dei latitanti, degli assassini. Sono ostili e nemiche, ma ci sono momenti in cui sono confuse insieme. Le vedove, gli orfaniÖ
Nel periodo in cui lo stato faceva male, e noi ci vendicavamo col rincaro delle parole, avemmo per la prima volta davanti agli occhi una vedova, due orfane.
La vedova si chiamava Licia Pinelli, le orfane Silvia e Claudia, avevano 9 e 8 anni.
Chi torni a sfogliare la collezione di Lotta Continua, per cercare di ricostruire l’aria disperata di quel tempo, troverà il disegno su un foglio di quaderno a quadretti, e la grafia infantile che dice: ìIeri, 15 dicembre 1969, hanno ucciso mio padreî.
C’è un problema in più, con destini come Pinelli: che non rientrano nella categoria delle vittime del terrorismo, e nemmeno delle vittime. Non c’è riconoscimento dello stato, non c’è risarcimento. L’accusa contro i miei amici e me accomunava, per il movente, Pinelli e Serantini. Franco Serantini, appunto, senza famiglia, orfano da orfanotrofio. Fu massacrato da poliziotti in strada e in questura, abbandonato a crepare in una cella di isolamento. In che giorno della memoria toccherà a lui?
Perché ti scrivo, ragazzo? Non so. Un po’ per parlare ad altri. Del resto, le lettere pubbliche non si rivolgono mai al loro destinatario ufficiale, parlano ad altri.
Ma con te c’è una ragione pratica: tu non hai un indirizzo, un nome, una faccia, per me. Posso provare a immaginarla, ma preferisco di no. La mancanza di faccia, l’anonimato, che nei tuoi conti ti tengono al riparo, sono ancora il tuo rifugio possibile. Puoi ancora salvarle, faccia e nome. Penso di convincerti? Ma no! Nemmeno di incuriosirti. Figuriamoci se non lo so. Mi sarei messo a ridere se qualcuno mi avesse scritto una lettera simile, quando ero ragazzo, e sapevo tutto. Tutto.
Anche tu sai tutto. Però io ce l’ho il titolo per scriverti. Io non sono uno che se la squaglia.
Se tu pensi di saper affrontare il periglio estremo, o la galera, bene, io anche.
Non mi spaventa la galera, nÈ il periglio estremo. Non occorre votarsi alla lotta armata per far fronte alla vita. Non mi sono fatto mancare molto.
Le guerre, ci sono andato dentro, e le odio più di te, e non meno di chiunque. La galera, ci sono andato dentro, più volte, e per tanti anni. E’ più penoso le prime notti, poi gli anni volano.
Se avessi detto che ero colpevole, che ero il mandante di un omicidio, non avrei trascorso un’ora in galera.
Ce l’ho, il titolo a parlare con te, e con chiunque.
Io non l’ho superata, quella linea, e non so nemmeno se avrei saputo oltrepassarla: dico di sì, per non sospettarmi vile, e perché ho saputo che cosa significasse un riconoscersi gli uni negli altri. Dunque non accampo differenze morali.
Uno che uccide uccide anche se stesso, e quando sia davvero ritornato a sÈ è la persona più degna di un dolore solidale. Può succedere davvero che l’assassino e la vittima si incontrino: ne dubito e ne diffido, ma l’altra sera ho sentito Antonia Custra dire all’assassino di suo padre di stare tranquillo, che lei è piena di amore. Succedeva in televisione, e tuttavia faceva rabbrividire.
E’ merito del libro di Mario Calabresi. Sto parlando anche a lui. Oggi io provo solo pena e dispiacere.
Sono andato a vedere quel film di Per Fly, ìGli innocentiî. Ha un intreccio rocambolesco, caratteri un po’ scontati. Però fa la domanda giusta: ìMa allora non finirà mai?î
Tu ragazzo forse non puoi capirla, tu sei nel punto in cui la cosa sta solo cominciando ñ come potresti preoccuparti di trovare un modo per finirla? Eppure. Non eravamo pazzi noi, nemmeno quando pensavamo e dicevamo e facevamo cose da pazzi. Eravamo capaci di intendere e di volere.
Non erano pazzi nemmeno quelli che firmavano gli appelli che oggi si leggono con raccapriccio.
Non c’entrai niente, e non avrei dato alcun peso a quell’appello e alle sue firme, ero troppo pieno di me e di noi. C’erano ottocento firme, anche le più illustri, anche le più degne.
Si sa, le firme agli appelli, a quel tempo, e sempre: uno non chiede nemmeno che cosa dica, chiede chi altri ha firmato. Si sa, ti chiamano al telefono, dici di sì per liberartene. Qualcuno ancora oggi protesta che gli fu estorta, la firma. Però non può essere tutto qui. Non doveva essere facile estorcere firme, o carpirgliele sotto il naso, a persone che si chiamavano Primo Levi e Giorgio Amendola e Giancarlo Pajetta.
Intanto, non c’erano allora morti ammazzati per mano privata, ed erano, per i più, ancora impensabili.
C’erano tutti quei morti ìdi statoî, nella banca, nella questura. C’era uno scandalo che faceva soffocare. E credo che anche quegli illustri (illustri davvero) firmatari ricorressero a loro modo al rincaro delle parole.
C’era scritto, in quell’appello, ìtorturatoreî e ìassassinoî. Come potevano crederci? ñ ci si chiede oggi.
Come potremmo non crederci? ñ si pensava allora.
Non sto affatto evocando l’aria del tempo per riscattare errori e colpe. Tant’è vero che l’aria del tempo non era la stessa per tutti. Leggendo il libro di Mario Calabresi mi sono chiesto ancora una volta se e come pensassimo allora alla famiglia del commissario.
Non ci pensavamo, io non ci pensavo. Tuttavia altri, anche vicino a me, ebbero quel pensiero, e lo espressero. Dunque si poteva, e si doveva, fare.
Mario Calabresi ha trovato su un numero del nostro giornale del ’70 una vignetta in cui suo padre gli insegnava a giocare con la ghigliottina. (In realtà la vignetta disegnava una bambina, citando una notizia sbagliata di Panorama). Era agghiacciante. Non per noi. Il disegnatore si proponeva proprio le provocazioni più insopportabili, che spingessero alla querela.
Si chiamava Roberto Zamarin, morì presto, una notte in cui correva nella nebbia per portare il giornale alla distribuzione.
Mi vergognerei se non ripetessi ora che era un uomo meraviglioso. Così ottusi fummo, ragazzo, e chissà come siamo.
Torniamo alle parole rincarate: esse non servono solo a sfogare dolore e rabbia. Servono anche ad allontanare o dilazionare il passaggio ai fatti.
Finché ci sono parole più grosse da gridare, ci si illude di esorcizzare il loro fatto. Questa è la lezione più importante, direi. E’ per questo che si deve temere che venga meno la memoria rispetto a un passato recente sì, ma già così lontano da escludere un paio di generazioni: che si possa ricominciare, che tu, ragazzo, possa persuaderti di disporre di una ennesima innocenza, di avere il diritto alla tua prima pietra ñ e di sentirti tenuto ad andar dietro alle tue parole.
Negli ultimi anni ci sono stati assassinii orrendi e futilmente sporadici, Massimo D’Antona, Marco Biagi, Emanuele Petri, prodotti da parole vecchie, tramandate dalle seconde e terze e ultime linee.
La tradizione catacombale di queste parole le conserva, la luce del sole le ridurrebbe in polvere, come antiche mummie. Anche tu, ragazzo, tieni tirate le tende della tua finestra e ti addestri al buio: chi non vuole essere visto, finisce presto per non vedere più. Tu non hai bisogno di quella lingua morta, se non come un pretesto. Certo la ìtradizioneî conta, perfino questa, il morto afferra il vivo. Ma si trovano sempre nuove ragioni per scendere in guerra in proprio.
Nel mondo c’è la guerra, c’è la fame, c’è la consumazione della natura, c’è il precariato giovanile. Basta metterci la maiuscola, e il più è fatto: la Guerra, la Fame, il Precariato.
Il ministro dell’Interno ha appena dato l’allarme: ìIl terrorismo non è ancora estirpatoî. ìPensavamo ñ ha detto ñ che, trent’anni dopo, il terrorismo fosse cancellatoî.
In una fabbrica torinese hanno scritto: ìSiamo tornatiî. Ma non è vero. Scommetterei che l’ha scritto un ragazzo come te, uno che non è tornato, perché non c’era.
Sarebbe un errore credere che il ìterrorismoî di oggi sia soprattutto un avanzo di quello dell’altroieri. Farsi impressionare dalla continuità impedisce di vedere la novità: il ìterrorismoî che sta incubando si trova i suoi pretesti tutti nuovi nella condizione d’oggi, e l’epopea brigatista è un arredo d’epoca.
Gli stessi ìcombattentiî maturi e addirittura anziani sono, alla lettera, dei sopravvissuti, simili ai rari superstiti della generazione dell’eroina.
Del buco di eroina si moriva presto, e forse per questo sembrava che l’eroina fosse affare di giovani, e che non stesse bene bucarsi da grandi: semplicemente, non si arrivava a essere grandi.
Qualcosa del genere succedeva per i ìterroristiî: non sta bene esserlo a cinquant’anni, o sessanta. O semplicemente, si è morti prima.
Ce ne sono, di nuove nicchie per dei giovani che vogliano sradicarsi dalla società ufficiale e dal suo ordine costituito.
Cattiveria del mondo globale, ottusità della generazione adulta e dei suoi modi di vivere, un terzomondismo rinnovato dalla prossimità domestica coi migranti, una paradossale idea della pace e della nonviolenza tradotta in impulso alla violenza riparatrice, distanza cercata dalla propria generazione e dal conformismo dei suoi desideri, spettacolo universale della guerra ñ possono spingere pochissimi giovani all’attivismo armato, e non pochi alla simpatia e alla solidarietà.
Ci si è fermati sugli attempati cospiratori presi nella retata ultima, che colpiva invece per i giovani, e la loro milizia politica e sindacale. Li si immagina reclutati dagli anziani, e ci si chiede che cosa li renda ancora vulnerabili al richiamo brigatista da anni Settanta, e probabilmente sono quegli sparuti anziani spostati a venir reclutati dai giovani, con la benevolenza che si assegna a chi è invecchiato senza trovare casa.
Mostrare la miseria dell’epopea terrorista è lodevole, se non altro perché è vero: ma a te non basterà, ragazzo. Ci sono sottomondi che si dissociano dalla conversazione comune per sentirsene esclusi e insieme esclusori e nemici, e comunicano in una lingua loro peculiare e irriducibilmente straniera. In quella lingua diventano possibili, plausibili e anzi doverosi pensieri e gesti che altrove suonano deliranti, e suoneranno deliranti a loro stessi quando avverrà loro di uscire dalla nicchia.
Il punto insuperabile delle ormai innumerevoli testimonianze degli attori della ìlotta armataî degli anni Settanta e Ottanta è proprio qui: che loro stessi non sanno più capire come abbiano potuto vivere e agire in quel modo, e lo sforzo di rendere l’idea della temperie perduta può essere narcisista o angosciato, ma resta evasivo, come il racconto di un’ubriacatura molesta della notte prima. La violenza è ogni volta di nuovo incubata nel grembo del nostro mondo, e ogni volta la sua parabola si alza e poi ricade.
E’ difficile che ricada senza essere andata oltre. Limitare i danni è questione che riguarda tutti, per un verso, e riguarda la polizia, per l’altro.
Noi avevamo smesso di chiamarla ìstrage di statoî, per stanchezza, per rigetto, quando cominciarono i magistrati competenti a chiamarla così. E’ diventata la dizione d’ufficio.
Luigi Calabresi era un ìfedele servitore dello statoî, come recitano oggi le lapidi? Sì. Ma di quale stato? A quale fedeltà è stato tenuto, o indotto?
Qui non posso avere la stessa convinzione di sua moglie o dei suoi figli, benché mi dispiaccia terribilmente di ferirne i sentimenti. Quello stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so.
Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati.
Nella primavera del 1969 ci fu una sequela di attentati a Milano. Erano fascisti, e delle stesse mani che avrebbero colpito all’ingrosso il 12 dicembre, a piazza Fontana.
Furono accusati e incarcerati anarchici e persone di sinistra.
Di quella indagine Calabresi fu dei principali autori.
Per convinzione della colpevolezza degli anarchici, per fedeltà allo stato, per ambedue le ragioni, o per una sola?
Il 12 dicembre fu il perfezionamento di quella vicissitudine, e lo stato, Roma e il questore Guida, vollero l’anarchico colpevole, e toccò a Pietro Valpreda, e per sovrappiù a Pino Pinelli.
Perché Pinelli? Perché viene tenuto per tre giorni, illegalmente (il vicequestore Allegra fu solo amnistiato per questo reato)?
Perché si dice di lui, perfino dopo lo schianto, che si è riconosciuto colpevole, che ha gridato: ìE’ la fine dell’anarchiaî, che è stato schiacciato dalle prove? D’Ambrosio ha giudicato che Calabresi fosse uscito dal suo ufficio. Bene. (Anni fa, D’Ambrosio, tradito dalla memoria, disse che era stato l’anarchico Valitutti a confermare: ma Valitutti aveva detto il contrario). Calabresi era fuori dalla stanza, a far firmare i verbali.
E i quattro che comunque nell’ufficio di Calabresi erano rimasti? Di cui D’Ambrosio accerterà che mentirono? E che furono promossi, tutti? E che non hanno detto più una parola? E che nessuno è andato più a interpellare, in un paese in cui dodici richieste di intervista non si negano a nessuno?
Quello stato che abbandonò Calabresi durante il linciaggio di cui noi fummo la punta avanzata, dovette garantirsi bene della fedeltà degli altri quattro.
E poi la sequenza dei processi, la ricusazione di un giudice colpevolista, le omertàÖ Ce n’era abbastanza per agitare le notti dei paladini di vedove e orfani. E un delitto commesso dallo stato è peggiore di uno privato.
Il delitto privato coinvolge la responsabilità del suo autore, quello dello stato vuole rendere complice l’intera comunità.
E’ vero che allora in tanti vedevamo la società così radicalmente spaccata in due parti, che noi stessi pensavamo come se fossimo l’altro stato, ed evocassimo e usurpassimo una giustizia in nome del proletariato, e in anticipo sul futuro. (Diceva questo il mio comunicato dopo l’uccisione di Calabresi, distorto in quell’inventato ìGiustizia è fattaî).
Per questo si può avversare la pena di morte e compiere un omicidio. Dì la verità, ragazzo: tu sei contro la pena di morte, vero? Fin dove arriveresti per combattere la pena di morte? Fino all’omicidio, e oltre ñ non è vero?
Io, che non conosco più il mondo, se non in certi suoi ripostigli tormentati, mi chiedo se tu, sul punto di passare la linea, non ti ritenga anche un adepto della nonviolenza.
La nonviolenza ñ che è il cammino più paziente, tortuoso e arrischiato da intraprendere ñ è arrivata per alcuni così repentinamente da riuscire perfino a rianimare le motivazioni della violenza. Grammatica nonviolenta, pratica violenta.
Ti piacerebbe ammazzare un gran sindaco, un gran cardinale? Sapevi chi erano D’Antona, Biagi?
Gli inquirenti hanno citato un passo della brutta copia della lettera di una brigatista recente a un suo compagno: ìA mia sorella ho urlato che, fosse stato per me, Biagi l’avrei torturato prima di giustiziarlo, ed è proprio così, per quello che ha fatto al proletariatoî. (Il brano non è stato poi copiato nella lettera spedita).
Delirio impensabile, o una corazza fortunosa arrivata al punto di spezzarsi ñ o tutt’e due. E tu, ti piacerebbe torturare Cofferati, per quello che ha fatto al proletariato? E se anche fosse così, tu resti contrario alla tortura, immagino, no? L’ho già detto: non mi illudo che tu mi stia a sentire.
Eppure potresti almeno scommettere un centesimo sulla mia conoscenza del prossimo. I compagni combattenti, di ieri e di oggi, sono fessi. Non sanno quello che fanno. Fraintendono. Guardano un bravo professore laburista in bicicletta, e lo scambiano per un aguzzino del proletariato. Guardano un bravo sindaco di sinistra, e lo prendono per un boia imperialista. Sono fessi. La cosa peggiore è che fraintendono anche se stessi: si guardano allo specchio, e vedono, invece che un giovane precario, un po’ incazzato, cui piacerebbe quella lì, loro vedono un intrepido giustiziere antimperialista.
E’ una malattia degli occhi. Poi passa. Si smette di essere fessi. Prima o poi. Dunque ti stai allenando.
Magari hai già un ìferroî da montare e rismontare, calcolando la velocità. Immagini già lo scenario della tua azione. Provi già la frase: ìMi dichiaro prigioniero politicoî. No: ìPrigioniero Politicoî. Anzi: ìPRIGIONIERO POLITICOî. Tu, ora, puoi essere lusingato. Puoi farla grossa davvero.
Vedi il discredito della vita pubblica. Vedi le grandi manovre di piccoli partiti che corrono a occupare ìlo spazio appena lasciato vuotoî dal partito adiacente. Perfino tu potresti speculare su questa rincorsa alla geometria solida: ìlo spazio lasciato vuotoî dalla crisi della lotta armata è una prateria ai tuoi piedi. Hai l’acquolina in bocca a figurarti il danno che puoi fare. Ributtare ciascuno nel proprio angolo, ciascuno coi propri morti. Appena arriverà un morto nuovo, il tuo, sarà tutto compromesso, giornata della memoria e lapidi e strade intitolate. E tu avanzerai lungo il cammino che porta a vedere nel proprio compagno un traditore, e a tradire, e poi a pentirsi o dirsi irriducibile, a morire ìin combattimentoî o compilare istanze per un permesso premio e preparare in cella l’esame di diritto internazionale. Nessuno tiene a prendere trenta all’esame quanto un ex clandestino.
Ma allora davvero non avrà mai fine? Avevo immaginato che la mia galera potesse servire ad avvicinare la fine, e a favorire il ricominciamento di cui c’è bisogno.
Ho detto che il film di Fly ha una trama rocambolesca. Ma la concatenazione incredibile che i grandi romanzi riescono a rendere verosimile è anche la vera anima della vita.
In questa catena nessuno è libero. Si può provare a spezzare il proprio anello. Tu, apprendista della camera oscurata, puoi ancora spalancare la finestra, respirare fondo, e disertarla, la catena. Hai un mondo da conquistare, ragazzo.
Adriano Sofri – Il Foglio

di Losciacallo il 27 maggio 2007 in Adriano Sofri · 23 commenti

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Pereira 29 maggio 2007 alle 21:08

Dopo vent’anni di silenzio parla la vedova di Pinelli
“Non mi interessa la punizione ma chi sa parli”
“Verità sulla fine di mio marito
solo così si supera il passato”
di GIUSEPPE D’AVANZO
MILANO – “E’ il mio destino ricordare. Per lungo tempo i ricordi mi venivano incontro e s’impadronivano della mia vita, quasi la schiacciavano. Sapevo di doverli tenere lontani, ma è un lavoro doloroso e spesso inutile. Ora, con quel che succede, i ricordi mi sono di nuovo tutti addosso e mi lasciano angosciata, pietrificata in un passato che non vuole passare. Guardi le mie mani…”. Licia Pinelli abita in una via appartata nei pressi di Porta Romana. La casa è ordinata, e silenziosa, le stanze sono in ombra. Non sediamo in salotto, ma in cucina intorno al tavolo tondo con la cerata. Beviamo una gazzosa. Licia Pinelli stende le sue mani sul tavolo per fermarne il tremore. Quando finalmente decide di parlare ancora – ora ha le mani chiuse a pugno – dice con un soffio di voce e d’impeto, come per un’urgenza che le brucia in petto: “Immagino soltanto una soluzione per questa tragedia lunga trent’anni: chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato”.
Quel che succede è questo: per il procuratore D’Ambrosio, “l’anarchico Valitutti” – era nel corridoio dell’ufficio politico della Questura di Milano la notte del 15 maggio di trent’anni fa, quando suo marito Pino Pinelli, ferroviere e anarchico, volò giù nel cortile – ha testimoniato che Luigi Calabresi non era in quella stanza…
“Non è vero, Lello Valitutti ha detto il contrario. Ha detto di non aver visto uscire Luigi Calabresi dalla stanza. Se il commissario non era uscito, vuol dire che era dentro”.
Secondo lei, che cosa accadde in quella notte?
“Un giudice (Caizzi) ha parlato di ‘morte accidentale’, un altro (Armati) di ‘suicidio’, D’Ambrosio, infine, di ‘disgrazia plausibile’. Io ho sempre immaginato che Pino sia stato duramente picchiato. Si è sentito male. Lo hanno creduto morto, lo hanno buttato giù dalla finestra”.
La ricostruzione di D’Ambrosio è un’altra.
“Sì, D’Ambrosio descrive un’altra scena. L’interrogatorio è finito. Pino si alza. Accende una sigaretta. Si avvicina alla finestra. La ringhiera è bassa. Pino apre un battente che sbatte contro il muro. Si sente male. E’ tra due poliziotti, Panessa e Mainardi. Precipita. Nessuno vede, tutti gli altri alzano gli occhi solo quando Pino cade giù e vedono Panessa che si sporge dietro di lui. Per trattenerlo, dice D’Ambrosio. Per spiegare che cade due o tre metri in fuori, il procuratore sostiene che c’è il malore e un appoggiarsi verso il vuoto. Anche D’Ambrosio non è sicuro del fatto suo. Dice che è una ricostruzione ‘verosimile’. Verosimile per verosimile, ce n’è allora una terza”.
Quale?
“D’Ambrosio ha ragione nella prima parte del racconto. L’interrogatorio è finito. Pino si accende una sigaretta. E’ libero, sta per tornare a casa. E’ allegro e come rinfrancato dopo tre giorni di pressioni. Forse troppo rinfrancato. A quel punto, non rinuncia alla battuta sarcastica. E’ nel suo carattere. Sfotte i poliziotti e uno di loro cerca di mollargli un ceffone: ne resta traccia sul collo sotto forma di ‘macchia ovolare’. Il colpo gli fa perdere l’equilibrio. Questa scena mette insieme molti dettagli. Il trambusto che avverte Valitutti, seduto in corridoio in attesa di essere interrogato. Il volo di Pino senza un grido. Quelli nella stanza che vedono solo le gambe, le scarpe di Pino che precipita e il brigadiere Panessa, il più vicino, che si sporge per afferrarlo”.
Suo marito Pino le ha mai parlato di Luigi Calabresi?
“Una volta me ne ha parlato. Mi disse: ‘C’è un giovane alla questura, è intelligente, ci si può parlare’”.
L’anarchico si fidava del poliziotto?
“Pino era fatto così. In ognuno vedeva del buono, era pieno d’entusiasmo, ma non era uno sprovveduto. Calabresi era sempre un poliziotto”.
E’ stato scritto che tra loro, tra il commissario giovane e intelligente e l’anarchico generoso e appassionato, ci fosse una specie di amicizia. Si scambiavano libri ad esempio.
“Calabresi regalò a Pino ‘Mille milioni di uomini’ di Enrico Emanuelli. Pino allora aveva ricambiato Calabresi con una copia dell’Antologia di Spoon River che era il libro della sua vita. Nei quattordici anni che abbiamo vissuto insieme, ha sempre riletto quelle poesie aggiungendo, nelle pagine, piccoli biglietti con i suoi commenti. Così gli deve essere venuto naturale regalare il libro a Calabresi come avrebbe fatto con chiunque altro. Cose del tipo: sto leggendo questo libro, non lo conosci? Leggilo…”.
Ha mai incontrato la vedova Calabresi?
“No”.
L’ha mai sentita?
“No”.
Non ha avuto mai voglia di condividere con lei i suoi ricordi?
“No, mai. Viviamo in due mondi diversi”.
Ma il dolore che vi è stato inflitto non è lo stesso? Intorno a questo dolore comune non ha mai pensato che potesse nascere una solidarietà, e forse anche una comprensione?
“E’ vero forse, ma la morte di Luigi Calabresi non mi risarcisce della morte di Pino”.
Ha conosciuto il commissario?
“L’ho visto una sola volta, in tribunale durante il processo a Lotta Continua”.
Che impressione ne ebbe?
“Mi ha fatto pena. Quando è entrato in aula, hanno preso a gridargli dal pubblico: ‘Assassino!’. Per un attimo mi sono sentita nei suoi panni. La gente continuava a gridare e mi ha fatto pena”.
Perché?
“Perché erano colpevoli tutti, non soltanto Luigi Calabresi, mentre in quell’aula, agli occhi della gente, soltanto lui era l’imputato, soltanto lui era il colpevole. Per me erano tutti imputati allo stesso modo, il questore, il prefetto, il ministro e ancora più su. Io non volevo, non trovavo giusto che si aggredisse il capro espiatorio. Per questo ne avevo pena”.
Hai mai pensato che Calabresi potesse essere sincero nella sua ricostruzione dei fatti?
“Me lo ha chiesto anche Piero Scaramucci in un libro che abbiamo scritto venti anni fa (‘Una storia quasi soltanto mia’). Gli risposi che se Calabresi avesse detto la verità, sarebbe subito venuto a dirmela quella sera stessa. Quando gli ho telefonato, quella notte, invece mi disse: ‘Signora, abbiamo molto da fare!’. Non ho motivo per cambiare la mia risposta. Calabresi non ha mai detto davvero tutta la verità. All’inizio disse che Pino era ‘fortemente indiziato’. Un mese dopo, che ‘era una bravissima persona’ e che ‘non c’erano indizi contro di lui’”.
Perché allora, dopo trent’anni e nella convinzione che Calabresi sia stato un capro espiatorio, non perdonare o pacificarsi con la famiglia Calabresi?
“Luigi Calabresi fu, sì, il capro espiatorio, ma anche il responsabile morale di quanto accadde in questura. Importa poco se fosse o non fosse nella stanza. Fu lui a convocare Pino in questura. Fu lui a trattenerlo nel suo ufficio illegalmente per tre giorni. Era il capo. Erano suoi gli uomini che lo interrogarono. Io li ho denunciati tutti e, oggi come ieri, non voglio far ricadere la responsabilità di quanto è accaduto soltanto su un’unica persona”.
Quali sono state le sue reazioni quando hanno ucciso il commissario?
“Mi sono sentita derubata”.
Perché?
“In quel momento, passato lo sgomento e la paura, ho capito che non avrei avuto più la verità che stavo cercando”.
Per l’assassinio di Calabresi sono stati condannati Sofri, Bompressi e Pietrostefani…
“Io non credo alla loro colpevolezza. Anche a Lotta Continua, come a me, è stata sottratta la verità. La ‘campagna’ di Lotta Continua aveva lo scopo di dare una verità alla morte di Pino. Avevano ottenuto il processo, non avevano alcuna ragione di ucciderlo. Questo penso…”.
Signora, ci deve essere da qualche parte una strada per chiudere questa stagione di odio e di morte. Non crede che ognuno, per la sua parte, dovrebbe cercarla?
“Io credo che quella strada possa essere soltanto la verità, non la menzogna o la disattenzione o l’oblio. Soltanto la verità potrà fermare il tremore delle mie mani, restituirmi una quiete capace di tenere lontani i ricordi. Voglio conoscere la verità. Non mi interessa la punizione dei colpevoli. Non mi piacciono le prigioni, non è in prigione che i colpevoli comprendono la natura dei propri errori. Voglio sapere chi ha fatto che cosa. Chiedo che siano attribuite delle responsabilità. Mio marito è entrato vivo in una questura, ne è uscito morto. Perché? E chi ne è responsabile? Uno Stato forte e credibile sa afferrare e sopportare la verità. Se è spaventato dalla verità, quello Stato rinuncia a se stesso, si indebolisce, perde, si dichiara sconfitto. Per ritornare alla sua domanda, la strada per chiudere questa maledetta stagione di odio può essere soltanto la giustizia”.
Parola alquanto sbiadita, non le pare?
“Non parlo della giustizia dei tribunali, ormai. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto. Che si sappia chi ha ucciso Pino. Chi ha ucciso Pino ne sia riconosciuto responsabile. Chi sa, trovi il coraggio di dire la verità: è la sola strada verso una pacificazione che sappia liberarci del passato”.
(18 maggio 2002)

Replica

Giancarlo 30 maggio 2007 alle 14:22

Un altro pezzo qui

Replica

Rolli 30 maggio 2007 alle 14:43

Infatti appena ho tempo lo riporto integralmente in un post. Picerebbe sapere come mai hanno fatto tutti “oooh” per i riferimenti a D’Amato, e nessuno abbia invece sollevato il problema di Pinelli, del fatto che i quattro mentirono, come accertò borrelli, e non furono mai puniti, e ancora come mai non abbia colpito la contraddizione sempre di Borrelli sulla presenza di Calabresi nella stanza.
Perchè se si chiede la Verità questa non può essere di comodo e a senso unico.

Replica

Pereira 30 maggio 2007 alle 19:18

Gentile Direttore
L’intervista di Adriano Sofri ha avuto il merito di riaprire il caso alla grande, è bastato una riga per creare lo scompiglio, mentre il Libro di Mario Calabresi stava bene a tutti, o quasi, ecco le reazioni:
Franco Monaco Gazzetta del Sud 28 maggio;
” Se siano vere o no, non lo so . Ma sono sconcertato, le rivelazioni a metà e clamorosamente tardive da parte di Sofri.
Faccia nomi e cognomi. Mi riconosco nel disappunto che si rinviene nel bellissimo libro di Mario Calabresi: prima di dare loro credito, ai protagostisti di quella tragica stagione è doveroso chiedere di dire tutta intera la verità che conoscono. Altrimenti gli appelli alla riconciliazione, a una pacificata e comune memoria collettiva ad atti di clemenza personali e collettive degenereranno nella pretesa irricevibile dell’oblio ”
Gherardo D’Ambrosio:
ì Certamente l’ufficio di D’Amato si muoveva in modo spregiudicato e occulto le prove concernenti diversi attentati. I suoi uomini filtravano i risultati delle indagini di polizia e facevano arrivare ai magistrati solo quello che volevano. Che abbiano tentato di influenzare e manipolare l’estrema sinistra, come avevano fatto con l’estrema destra, non ci sorprende affattoî
Francesco Cossiga
ì Figuriamoci se D’ Amato si metteva nelle mani di Lotta Continua, una banda di ragazzini il cui leader era Sofri . Come si può pensare che gli eredi di Mario Scelba si fidassero, addirittura per commettere un omicidio, a gente che al massimo avrà compiuto qualche esproprio proletario. Sono difensore di Sofri ñprosegue Cossiga ñ perché non credo che sia capace di ammazzare una mosca. E’ un fine parolaio: non penso proprio che l’ufficio affari riservati gli desse atta importanza ì
Enrico Daglio:
ì Conosco Adriano abbastanza bene da poter dire che non si atratta di un’invenzione. Evidentemente è un segreto che ha conservato per molti anni
e ora ha voluto rivelareî
Pasolini :
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
E’ servita a ricordare a chi lo aveva scordato o lo voleva scordare che i protagonisti di quella stagione non sono tanto o soltanto i brigatisti ma sono soprattutto quelli che tra una ì messa e l’altra ì, quelli che:
ì filtravano i risultati delle indagini di polizia e facevano arrivare ai magistrati solo quello che volevano. Che abbiano tentato di influenzare e manipolare l’estrema sinistra, come avevano fatto con l’estrema destra, non ci sorprende affattoî
L’unica cosa giusta da fare è: Eliminare il Segreto di Stato sulle Stragi.
Altrimenti gli appelli alla riconciliazione, a una pacificata e comune memoria collettiva ad atti di clemenza personali e collettive degenereranno nella pretesa irricevibile dell’oblio “

Replica

Pereira 30 maggio 2007 alle 19:18

Gentile Direttore
L’intervista di Adriano Sofri ha avuto il merito di riaprire il caso alla grande, è bastato una riga per creare lo scompiglio, mentre il Libro di Mario Calabresi stava bene a tutti, o quasi, ecco le reazioni:
Franco Monaco Gazzetta del Sud 28 maggio;
” Se siano vere o no, non lo so . Ma sono sconcertato, le rivelazioni a metà e clamorosamente tardive da parte di Sofri.
Faccia nomi e cognomi. Mi riconosco nel disappunto che si rinviene nel bellissimo libro di Mario Calabresi: prima di dare loro credito, ai protagostisti di quella tragica stagione è doveroso chiedere di dire tutta intera la verità che conoscono. Altrimenti gli appelli alla riconciliazione, a una pacificata e comune memoria collettiva ad atti di clemenza personali e collettive degenereranno nella pretesa irricevibile dell’oblio ”
Gherardo D’Ambrosio:
ì Certamente l’ufficio di D’Amato si muoveva in modo spregiudicato e occulto le prove concernenti diversi attentati. I suoi uomini filtravano i risultati delle indagini di polizia e facevano arrivare ai magistrati solo quello che volevano. Che abbiano tentato di influenzare e manipolare l’estrema sinistra, come avevano fatto con l’estrema destra, non ci sorprende affattoî
Francesco Cossiga
ì Figuriamoci se D’ Amato si metteva nelle mani di Lotta Continua, una banda di ragazzini il cui leader era Sofri . Come si può pensare che gli eredi di Mario Scelba si fidassero, addirittura per commettere un omicidio, a gente che al massimo avrà compiuto qualche esproprio proletario. Sono difensore di Sofri ñprosegue Cossiga ñ perché non credo che sia capace di ammazzare una mosca. E’ un fine parolaio: non penso proprio che l’ufficio affari riservati gli desse atta importanza ì
Enrico Daglio:
ì Conosco Adriano abbastanza bene da poter dire che non si atratta di un’invenzione. Evidentemente è un segreto che ha conservato per molti anni
e ora ha voluto rivelareî
Pasolini :
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
E’ servita a ricordare a chi lo aveva scordato o lo voleva scordare che i protagonisti di quella stagione non sono tanto o soltanto i brigatisti ma sono soprattutto quelli che tra una ì messa e l’altra ì, quelli che:
ì filtravano i risultati delle indagini di polizia e facevano arrivare ai magistrati solo quello che volevano. Che abbiano tentato di influenzare e manipolare l’estrema sinistra, come avevano fatto con l’estrema destra, non ci sorprende affattoî
L’unica cosa giusta da fare è: Eliminare il Segreto di Stato sulle Stragi.
Altrimenti gli appelli alla riconciliazione, a una pacificata e comune memoria collettiva ad atti di clemenza personali e collettive degenereranno nella pretesa irricevibile dell’oblio “

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Pereira 30 maggio 2007 alle 19:27

Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Cos’è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1∞ novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha nÈ prove nÈ indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
» certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. » possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? » semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

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Pereira 30 maggio 2007 alle 19:32

Gentile Senatore D’Ambrosio
La richiesta di ìLiberazioneî di emettere un francobollo per commemorare la tragica fine di Giuseppe Pinelli e l’articolo sul ìL’Unita ì del 19 dicembre a pag. 7 nel quale si riassumono i termini della questione, mi ha spinto a ricercare e riflettere sulla l’intervista rilasciata dalla vedova Licia Pinelli rilasciata a Giuseppe D’Avanzo a ìLa repubblica ì del 18 maggio 2002. .
Io credo che a trentasette anni è necessario e possibile aggiungere qualche tassello alla ricostruzione dei fatti.
In ogni caso, comunque siano andate le cose, dovrebbe essere riconosciuti con tutte le formalità l’onore e la dignità a Giuseppe Pinelli.
Uno Stato che si rispetti dovrebbe sentire il dovere morale di riconoscere e farsi carico, quantomeno, della sicurezza dei locali nei quali si svolgono gli interrogatori. Io credo che Giuseppe Pinelli ha diritto a qualcosa di più di un semplice francobollo.
Ne ha diritto la Signora Licia Pinelli, una donna coraggiosa, che con grande dignità dice:
ì Immagino soltanto una soluzione per questa tragedia lunga trent’anni: chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato ì.
ì Soltanto la verità potrà fermare il tremore delle mie mani ì
Da parte mia solo qualche osservazione: ì D’Ambrosio non riuscì a interrogare proprio colui che veniva considerato da alcuni settori extraparlamentari il principale responsabile della morte di Pinelli cioè il commissario Calabresiî
ì il quale tra l’altro non era neanche presente nella stanza della questura dalla cui finestra cadde Pinelliî che interesse c’era ad interrogare Calabresi, quando Lei afferma con sicurezza che non era nella stanza, e, invece, ritiene che quelli che erano nella stanza, i testimoni oculari dei fatti, dissero tutta la verità ?
Certo che Lei vorrà compiere un ulteriore sforzo nella direzione di della verità, formulo i migliori auguri per un Buon Natale e un felice anno nuovo, a Lei alla sua famiglie e al suo Staff.
lì 23.12.2006

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Pereira 30 maggio 2007 alle 19:34

Non era Borrelli era Gerardo D’Ambrosio

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martin_peccatore 30 maggio 2007 alle 19:40

il romanzo delle stragi è sempre bello da rilegge. ogni volta da l’idea della statura morale e critica di pasolini.
pero sinceramente: cosa centra con le dichiarazioni di sofri? sofri non suggerisce una verità come intelletuale, sofri aggiunge un (piccolo) tassello alla verità personale come testimone sofferto. sono due modi di denunciare uno stesso fenomeno totalmente diversi, in due italie totalmente distinte.

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Rolli 30 maggio 2007 alle 19:50

lapsus, sorry

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Marco Rivalta 31 maggio 2007 alle 02:57

“Un delitto commesso dallo stato è peggio di un delitto commesso da un privato, [perché] il delitto privato coinvolge la responsabilità del suo autore, [mentre] quello dello stato vuole rendere complice l’intera comunità”. Questo ha scritto Sofri nella sua “Lettera a un apprendista assassino”, in risposta al libro di Mario Calabresi.
Naturalmente è vero il contrario: lo Stato ha il monopolio esclusivo dell’uso della forza; se qualcuno dei suoi rappresentati ne abusa, costui può scaricare la responsabilità del misfatto sui suoi subordinati, non certo su “l’intera comunità”.
Di che parla dunque, Sofri, uomo non libero?
Io credo che egli parli – lapsus? – di quel delitto CONTRO lo Stato che fu il linciaggio di Calabresi. Per quel linciaggio Sofri riuscì ad avere dalla sua parte non solo gli ottocento VIP che firmarono il famoso appello, ma anche tutti coloro che apostrofarono Calabresi come assassino (erano tanti, e alcuni continuano a farlo ancora oggi!). Questo linciaggio coinvolse davvero l’intera comunità, al punto che soltanto quattro italiani (su 50 milioni) ebbero il coraggio di firmare un necrologio spontaneo per la morte del “commissario assassino”.
Certo, sapevamo tutti che l’omicidio Calabresi fu il primo atto di una lunga tragedia; ma solo oggi sappiamo che fummo quasi tutti complici nel legittimare, con l’assenso o il silenzio, la vendetta contro uno dei pochi uomini che difesero lo Stato a viso aperto. Certo, Sofri scagliò la prima pietra, ma nessuno (di noi) fece qualcosa per fermarlo. Lui si scandalizza ancora oggi perché lo Stato coprì gli autori delle stragi; e oggi come allora invita un improbabile apprendista assassino (improbabile solo perché lettore del Foglio) a scandalizzarsi insieme a lui.
Che farsa!

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Pereira 31 maggio 2007 alle 11:23

Hai mai pensato che Calabresi potesse essere sincero nella sua ricostruzione dei fatti?
“Me lo ha chiesto anche Piero Scaramucci in un libro che abbiamo scritto venti anni fa (‘Una storia quasi soltanto mia’). Gli risposi che se Calabresi avesse detto la verità, sarebbe subito venuto a dirmela quella sera stessa. Quando gli ho telefonato, quella notte, invece mi disse: ‘Signora, abbiamo molto da fare!’. Non ho motivo per cambiare la mia risposta. Calabresi non ha mai detto davvero tutta la verità. All’inizio disse che Pino era ‘fortemente indiziato’. Un mese dopo, che ‘era una bravissima persona’ e che ‘non c’erano indizi contro di lui’”.
Quel che succede è questo: per il procuratore D’Ambrosio, “l’anarchico Valitutti” – era nel corridoio dell’ufficio politico della Questura di Milano la notte del 15 maggio di trent’anni fa, quando suo marito Pino Pinelli, ferroviere e anarchico, volò giù nel cortile – ha testimoniato che Luigi Calabresi non era in quella stanza…
“Non è vero, Lello Valitutti ha detto il contrario. Ha detto di non aver visto uscire Luigi Calabresi dalla stanza. Se il commissario non era uscito, vuol dire che era dentro”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Gherardo D’Ambrosio:
ì Certamente l’ufficio di D’Amato si muoveva in modo spregiudicato e occulto le prove concernenti diversi attentati. I suoi uomini filtravano i risultati delle indagini di polizia e facevano arrivare ai magistrati solo quello che volevano. Che abbiano tentato di influenzare e manipolare l’estrema sinistra, come avevano fatto con l’estrema destra, non ci sorprende affattoî
Come sono simili le parole usate da Pasolini e
quelle usate da D’Ambrosio.
Che senso ha chiedere a tutti di parlare,di dire la verità e poi mantenere il segreto di Stato ?
Nella chat del Corriere della Sera con Gian Antonio Stella ha definito scellerato il modo con cui la Questura si comporto’ dopo la morte di Pinelli.

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Marco Rivalta 31 maggio 2007 alle 15:24

In generale io non do troppo credito a quel che dicono uomini non liberi e vedove…
Dopo la morte di Pinelli, Calabresi poteva marcar visita, chiedere il trasferimento, farsi promuovere, dimettersi, cambiar lavoro…
Invece rimase al suo posto (scrive il figlio) a rischio della vita, perché lui era innocente; così com’era innocente Pinelli, da lui mandato libero probabilmente contro l’opinione di Allegra (superiore di Calabresi).
Restando al suo posto, forse il commissario voleva anche coprire i suoi quattro subordinati, perché probabilmente non era chiara nemmeno a lui la dinamica dei fatti nella morte di Pinelli.
Ebbene, io questo lo chiamerei un comportamento esemplare. Comportamento esemplare che è il vero motivo del linciaggio, tanto più FASCISTA quanto più s’ammantò d’antifascismo, a cui fu sottoposto Calabresi.
Questo, purtroppo per TUTTI, è quel che vien fuori dal libro di suo figlio Mario.

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Pereira 2 giugno 2007 alle 17:33

Che idea si è fatto della morte dell’anarchico
Pinelli in questura ?
” Ci ho lavorato tanto volevo capire il ruolo che aveva avuto mio padre. Dagli atti processuali ho visto che mio padre non era in quella statnza.
La sentenza del giudice D’Ambrosio mi sembra scritta e argomentata molto bene. Lui scrisse che Pinelli morì cadendoper un malore, C’è un punto che non mi convince; il questore di allora fece un errore scellerato. Non chiarì subito gli addebiti, e poi disse che si era suicidato perchè aveva commesso la strage .
E questo ha lasciato una zona di opacitò sul comportamento della questura “.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/18/Calabresi_chat.shtml – 47k -
Gentile Marco Rivalta:
Lei può non credere a quel che dicono uomini non liberi e vedove: ma non può non riconoscere che la fondamentale richiesta di Licia Pinelli è giusta e onesta:
” Immagino soltanto una soluzione per questa tragedia lunga trent’anni: chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato”.
Come non può non dare credito , almeno, a questa parte della lettera di Sofri:
Perché Pinelli? Perché viene tenuto per tre giorni, illegalmente (il vicequestore Allegra fu solo amnistiato per questo reato)?
Perché si dice di lui, perfino dopo lo schianto, che si è riconosciuto colpevole, che ha gridato: ìE’ la fine dell’anarchiaî, che è stato schiacciato dalle prove? D’Ambrosio ha giudicato che Calabresi fosse uscito dal suo ufficio. Bene. (Anni fa, D’Ambrosio, tradito dalla memoria, disse che era stato l’anarchico Valitutti a confermare: ma Valitutti aveva detto il contrario). Calabresi era fuori dalla stanza, a far firmare i verbali.
E i quattro che comunque nell’ufficio di Calabresi erano rimasti? Di cui D’Ambrosio accerterà che mentirono? E che furono promossi, tutti? E che non hanno detto più una parola? E che nessuno è andato più a interpellare, in un paese in cui dodici richieste di intervista non si negano a nessuno?
Quello stato che abbandonò Calabresi durante il linciaggio di cui noi fummo la punta avanzata, dovette garantirsi bene della fedeltà degli altri quattro “.
Su fatto che Calabresi fosse una persona onesta
non ci sono dubbi, allora perchè ? E’ semplice :
perchè Allegra e D’Amato facevano parte dello
Stato che ” si muoveva in modo spregiudicato e occultò le prove concernenti diversi attentati. I suoi uomini filtravano i risultati delle indagini di polizia e facevano arrivare ai magistrati solo quello che volevano. Che abbiano tentato di influenzare e manipolare l’estrema sinistra, come avevano fatto con l’estrema destra, non ci sorprende affattoî
Mentre Calabresi no. Calabresi fu ucciso perchè
isolato come un corpo estraneo, proprio perchè allora lo Stato vero che decideva e contava era quello di D’Amato e di Allegra.
Spinelli Francesco

Replica

Marco Rivalta 3 giugno 2007 alle 03:20

Beh, se è vero quel che lei dice di D’Amato e Allegra, e dato che son passati trentacinque anni dall’omicidio Calabresi, trentasette dalla defenestrazione di Pinelli, i casi sono due:
1) la looby occulta a cui appartenevano i due *** è tuttora potente;
2) la sinistra rivoluzionaria era, ed è, incommensurabilmente fessa (sto citando Sofri).
Cordialità

Replica

Pererira 4 giugno 2007 alle 17:23

Ho riportato il romanzo delle stragi perchè Pasolini aveva capito tutto molto prima della Commissione Stragi e, forse, per questo è stato eliminato.
ho riportato le parole di Mario Calabresi e quelle di Gerardo D’Ambrosio che finalmente dovrebbe rivedere la sua sentenza.

Replica

Marco Rivalta 5 giugno 2007 alle 01:11

Gentile Pereira,
mi scuso per la brevità del mio precedente post, ma venerdì notte ero di servizio e non avevo molto tempo per scrivere.
Ora mi spiego meglio: può anche darsi che Pasolini “…ce l’aveva detto”, ma è morto 32 anni fa e la sua personalità era troppo complessa, la sua morte troppo carica di significati, per farne una vittima della “Stato parallelo” fascista. Quanto a D’Ambrosio, ex-giudice ma uomo politico prudente, non credo proprio che riaprirà il caso Pinelli: per il buon motivo che gli apprendisti assassini sono ancora tra noi (come ben sa Sofri).
Certo, è ingiusto che la vedova di Pinelli non abbia ancora ottenuto giustizia, ma non dobbiamo dimenticare che la memoria di suo marito quale vittima del “doppio Stato” è sempre stata difesa da un consistente gruppo di persone. Tra le quali mi ci metto anch’io, ultimo arrivato.
Ben altro però fu la solitudine di Calabresi (cfr. i 4 necrologi citati dal figlio): Sofri usa giustamente la parola linciaggio, e non credo ci sia bisogno di ricordare le teorie di Renè Girard per sapere che i veri linciaggi sono quelli a cui partecipa la “intera comunità”. Poi il non-libero Sofri pensa, senza dirlo eplicitamente, che fu lo Stato a render responsabile della sua morte l’intera comunità, ma io non sono affatto d’accordo: sarebbe come dire che dal punto di vista ETICO la prima pietra lanciata (proprio da Sofri!) è meno importante di quella che materialmente uccise Calabresi. Parlo di etica, perché sono convinto che anche in questo caso la verità giudiziaria non verrà mai a galla: il gatto (F.U. D’Amato) ha incastrato il topo, poi è morto e s’è portato via la chiave della trappola. Fuor di metafora, Lei sa che la Commissione Stragi (1989-2001), pur dotata di poteri inquirenti enormi, non ha MAI interrogato F.U.D’A., neanche come semplice “persona informata dei fatti” (benchè essa abbia avuto ben sette anni per farlo, prima che il gatto morisse, nel 1996)?
Sofri, uomo non-libero, sa bene tutto questo, ma non sa dirlo di suo, tant’è vero che egli trae la “domanda giusta” da un film: “Ma allora non finirà mai?”. Ecco il punto.
Io non vedo altra via d’uscita, se non quella che il “forever young” Sofri non può vedere: chiedere la grazia e uscire dalla trappola del ghigno del gatto.
Thinking of a series of dreams
Where the time and the tempo fly
And there’s no exit in any direction
‘Cept the one that you can’t see with your eyes

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Pererira 14 giugno 2007 alle 17:13

Gentile Rivalta
L’Unità 9 giugno 07pagina 22:
Scelti per voi :
Piazza delle cinque Lune
23,30 Canale 5 ñ Giallo ñ
Regia: Renzo Martinelli ñ
Italia 2003.
Nella lista dei programmi :
23,30 Amori & Segreti. Film
(USA, 1998) con Lena Olin ñ
Gabriel Byne.
Proprio mentre il I∞ film avrebbe dovuto
essere trasmesso, sulla lapide di Via Fani è
stata è stato scritto Bush=Moro.
E si è scatenata un ridda di prese di posizioni
incredibile.
Nei giorni 9 e 10 maggio in occasione dell’anniversario sull’Unità sono apparsi due articoli, che avrebbero meritato la prima pagina:
I∞ ìNella guerra alle Br Moro era il prezzo che dovevamo pagareî
Parla per la prima volta Steve Pieczenik che lavorò con Cossiga durante il sequestro:
ì Lessi le molte lettere di Moro e i comunicati dei terroristi. Vidi che Moro era angosciato e stava facendo rivelazioni che potevano essere lesive per l’Alleanza Atlantica . Decisi allora che dovevano prevalere la Ragione di Stato anche a scapito della sua vita. Mi resi conto che bisognava cambiare le carte in tavola e tendere una trappola alla Br. Finsi di trattare. Decidemmo quindi, d’accordo con Cossiga, che era venuto il momento di mettere in pratica un’operazione psicologica e facemmo uscire il falso comunicato della morte di Aldo Moro con la possibilità di ritrovamento del suo corpo nel lago della duchessa . Fu per loro un colpo mortale perché non capirono più nulla e furono spinti all’autodistruzione. Uccidendo Moro persero la battaglia. Se lo avessero liberato avrebbero vinto. Cossiga ha approvato la quasi totalità delle mie scelte e delle mie proposte e faceva di tramite con Andreotti ì Unita 9.5.07 pag.10
ì Moro, depistaggio del lago Duchessa?
Voce sempre circolataî ‘Unità 10 maggio 07 pag. 11
Non so perché ma anche questa scritta mi sembra un depistaggio.
Purtroppo la guerra non è ancora finita.
Riflettiamoci insieme
Buona serata

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Francesco 23 ottobre 2008 alle 22:08

L’elenco completo di TUTTI i firmatari dell’appello de l’Espresso contro il Commissario Calabresi sono disponibili sul blog – http://www.memore.splinder.com

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Pereira 23 novembre 2008 alle 20:01

In quell’elenco c’è anche Pier Paolo Pasolini:
è vergognoso come su Memore vengono dileggiati i firmatari di quell’appello.
E dire che, forse, se senza quella presa di coscienza sarebbe passata la tesi del suicidio di Pinelli e Valpreda sarebbe stato condannato all’ergastolo.
Memore tutto fa meno che ricordare come sono andate davvero le cose. E da una mano a Cossiga che tenta di accreditare la tesi che le brigate rosse sono nate nelle scuole.
Mentre proprio Pasolini a chi tentava di dire che la strage di Piazza Fontana era il frutto del 68 rispondenva che il frutto del 68 erano state le conquiste dell’autunno e che prima i Sindacati dormivano.
Buona serata

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Pereira 11 dicembre 2008 alle 21:20

Falerna lì 11.12.2008
Gentilissima signora Licia
La ringrazio della bellissima lettera che mi ha scritto, mi ripaga del fatto che tanti non mi hanno degnato mai di una risposta.
Marco Travaglio che stimo molto, mi ha risposto ì Gentile lettore, rispetto le sue convinzioni, ma non ne condivido nemmeno una rigaî .
Io però non demordo confortato e incoraggiato dalla Sua lettera.
Certo: se quelle stesse lettere al :Presidente della Repubblica, al Senatore D’Ambrosio, a Roberto Cotroneo, a Furio Colombo, le avesse scritte Lei, forse, non avrebbero potuto non rispondere.
Più il tempo passa e più la necessità che la verità sulla strage di Piazza Fontana e sulla fine di Giuseppe Pinelli sia patrimonio di tutti diventa sempre più impellente, più ineludibile.
In America il segreto di Stato dopo trenta anni decade e ognuno sente il dovere di dire quello che fino ad allora aveva taciuto.
In Italia invece anche quando questo segreto decade, permane un segreto più tenace che è il segreto a vita che accompagna alcuni senatori a vita.
Francamente non è accettabile la convinzione che solo dopo la morte di Andreotti e di Cossiga la verità potrà essere affermata.
In uno dei suoi ultimi articoli: I potenti Nixon italiani Pasolini afferma:
” Voglio dire che ñ pur accennando alla criminalità comune e politica, che quasi caduta dal cielo , caratterizza l’odierna vita italiana ñ Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della strategia della tensioneî
E’ chiaro comunque che finché i potenti democristiani taceranno
sul cambiamento traumatico del mondo avvenuto sotto i loro occhi , un
dialogo con loro è impossibile.
Io non ho ancora letto il libro pubblicato dalla Presidenza della Repubblica in occasione del giorno della memoria.
Mi riprometto di documentarmi. Nel frattempo però vorrei chiedere al Presidente della Repubblica cosa rappresentano La strage di Piazza Fontana e la fine di Pinelli. Come devono essere inquadrate nella storia d’Italia le vittime di Piazza Fontana e Giuseppe Pinelli.
Quale risposta deve essere data ai Giovani che sono nati dopo il 12.12.1969. Quale risposta devo dare a mio figlio.
Gentile signora La ringrazio di nuovo e spero di incontrarLa presto per stringerLe la mano.
Falerna lì 11.12.2008 Francesco Spinelli

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Pereira 17 dicembre 2008 alle 13:06

Gentile MenandDreamers
Avrei voluto pubblicarlo su MEMORE
Ma sono stato inibito, sarebbe importante pubblicare anche i nominativi dei ventitrè che firmarono la lettera in cui dicevano di non credere al suicidio di Giuseppe Pinelli
Se lo ritiene opportuno lo pubblichi Lei
insieme con la scritta sulla lapide che è tratta da un epitaffio di Spoon River che singolarmente è stata prima pubblicata e poi cancellata dai commenti di Memore
LICIA PINELLI
UNA STORIA QUASI SOLTANTO MIA
DI
PIERO SCARAMUCCI
Arnaldo Mondadori Editore
- settembre 1982 -
Piero Scaramucci: – Il funerale di Pino, il 20 dicembre 1969, io lo ricordo come una giornata di sconfitta. Era passata una settimana dalla strage di Piazza Fontana, Valpreda era stato arrestato cinque giorni prima, e li c’erano solo mille o duemila persone, pochissimi compagni, il movimento aveva avuto paura.
Licia Pinelli- Ame in quel momento sembrava moltissima gente, anzie ero esterrefatta. Agli altri poteva sembrare poca, a me sembrava moltissima. Noi conoscevano tanta gente, ma uno non pensa che possano venire al funerale, pensi che sia una cosa solo tua, devi affrontarla da sola.
Sgridavo mia mamma perchè aveva cominciato a piangere. Lo sforzo di non lasciar trapelare i sentimenti. per non dargli la soddisfazione. E’ tanto più facile dimostrare i sentimenti.
Ero tutta tesa in questo sforzo, questa fatica. Vedevo poco attorno: Poi sono venuti a farsi riconoscere i compagni di lavoro di Pino, erano lì a titolo personale non in rappresentanza delle ferrovie. Ho visto i ragazzi ai quali avevo battuto le tesi. I parenti, che con una cosa di questo genere pensi magari non vengano. Tanti vicini di casa di via Preneste. Ricordo che due donne del 114 di viale Monza dove stavo da ragazza, erano li che piangevno. I compagni di Pino, , uno con una bella faccia piena di umanità, che sembrava uscita da una vecchia stampa, col cravattone nero e la bandiera, eva venuto da Canosa di Puglia apposta.
Era tantissima gente se pensi alla paura di quei giorni, al linciaggio. All’università solo in ventitrè avevano firmato la lettera in cui dicevano di non credere al suicidio di Pino. E tutto il quartiere era circondato da polizia e carabinieri. Polizia dappertutto. E’ la prima cosa che ho visto. Tanto per dirti com’ero. mi sembrava stano , che cosa ci sono qui a fare ” Pag 17-18
Epitaffio di Carl Hamblin
La macchina del ìClarionî di Spoon River venne distrutta,
e io incatramato e impiumato,
per aver pubblicato questo, il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago:
ìIo vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
dritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
ëNon guarda in faccia a nessuno’.
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la bendaî.
Un grazie a Pinelli e a tutti quelli come lui, morti (non per loro scelta) con la speranza di cambiare questo ìporco mondoî. Noi ce ne ricorderemo e trasmetteremo la loro memoria per quanto è nelle nostre possibilità.
Grazie e buon Natale

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Pereira50 21 febbraio 2010 alle 16:47

Genti.le Mario Rivalta
Leggendo attentamente la parte cruciale della sentenza D’Ambrosio,
sembra di vedere una scena cinematografica:
” Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi.
L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina
alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca,
una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata,
il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto”.
Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi” :
ma le ipotesi sono due: una improvvisa vertigine, un atto di difesa
in direzione sbagliata.
Chi, per primo, ha coniato il termine di malore attivo ha fatto la più
grande azione di depistaggio e disinformazione.
Tra le due ipotesi una improvvisa vertigine è da scartare nel modo più evidente,
Non resta che : un atto di difesa nella direzione sbagliata.
Le parole sono pesate, chissà per quanto tempo sono state meditate e rimuginate:
sembrano la quadratura del cerchio.
La saluto e la ringrazione della considerazione che vorrà dare a queste
mie riflessioni.
Francesco Spinelli -Falerna CZ -
P.S.
Un atto di difesa in direzione sbagliata, è anche quello che la Signora Licia ha ipotizzato dopo aver attentamente letto la sentenza su esplicita e pressante richiesta di SCaramucci.
“D’Ambrosio ha ragione nella prima parte del racconto. L’interrogatorio è finito. Pino si accende una sigaretta. E’ libero, sta per tornare a casa. E’ allegro e come rinfrancato dopo tre giorni di pressioni. Forse troppo rinfrancato. A quel punto, non rinuncia alla battuta sarcastica. E’ nel suo carattere. Sfotte i poliziotti e uno di loro cerca di mollargli un ceffone: ne resta traccia sul collo sotto forma di ‘macchia ovolare’. Il colpo gli fa perdere l’equilibrio. Questa scena mette insieme molti dettagli. Il trambusto che avverte Valitutti, seduto in corridoio in attesa di essere interrogato. Il volo di Pino senza un grido. Quelli nella stanza che vedono solo le gambe, le scarpe di Pino che precipita e il brigadiere Panessa, il più vicino, che si sporge per afferrarlo”.
Si tratta ora di capire da che cosa Pinelli ha cercato di difendersi ?

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