Missione in Libano: Hezbollah occupa e si riarma

“E’ successo che Hezbollah ha rioccupato tutte le basi da cui ha lanciato missili contro Israele nella guerra dei trentaquattro giorni. Il ritorno è stato celebrato con la riapparizione in pubblico dello sceicco Nabil Qauq, responsabile delle brigate addette al lancio dei missili di Hezbollah. Il ritorno non è avvenuto nottetempo e furtivamente, ma alla luce del sole, con posti di blocco che l’esercito libanese ñ e l’Unifil ñ si sono guardati bene dal rimuovere.
L’ altra mossa, il giorno successivo, martedì. Aerei iraniani atterravano nella base siriana di Qusayr, appena al di qua del confine libanese. Di lì è partito un convoglio di sei camion, due carichi di missili, quattro di mortai e armi automatiche. Il convoglio ha passato la frontiera al varco tra Qusayr e il Monte Libano, e si è diretto verso sudovest.
E’ stata la prima consegna di armi da parte dei supporter siro-iraniani, dopo il cessate il fuoco del 14 agosto
Finirà che la missione internazionale e italiana fornirà un sostegno silenzioso al riarmo. Di Hezbollah
Maria Giovanna Maglie per Dagospia
All’interno più approfonditamente Toni Capuozzo


“Visto che non ne parla più nessuno, continuo a farlo io. Non so se il silenzio sul Libano sia dovuto a quella legge non scritta del giornalismo per cui a un’abbuffata segue una fisiologica quaresima. Sta di fatto che tutto tace, tranne il buon Lorenzo Cremonesi, ma sulla rentrèe scolastica, e solo a pagina sessantuno del Corsera.
O non sarà che le notizie, dal Libano, sono un po’ imbarazzanti? Mica per i militari che abbiamo inviato laggiù, che sono gli stessi dell’Iraq e dell’Afghanistan, gente cui non può essere imputata la genericità del mandato, e che anzi rischiano di scontare, come sempre, le incertezze della politica. Non sarà che rischiano di essere imbarazzanti per chi ha presentato la missione libanese come il caposaldo della fine dell’approccio unilaterale, come il ritorno dell’Europa saggia e dialogante, contro la cecità bellicista delle missioni irachene, e forse, anche di quella afghana? La settimana scorsa avevamo annunciato il ritiro, previsto per la domenica, l’inizio dello Yom Kippur, dell’ultimo soldato israeliano dal sud del Libano. E così è stato. Sollevavamo qualche dubbio sulla reale capacità e volontà dei comandi Unifil a gestire il dopo. Ma neppure se fossimo stati più pessi- misti avremmo potuto immaginare che succedesse quello che è successo, in silenzio. E’ successo che Hezbollah ha rioccupato in modo ordinato e coordinato tutte le sue basi di comando, tutte le basi da cui ha lanciato missili contro Israele nella guerra dei trentaquattro giorni.
Ora, non occorre essere grandi strateghi per vedere nella mossa un gesto politico, più che militare.
Certo, le basi da cui Hezbollah coordinava la sua resistenza e organizzava il lancio di missili erano posizionate nei luoghi strategicamente migliori, per lo scopo. Ma è altrettanto certo che Israele, dopo giorni e giorni di incursioni aeree e infine una lunga presenza sul terreno, ha ormai una mappa dettagliata di quei centri di comando, ciò che li rende meno difendibili. Dunque la mossa può avere una sola ragione: un esibito, e persino cerimonioso ritorno allo status quo ante, a quell’11 luglio che fu il giorno precedente il conflitto.
Tanto che il ritorno è stato celebrato con la riapparizione in pubblico ñ la prima dopo la guerra- dello sceicco Nabil Qauq, responsabile delle brigate addette al lancio dei missili di Hezbollah. Tanto che il ritorno non è avvenuto nottetempo e furtivamente, ma alla luce del sole, con posti di blocco che l’esercito libanese ñ e, di conseguenza, l’Unifil ñ si sono guardati bene dal rimuovere, e con la dichiarazione di cinque aree definite ìzone militariî, nelle quali Hezbollah non solo conta su sguardi distratti o silenzi complici, ma suggerisce o intima di starsene alla larga. L’elenco? Majdal Zoun, Jouhaya, Siddiquine, Dej Amess, Tebnin: un elenco che al profano può non dire molto, ma che dice qualcosa agli israeliani ñ sono le aree da cui venivano lanciati i missili Hezbollah ñ e che dirà qualcosa ai comandi Unifil, che dovranno evidenziarle sulla mappa come zone da evitare, piuttosto che da monitorare. Nelle stesse ore l’Unifil rendeva note le proprie regole d’ingaggio, che dicevano tutto e niente. Per i Caschi blu è legittimo reagire ad attività ostili di qualunque tipo, in nome dell’autodifesa. L’uso della forza è consentito anche oltre i limiti dell’autodifesa per garantire che le aree di operazione dell’Unifil non vengano utilizzate per attività ostili, e per stroncare tentativi di impedire con la forza l’applicazione del mandato del Consiglio di sicurezza, oltre che per proteggere civili minacciati da violenze fisiche. Apparentemente c’è di che sostanziare la risoluzione Onu 1701, ma anche la possibilità di ricoprirla della stessa polvere che avvolge da trent’anni la missione Unifil nel sud del Libano, perché tutto è lasciato alla discrezionalità dei comandi, e tutto è vago. Hezbollah, che ovviamente non è nominata nelle regole d’ingaggio, può ben ritenere che vi si parli di minacce israeliane, e non riconoscersi nella dizione ìattività ostiliî. E infatti, per sgomberare il campo da equivoci e per richiamare i comandi Unifil a una corretta e comoda esegesi delle regole d’ingaggio, si è rischierata come un pavone a mezzogiorno. E’ stata più prudente e circospetta l’altra mossa, il giorno successivo, martedì. Da tempo si sapeva che voli iraniani atterravano nella base siriana di Qusayr, appena al di qua del confine libanese. E si sapeva che nella base alcune ëfacilities’ erano state praticamente appaltate alle guardie rivoluzionarie iraniane. Martedì si è andati oltre, come rivelano i satelliti. E’ stato approntato un convoglio di sei camion. Due carichi di missili di vario tipo, quattro colmi di mortai e armi automatiche. Il convoglio ha passato la frontiera al varco tra Qusayr e il Monte Libano, e si è diretto verso sudovest. Un convoglio simile attendeva di vedere se il primo avesse incontrato dei problemi, prima di seguirne le mosse.
Dunque la prima consegna di armi da parte dei supporter siro-iraniani, dopo il cessate il fuoco del 14 agosto è avvenuta. Bilancio: altro che disarmo di Hezbollah, la missione sembra quasi fornire uno scudo inconsapevole, imbarazzato e distratto al riarmo. E Israele ? Il governo tace, nessuna denuncia, nessun allarme: sarebbe la pubblica ammissione, dopo tante polemiche, che la guerra dei trentaquattro giorni è stata un fallimento, e che le speranze nella missione internazionale sono state mal riposte. Ancora una volta il pallino è nelle mani di Hezbollah, o di Damasco e Teheran, con molte opzioni, dalla preparazione di un nuovo conflitto, con Unifil terzo litigante che soffre, alla presa del governo di Beirut. Ma la prima carta giocata è bella pesante: tra Hezbollah e Unifil un quieto modus vivendi è stato già indicato, suggerito, imposto nei fatti. Se non vi va, fate un segno.
Toni Capuozzo – Il Foglio via Informazione Corretta

di Rolli il 7 ottobre 2006 in Medio Oriente · 35 commenti

{ 35 commenti }

Return 7 ottobre 2006 alle 12:32

Rolli, la notizia non può che provenire da DEBKAFile, sito di analisi israeliano (www.debkafile.org) – ma la Maglie si è dimenticata di citare la fonte. Il che è un po’ strano quando uno legge che si tratterrebbe di “DEBKAfile’s exclusive military and Western intelligence sources report”, quindi roba non confermata e anzi inconfermabile. Su sito in questione si legge anche che Iran e Turchia stanno preparando una guerra nel Kurdistan iracheno.
Va bene che sono spigolature da Dagospia, ma mi sembra un modo piuttosto spiccio di fare informazione.

Rolli 7 ottobre 2006 alle 12:46

Davvero metteresti in dubbio che questo stia avvenendo? Non ti fa alzare il sopracciglio il silenzio calato all’improvviso sul Libano, scioperi giornalisti a parte?

Return 7 ottobre 2006 alle 12:55

Ho cercato sulla rassegna stampa internazionale. Non ho trovato assolutamente nulla sull’argomento, a parte DEBKa che è patentemente l’unica fonte di MGM. Può darsi benissimo che sia tutto vero, mi sembra strano che nessun altro ne abbia parlato (ma chiedo di essere smentito) da nessuna parte nel mondo, compreso Israele.

Rolli 7 ottobre 2006 alle 13:17

Return, non ti pare che parlarne sia sputtanare la missione internazionale? Sapevano benissimo di non poter nulla, con quelle regole, contro hezbollah, e del resto loro avevano parlato chiaro, anche per bocca di Siniora.
Ma insomma, basta che ti leggi le regole, dove non li si può perquisire, nè disarmare nè altro, salvo che non girino col missilone e le bandierine. Ma nemmeno a quel punto puoi fare nulla, chiami la polizia libanese…
Ne parla anche Tony Capuozzo

Return 7 ottobre 2006 alle 13:28

Rolli c’è pieno di gente che non vede l’ora di sputtanare Unifil 2. Attendo fiducioso che qualcuno superi la pigrizia e confermi queste notizie dal sen sfuggite a ufficiali occidentali. Oppure resteremo alla pratica molto italiota di confermare un’informazione attraverso la sua plausibilità.
Me lo puoi linkare Capuozzo?

Rolli 7 ottobre 2006 alle 13:31

Ora lo aggiungo direttamente al post, Capuozzo
Return, mi stupisci davvero: non si vede l’ora di sputtanare la missione? guarda che è nata sputtanata, viste appunto le regole e i proclami ufficiali libanesi e di hezbollah
Io su questo argomento ti guardo seriamente perplessa, e siccome credo fermamente nella tua rettirudine, e non scherzo, ritengo che tu abbia preso un abbaglio clamoroso

ventomare 7 ottobre 2006 alle 13:31

Ancora non ha capito Rolli che la missione non è stata fatta per disarmare Hezbollah. Ma per far finire la guerra e consentire di riaprire un processo che conduca alla integrazione di hezbollah nell’esercito libanese e alla ripresa della politica al posto della legge delle armi.
La missione fallirà quando e se riprenderà la guerra. Questa missione ha un inizio ma ancora non una fine. E’ probabile che si starà lì fino a che non verranno stipulati trattati. Potrebbe durare anche altri 20 anni. In fondo la prima Unifil è partita 26 anni fa.
Dall’altra parte a Gaza si gioca la partita tra Hamas e Fatah. Non appena si riuscirà, se si riuscirà (la vedo dura per le forze di polizia senza stipendio sennò), a fare un governo che prevede il riconoscimento di Israele, è quasi sicuro che partirà la seconda fase della missione di pace, e cioè l’interposizione tra israele e palestinesi.

orlandofurioso 7 ottobre 2006 alle 14:30

Spero che scoprano al più presto una fonte energetica alternativa al petrolio, così non sentiremo più parlare di questa gente e il mondo sarà moooooooooooolto più sicuro.

Ellegi 7 ottobre 2006 alle 14:41

Rolli, te non capisci le finezze di Prodi. Potevamo mandare là anche vecchi e bambini pur di far cessare la guerra. E’ come quando giochi al lotto. Se spendi una fortuna e vinci sei ricco, se perdi sei un coglione. Ora voglio vedere se Prodi si spende anche per i trattati. Sarò anche cieco, ma non vedo neanche mezza azione diplomatica in quel senso. Da parte di nessuno. Ma mi aspettavo un pò più di azione da chi ha promosso l’invio di truppe a tutti i costi.

ventomare 7 ottobre 2006 alle 14:51

Ellegi, se pensi che la guerra cessava senza un’azione internazionale sei un illuso. La condizione che finisse la guerra era la premessa per la spedizione della forza multinazionale.
Ma se tu vuoi fare come le scimmiette sei libero. Non sarò certamente io a poterti convincere.

Return 7 ottobre 2006 alle 15:11

Rolli a maggior ragione.
Se le cose stanno come dite, il silenzio stampa starebbe a significare, più che un complotto internazionale, la dimostrazione del vicolo cieco in cui Israele si è cacciato con questa assurda guerra, persa perché progettata sul territorio iraniano e compiuta contro ogni logica in Libano – non senza ragione, ma contro ogni logica strategica, come ho sostenuto da subito, in quanto priva di obiettivi concreti, anzi peggio, con un obiettivo dichiarato, la liberazione dei soldati rapiti, che non poteva essere conseguito.
Di conseguenza Unifil 2 fa il gioco di tutte le parti in campo, almeno per il momento, e l’indubbia adeguatezza delle regole di ingaggio, unita alla discrezionalità del comando, indica proprio la natura della missione: una tregua armata a lungo termine sul modello balcanico, di sostegno a una offensiva politico-diplomatica.
La prima domanda che ho fatto a un ufficiale del coordinamento di vertice interforze è stata proprio riguardo alla procedura di sorveglianza del confine siriano. Tenendo conto che il vertice a New York non è stato ancora definito, non sappiamo allo stato nemmeno se le azioni di intercettazione e sequestro debbano essere ordinate su puntuale segnalazione di intelligence oppure essere automatiche. Questi ritardi politici rendono Unifil 2, seppure formalmente già dispiegata, di fatto non operativa. Essendo Unifil una missione ‘politica’ potrebbe esporre i nostri soldati a rischi molto elevati (seconda domanda) nonché al fallimento (terza) ma restava, mi pare, l’unica cosa possibile da fare, dal momento che nÈ Israele nÈ gli Usa avevano alcuna intenzione di muovere l’affondo fino a Damasco e Teheran, ed è chiaro che senza quella prospettiva la presa di Beirut avrebbe solo trasformato il paese in un piccolo Iraq. Unifil insomma non è stata pensata per applicare una risoluzione, benché formalmente sia così, ma per assecondare la partita diplomatica che attualmente vede il dipartimento di Stato impegnato a isolare l’Iran, in particolare dalla Siria. C’è da attendersi che le maglie di Unifil si stringeranno e allargheranno seguendo l’andamento delle trattative con Damasco.

Ellegi 7 ottobre 2006 alle 15:12

Appunto. Abbiamo mandato là soldati a guerra finita. Il loro compito (a quanto sembra) sarà quello degli scudi umani, e la diplomazia langue. Insomma un grandissimo successo.

ventomare 7 ottobre 2006 alle 15:31

Non c’è una missione di pace più di pace di una missione che si propone il ritorno della politica al posto della guerra. Pur essendo un tentativo non facile.
Gli scudi umani veri sono i bambini che si beccavano le bombe al posto dei miliziani.
Non i soldati mandati in un teatro di conflitto al riparo di una risoluzione ONU, condivisa da tutte le forze in campo, e con delle regole d’ingaggio che, a detta dei militari stessi, ne proteggono in modo sifficientemente adeguato l’incolumità, anche se non eliminano i rischi di una missione difficile esposta all’avversione dei findamentalisti. Come è fatalmente normale in una missione militare di peace-keeping.

Ellegi 7 ottobre 2006 alle 15:41

Non te lo vorrei far notare, ma venivano utilizzati bambini come scudi umani DURANTE la guerra, non dopo. Quindi ora i bambini non fanno da scudo a nessuno.

Ellegi 7 ottobre 2006 alle 15:42

E non mi sembra che le forze unifil abbiano fatto un granchè sotto quel punto di vista. Anzi, hanno fatto da scudi umani pure loro

ventomare 7 ottobre 2006 alle 15:51

Pensi che sarebbe meglio se Unifil 2 andasse via?

Ellegi 7 ottobre 2006 alle 16:18

Se quello che dice la maglie è vero, si. O mandano più uomini e mezzi o è meglio che se ne vadano.

luigi_idiota2006 7 ottobre 2006 alle 16:18

Questo dimostra semplicemente come la decisione di Olmert di entrare in guerra sia stata un completo fallimento per gli obiettivi che si proponeva, e ancora di piu’ la decisione di fermarsi una volta iniziata la guerra sia stata un errore. E tutti i presunti amici di israele a difenderlo, al tempo, per motivi puramente ideologici, perchè se si criticava israele poi ci si metteva sullo stesso piano della sinistra radicale.

sing 7 ottobre 2006 alle 17:03

Ma non è assolutamente vero luigi, su questo blog libero io ho criticato la decisione di Israele ed ho ripetuto più volte che Olmert non ha deciso quasi nulla, ha tentato al contrario di limitarne l’ampiezza di una missione che è stata soprattutto voluta da Tsahal. Eppure nessuno mi ha accomunato alla sinistra radicale, forse perché non mi faccio vedere solo quando c’è da criticare la politica di Israele, ma anche quando c’è da difenderlo contro gli attacchi delle fetecchie antisemite della sinistra radicale che vomitano il loro odio indisturbati in libri e sui forum in tutta tranquillità.

desnos 8 ottobre 2006 alle 00:01

e allora anche se fosse cosi?
ma scusate nn ho capito abbiamo tutti visto Guantanamo
gli aerei segreti di una nazione che dei diritti civili se ne impippa
per nn dire altro
cara signora giovanna maglie
nn si indigni
nn e d alei indignarsi perche quando una persona si indigna solo da una parte
diciamo la verita’ e prezzolata
e anche bene ma poco attendibile
poi chi ha ascoltato le sue trasmissioni su radio 24 ne ha un idea formidabile della sua equita’
le sue notizie sono un po da fumetto
“dagospia”
nulla di male e in linea con la fumettistica del momento
quella che vede cospirazioni da per tutto
fino a far diventare il pianeta in 5 anni un campo di battaglia globale
lo conosce il ritornello
‘chi fa la spia nn e figlio di Maria nn e figlio di Gesu quando muore va laggiu’
si documenti meglio
conosce
le stragi che di talebani nei tir dopo che si erano arresi roba da corte marziale?
ma le questa se le era persa vero
il suo dagospia nn era in linea quel giorno peccato
pero ce internet ma guarda un po i siti li hanno offuscati si sig G maglie come in Cina
e poi
in libano 300 km di disastro ecologico?
e abugraib ?
qui siamo in democrazia
e giusto ricordarlo
cara
e prima op[oi qualcuno finira dritto in carcere
e per gli altri la pensione sotto i ponti
nn tiriamo la corda oltre
perche la societa e al limite prossimo della poverta e i soldi per gli armamenti e le missioni di pace stanno sbancando tutti
cara dogospia

Francesco 9 ottobre 2006 alle 10:36

Perchè in silenzio? Mi aspetto che quanto prima lo rivendichino con orgoglio un certo numero di ministri dell’attuale governo.

F.N. 9 ottobre 2006 alle 13:17

in effetti le notizie dal libano bisogna andare a cercarsele con il lanternino…

ventomare 11 ottobre 2006 alle 18:05

E questi chi li rivendica?
IRAQ: STUDIO USA, 665.000 MORTI DA INIZIO DEL CONFLITTO
A me sembrano sinceramente troppi, ma se è così è una mostruosa ecatombe tutta da addebitare ai neo-con, a Bush ed amici. Un fallimento totale che si peserà per tutto il secolo su una visione unilaterale del mondo. Il progetto del nuovo secolo americano produce mostri.

Francesco 12 ottobre 2006 alle 14:00

Ventomare,
questi ci hanno già provato. poi è saltato fuori che avevano fatto i conti con il culo.
Stile: in Iraq ci sono stati 10 morti per ogni cazzata che Ventomare ha scritto in questo blog, figurati che ecatombe che vien fuori.
Concordo che l’operazione “portiamo la democrazia a cannonate a Baghdad” non sta andando benissimo; non capisco perchè i morti vengono addebitati agli USA e non agli assassini, in primo luogo. Mica sono lupi affamati che agiscono per istinto, sono dei balordi che ammazzano consapevolmente.

Minerva 12 ottobre 2006 alle 16:28

Si tratta di una stima, basata sui dati raccolti da studiosi iracheni che hanno intervistato un campione di 1 849 famiglie irachene (con, in media, circa 7 componenti, per un totale di 12 801 persone). Lo studio è degli stessi ricercatori che nel 2004 pubblicarono, su The Lancet (come stavolta), la stima dell’ incremento dei morti pari ad oltre 100 000, stima che non faceva distinzione fra morti civili e militari (gli stessi ricercatori riconobbero la scarsa affidabilità del campione allora utilizzato). Comunque, lo studio non è stato pubblicato, ma si tratta solo di anticipazioni, uscite casualmente in prossimità del voto per il rinnovo del Congresso (uno dei responsabili dello studio prende i lettori per i fondelli, dicendo che la pubblicazione non è ad orologeria visto che mancano alcune settimane al voto, previsto per il 7 novembre).
Iraq body count (che conteggia le vittime fra 43850 e 48693) promette replica una volta esaminato il nuovo studio.

Francesco 12 ottobre 2006 alle 16:38

Grazie Minerva.
Tuo obbligatissimo,

Minerva 12 ottobre 2006 alle 17:46

Di niente.
Ciao

ventomare 12 ottobre 2006 alle 17:50

Io avevo detto che mi sembravano tanti, troppi 650.000. Ma 50.000 sono un’enormità ugualmente. Anche se invece questo numero lo vedo carente per difetto.

Francesco 12 ottobre 2006 alle 18:32

Anche un solo morto è tanto, Ventomare.

Minerva 12 ottobre 2006 alle 18:38

Il numero che vedi carente per difetto, però, non è una stima, ma il conteggio dei soli morti civili in base ai report dei media, compresi quelli non occidentali. Fino ad ora mi sembra che Iraq Body Count abbia saputo rispondere esaurientemente (sul proprio sito) a quella parte di leftist che, ultimamente, ha preso a contestare il conteggio. Sono sempre troppi, i morti, ma le stime pubblicate su The Lancet vogliono dimostrare che la mortalità è aumentata rispetto al periodo di Saddam. Secondo il conteggio di IBC, invece, non è così.

Francesco 13 ottobre 2006 alle 09:33

e se parlassimo semplicemente di cinico lancio pubblicitario?
come quelli che annunciano la cura contro il cancro, e poi non è proprio così ma è la stampa che ha capito male?

Minerva 13 ottobre 2006 alle 19:46

Correzione: il nuovo studio è stato pubblicato su The Lancet on line l’11 ottobre (per leggerlo è necessaria la registrazione, che però è free).

ventomare 15 ottobre 2006 alle 19:15

Lo vedi che basta aspettare un po’? Come si sono tolte il velo le nostre nonne se lo toglieranno le donne musulmane.Non serve che batti i piedini! :)
GERMANIA: POLITICI TURCHI, MUSULMANE TOGLIETEVI IL VELO
Un forte appello alle donne musulmane residenti in Germania a smettere il velo islamico e a integrarsi nella societa’ e’ arrivato oggi dai parlamentari di origine turca dei vari partiti politici dalle colonne di ‘Bild am Sonntag’. “Donne musulmane, entrate nella realta’, integratevi in Germania. E’ qui che vivete, dunque abbandonate il velo e mostrate che avete gli stessi diritti degli uomini”, ha esortato Ekin Deligoez, deputata dei Verdi al Bundestag, “il velo e’ il simbolo della sottomissione della donna. Chi pretende che le donne portino il velo ne fa un oggetto sessuale da tenere nascosto”. Dello stesso tenore la dichiarazione della sua collega socialdemocratica Lale Akguen: “Il velo non e’ un obbligo, come spiegano i teologi islamici moderni. Non e’ un peccato uscire in strada senza”. Anche l’esponente liberale Mehmet Daimagueler ha incoraggiato le musulmane a un gesto di rottura con una tradizione estranea a quella del Paese d’adozione: “Abbiate il coraggio di andare a testa alta in Germania, nella nostra patria… Riconoscete i costumi e le tradizioni locali”.

Rolli 15 ottobre 2006 alle 20:17

Ecco, e se tu non fossi indottrinato, sapresti andare al di là della mera notizia e sapresti cogliere quale messaggio negativo sia, anche e soprattutto per gli islamici moderati che si battono per eliminarlo, il concederlo nelle scuole e negli uffici pubblici. Senza parlare di quale scempio del diritto si operi ogni qualvolta sulle nostre strade vengono tollerate le donne burqate.
Arriveresti anche a capire che Paesi come il Marocco sono giunti a vietarlo proprio per il messaggio isolazionista e integralista che il velo ormai porta con sè
Insomma, capiresti molte cose, mi rendo conto sarebbe un evento.
:zzz:

ventomare 18 ottobre 2006 alle 08:39

MODESTO o MOLESTO? E fu così che l’Hijab sparì in occidente.
Motivo per cui, ribadisce Pallavicini: “Bene ha fatto Prodi a esprimere una posizione chiara”.
Khaled Chaouki, giornalista e membro della Consulta, ricorda come il niqab si diffonda a ondate in Italia: “E’ un po’ come una moda. Nel ’95 raggiunse il suo apice anche tra le donne maghrebine, nei cui paesi d’origine è pressoché sconosciuto. Ora sta subendo un riflusso”. Osama as-Saghir, presidente dei Giovani musulmani d’Italia, fa notare in paradosso: “Le donne dovrebbero indossare il velo in nome del principio della modestia. E invece andare in giro con il niqab qui in Italia sortisce esattamente l’effetto opposto: attira l’attenzione di tutti“. (e. d.)

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