L’inferno dei palestinesi sono gli arabi

Mentre affermano di combattere Israele in nome e per conto della causa palestinese, i libanesi mantengono i rifugiati nei campi profughi - i peggiori di tutto il Medio Oriente – in condizioni pessime, privi di diritti e di assistenza.
Ai rifugiati palestinesi in Libano non è concessa la cittadinanza, nonostante siano presenti sul territorio ormai da decenni, tantomeno l’accesso al sistema sanitario – invece concesso ad altri stranieri – o alle scuole statali.
Non possono essere proprietari di immobili o terreni, nè esercitare 73 tipi di mestieri, tra i quali medicina, ingegneria, legge); dal 1998 il governo libanese vieta, in molti insediamenti, l’introduzione di materiali da costruzione, utili per riparare le baracche ormai ridotte a tane. L’acqua non è potabile e le fogne sono a cielo aperto, tra le baracche
Nessun deputato di Hezbollah in Parlamento, ha ha mai posto all’ordine del giorno la situazione vergognosa dei campi profughi palestinesi in Libano
All’interno, la situazione dei profughi palestinesi tra i fratelli arabi, raccontata in un’inchiesta di Francesco Ruggeri


“Affermano di combattere Israele perché hanno a cuore la sorte dei palestinesi. Ma poi, quei quasi 5 milioni di rifugiati dalla Palestina ospitati in oltre 60 campi nei loro territori, li trattano come peggio non si potrebbe. Facendoli crepare a fuoco lento, senza i più elementari diritti o la minima assistenza, all’interno di veri lager etnici.
» la prova regina di come i Paesi arabi strumentalizzino la causa palestinese per mero calcolo politico.
E proprio il Libano degli Hezbollah al governo, che in questi giorni di guerra si ergono a eroici paladini della battaglia antisionista, è l’osservatorio più adatto per verificarlo.
Denunciando uno scandalo umanitario con pochi eguali nella storia, eppure del tutto ignorato dai grandi media. Ai quali non fa comodo riconoscere la semplice quanto tragica realtà.
Ossia il fatto che il mondo islamico, lungi dal puntare a una soluzione, mira a mantenere sempre vivo e scottante il problema palestinese, al fine di perpetuare la lotta identitaria contro Israele e l’Occidente suo alleato.
´Ma Shatila esiste ancora? ª. Sta tutto in una domanda apparentemente ingenua, lo stupore del cronista che aveva relegato alla mitica strage degli anni ’80 la memoria dei campi profughi palestinesi di Beirut.
Ebbene Sabra non c’è più, ma Shatila purtroppo esiste eccome, appollaiata dal 1949 su una pendice montagnosa a sud della Capitale. E insieme ad essa, sul territorio libanese, altri 11 campi di sfollati dalla Palestina in seguito ai conflitti arabo israeliani del 1948 e del 1967.
Le persone ufficialmente registrate sono 405.425, il 10% della popolazione libanese. Solo intorno a Beirut ce ne sono altri 4, Mar Elias, Burj Barainej, Dikwaneh e Dbayeh. I campi del Libano sono considerati i peggiori di tutto il Medio Oriente. E i motivi non mancano.
Il governo libanese non ha mai concesso ai disperati musulmani in fuga dalla Galilea alcun diritto civile nÈ sociale. Niente cittadinanza nÈ naturalizzazione, benché risiedano nel Paese da ormai molti decenni.
Addirittura le autorità proibiscono da sempre ai rifugiati palestinesi ogni accesso al sistema sanitario nazionale, che pure è aperto a tutti gli altri gruppi di immigrati stranieri. Al pari dell’educazione nelle scuole statali.
Inoltre agli sfollati sono interdette per legge 73 categorie di mestieri (da medicina a legge a ingegneria), in pratica qualunque lavoro stabile e decente. Si aggiunga che chi vive nei campi non può avere proprietà privata nÈ possedere la terra.
E che dal 1998 in diversi insediamenti specie nel sud, il governo vieta l’ingresso di materiale da costruzione con cui riparare i fatiscenti rifugi di fortuna “temporanei”.
In cui si sopravvive ammassati come bestie. Tra i liquidi fognari e di scolo che scorrono a cielo aperto nel labirinto dei viottoli, e l’acqua non potabile gentilmente fornita dalle municipalità locali.
Fino a qualche settimana fa il contrasto con la way of life del “nuovo” Libano era ancora più stridente.
Da un lato la Beirut dei bon vivant, quella che faceva l’alba a mangiare hummus al Riviera club o nei freschi resort vicino ai monti Shouf.
Quella del vetrine del made in Italy (da Bulgari in giù) attorno alla piazza dei Martiri, dei disconight nel sobborgo di Jounieh, dell’American University. O delle onnipresenti banche, da Byblos a Blom e delle torri da 40 piani.
Una seconda Dubai in nuce, che attraeva emiri e nababbi da tutta la regione, con gli appuntamenti fissi per il bel mondo: l’International superyacht show in tarda primavera, le sfilate di moda del Beirut fashion a settembre, o la mostra mercato di gioielleria, di livello mondiale.
Insomma una città che fremeva per riconquistare lo scettro perduto di Montecarlo del Medio Oriente, fra trasgressioni e pacchianità.
Niente di più lontano dall’Inferno dantesco dei palestinesi segregati ai margini della metropoli. Ad occuparsi di loro nemmeno gli Hezbollah.
Eppure il palinsesto di Al Manar, la tv del “Partito di Dio”, sembrava monopolizzato dall’ossessione palestinese: i quiz che portavano alla conquista virtuale di Gerusalemme, le fiction sui Protocolli di Sion, gli show sui martiri kamikaze. Tutto fumo.
Non risulta che neppure uno dei 25 deputati di Hezbollah nel nuovo Parlamento abbia imposto all’ordine del giorno la vergognosa pratica dei campi profughi, malgrado innumerevoli segnalazioni da parte dei comitati popolari.
Se si tratta di comprare armi e missili per colpire Israele i fondi non mancano, e gli sponsor iraniani e siriani si fanno in quattro, ma quando c’è da acquistare pane o rifare un tetto, la fratellanza coi palestinesi svanisce.
E la famosa rete sociale messa in piedi per i poveri del Libano dal partito di Nasrallah? Tutto riservato a quel 40% di sciiti del Paese, dalle cliniche alle scuole.
E i palestinesi com’è noto sciiti non sono. Non a caso, prima di quest’ultima guerra, nei campi profughi le critiche verso le mancanze di Hezbollah erano molto forti. La conferma arriva da una volontaria dell’Ong locale Naideh.
Le stragi sunnite ai danni degli sciiti iracheni avevano anche approfondito il solco, trasformando le enclavi dei rifugiati in terreno di caccia per i reclutatori di Al Qaeda.
Non è da escludere che la stessa escalation anti israeliana degli Hezbollah sia stato un mezzo per arginare la concorrenza.
Ora a Shatila sono tornati a gracchiare gli altoparlanti col vocione nasale di Nasrallah. Ed è un paradosso.
Perché nessuno più dei guerriglieri filo khomeinisti ha interesse a mantenere aperta la ferita dei campi: finché resterà viva l’utopia del ritorno dei profughi in Palestina, la pace con Israele non si farà, e il fiume di denari da Tehran e Damasco continuerà a scorrere.
Le conseguenze di un tale inganno ideologico ricadono proprio su posti come Shatila, rappresentativo della stragrande maggioranza degli altri campi nel mondo arabo. Gli “ospiti” qui sono 12.235. E il trattamento non è a 5 stelle.
I rifugi, spesso costruiti negli anni ’30 dai francesi per gli armeni, son casupole diroccate di una stanza o due col tetto fatto da ondulati di zinco (cancerogeno), tenuto fermo da pietre o copertoni.
All’interno filtra la pioggia, si arrostisce d’estate e si ghiaccia d’inverno. Mentre la luce solare non passa. Il sovraffollamento (fino a 18 persone in pochi metri) ha reso l’area un dedalo malsano di vani pericolanti ricavati man mano che le famiglie crescevano. Ammassati gli uni sugli altri come in un formicaio.
Anche entrare in casa diventa un’acrobazia. Si dorme per terra o in bilico tra i divisori.
Le nuove coppie non si possono sposare, nÈ consumare il matrimonio per mancanza di spazio e privacy.
Aggiungere una nuova camera costa 7000 dollari. Lo sviluppo di incendi è frequente, data la concentrazione di bombole del gas in spazi angusti.
I fili di quel minimo di corrente che arriva per poche ore e non tutti i dì, penzolano senza protezione sulle teste dei bambini, che fingono di giocare, a mani vuote, fra strettoie e vicoli.
Non esiste un sistema fognario: l’acqua sporca scola attraverso le misere straducole. Ovvio che la mortalità infantile sia 35 per mille, e fino all’85% dei bambini siano infettati da Ascaris e parassiti intestinali.
Anche perché il municipio di Beirut non fornisce acqua potabile e la spazzatura si ammonticchia finché qualcuno non provvede a bruciarla in loco, sprigionando fumi nocivi.
Diarrea, disidratazione e malnutrizione sono compagni fedeli, specie per donne, vecchi e disabili. Quasi tutti sono disoccupati.
I più fortunati vendono fagioli o caffè da ambulanti nel campo, suonano l’oud a qualche matrimonio o lavorano da manovali per un rifugio da rabberciare, ma sempre nella cerchia del campo.
Alcune donne cuciono abiti tradizionali o lavano su commissione.
Gli unici a dare un minimo di aiuto a questi disperati sono gli uomini dell’Unrwa, l’agenzia storica Onu per i rifugiati palestinesi.
Ma solo il 5,8% di questi percepisce ogni 3 mesi una food ration contenente farina, riso, zucchero, olio, latte in polvere e lenticchie.
E non appena un parente, anche lontano, compie 18 anni, chissà perché il sostegno è revocato. Vestiti, acqua potabile e prestiti a fondo perduto vengono invece concessi solo in caso di incendio della propria stamberga.
I rifugiati Palestinesi in simili condizioni sono 4.375.050 solo tra Libano, Paesi vicini e “territori”.
1.306.191 di essi vivono stabilmente nei 59 campi ufficiali: 116.253 in Siria, 316.549 in Giordania, 474.130 a Gaza e 185.121 in Cisgiordania.
Ma molti altri sono “ospitati” in Arabia saudita (274.762), Egitto (48.784), Kuwait (37.696), altri Stati del Golfo (105.578), Iraq (90.000), Libia (8500), Algeria e Tunisia (5544). In condizioni non meno scandalose.
Ad esempio i ricchi sauditi concedono la cittadinanza a tutti gli immigrati con oltre 10 anni di permanenza, meno che ai palestinesi: a loro la legge non si applica in ossequio alla disposizione della Lega araba di ´evitare la dissoluzione della loro identità e proteggerne il diritto di ritorno in patriaª.
L’unico Paese a concedergli di definirsi cittadini sembrerebbe la Giordania. Salvo un dettaglio galeotto: nel 1988 il “liberale” re Hussein padre cancellò il diritto al doppio passaporto (palestinese e giordano), e di recente il rilascio di passaporti per recarsi in Cisgiordania è stato ristretto al solo transito, pena la revoca.
A conti fatti, gli sfollati superano di gran lunga quanti sono rimasti in patria.
Il vero popolo palestinese sono dunque loro.
Ma i confratelli islamici sono troppo impegnati a cavalcare una causa astratta, per accorgersi delle persone in carne ed ossa.
Poi, per tacitare le proprie coscienze, raccontano al mondo l’ipocrita favoletta del ritorno glorioso. Citando come un versetto sacro la risoluzione Onu 194 del 1948: ´…che i rifugiati ritornino alle loro case al più presto possibile, e siano compensati per la proprietà perduta… ª.
Come fare a sopravvivere fino a quel giorno però non lo dicono. E di anni, per i condannati al girone dei profughi, ne son già passati cinquantotto.” (1. continua)
Francesco RuggeriLibero (non online)

di Minerva il 6 agosto 2006 in Medio Oriente · 8 commenti

{ 8 commenti }

ari ben canaan 7 agosto 2006 alle 12:27

Una fotografia impietosa ma perfetta.

nicole 8 agosto 2006 alle 17:32

Concordo pienamente! Nessuno merita di vivere così e di essere sfruttato tanto indegnamente. E se vuoi farti un’idea ancora più completa ti consiglio “Shalom fratello arabo” di Susan Nathan.
Quasi dimentico i complimenti per il blog! A presto

FabioC. 8 agosto 2006 alle 21:57

C’È una cosa che proprio non posso fare a meno di correggere.
Gli “ondulati di zinco” – in vero, lamiera di ferro zincata – non sono cancerogeni.
Probabilmente perÛ in questi campi c’È molto Eternit – o fibrocemento, che contiene asbesto che È cancerogeno.

ari ben canaan 9 agosto 2006 alle 14:12

Pochi i commenti degli amici degli arabi su questo artcolo.

Rolli 9 agosto 2006 alle 15:32

Ben se ne guardano
e il prossimo passo è confrontare i soldini che i fratellini arabi danno ai palestinesi, a cui a parole e guerra tengono tanto

guerrilla radio 23 agosto 2006 alle 10:23

” L’ultimo capitolo del conflitto fra Israele e Palestina è iniziato quando le forze israeliane hanno rapito due civili, un dottore e suo fratello, a Gaza. Un incidente per lo più ignorato dai media, a eccezione della stampa turca.
Il giorno seguente, i palestinesi hanno fatto prigioniero un soldato israeliano e proposto un negoziato per scambiare i prigionieri – ci sono circa 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Che questo ìrapimentoî sia stato considerato oltraggioso, mentre l’occupazione militare illegale della Cisgiordania da parte di Israele e l’esproprio sistematico di tutte le risorse – in particolare l’acqua – venga considerato spiacevole ma inevitabile è un tipico esempio del doppio standard continuamente impiegato dall’Occidente rispetto a ciò che viene fatto contro i palestinesi, sulla terra promessa loro dai vari accordi internazionali da settant’anni a questa parte. Oggi a oltraggio segue oltraggio: missili artigianali incrociano missili più sofisticati. (Ö)
Le provocazioni e le controprovocazioni vengono ogni volta contestate o acclamate. Ma tutti gli argomenti a posteriori, accuse e promesse, finiscono col fungere da diversivo per allontanare l’attenzione del mondo da una lunga pratica militare, economica e politica il cui fine non è nient’altro che la liquidazione della nazione palestinese. Questa pratica, benchè spesso dissimulata o nascosta, ultimamente sta andando avanti sempre più rapida. E, secondo noi, va incessantemente ed eternamente riconosciuta e contrastata per quello che è. ”
(Noam Chomsky, John Berger, Harold Pinter e Josè Saramago – luglio 2006)
mai salam sadiki
Guerrilla radio
http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Globus 14 settembre 2006 alle 13:42

I silenzi della propaganda americana e sionista incoraggiano il perpetuarsi della guerra mediorientale.
Non è l’Iran che ha creato l’Hezbollah, nemmeno La Siria, ma è lo stato d’Israel, durante i 18 anni d’occupazione del Sud-Libano. Per opporsi a quest’invasione gli abitanti del Sud Libano a maggioranza sciiti hanno dato la luce a quest’organizzazione, l’Iran e la Siria si sono limitati ad appoggiarli e a finanziarli.
Nel corso del suo ultimo atto d’aggressione all’unica democrazia non segregazionista mediorientale (Il Libano), Tsahal, l’esercitò israeliano, pretende di avere ucciso 500 guerriglieri del ìpartito di dioî, possiamo essere sicuri che almeno altri 10 000 libanesi sciiti nello stesso tempo hanno aderito o hanno deciso di fare parte di questa organizzazione. I nostri principali mezzi d’informazione vogliono farci credere che Israel ha nuovamente semi-distrutto il Libano per difendersi da un attacco degli Hezbollah, ma la nostra conoscenza della storia dei rapporti tra Israel e il Libano dimostra qualcosa di profondamente diverso.
Ci ricordiamo che Israel ha sempre violato regolarmente la sovranità del Libano, la prima aggressione risala al 1967, con l’occupazione delle fattorie di Chebaa, durante la guerra dei sei giorni alla quale il Libano non partecipa. Nel 1968 Israel distrugge l’aeroporto di Beirut, nel 1978 ha invaso il Sud Libano, nel 1982 più di metà del paese è occupato fino al 1985, i sionisti si sono ritirati dal sud Libano solo nel 2000, la resistenza del popolo libanese organizzata dall’Hezbollah è stata la causa principale di questa liberazione, oggi Israel continua ad occupare le fattorie di Chebaa che costituiscono un importante riserva idrica che Israel utilizza per fornire il prezioso liquido alle sue colonie in altri territori occupati. Ogni volta, il popolo libanese paga un tributo di sangue, i crimini di guerra di cui Tsahal sembra essere specializzato, si succedono anni dopo anni ed i difensori dalla democrazia e dei diritti umani si limitano a timide condanne.
Dal 2000, la guerra di bassa intensità tra l’Hezbollah ed Israel non si è mai interrotta: incidenti alla frontiera, azione di commando israeliani in Libano, assassini di dirigenti dell’Hezbollah con operazioni terroristiche statali, voli a bassa attitudine degli aeri israeliani sul territorio libanese per spaventare le popolazioni. Prima dell’offensiva militare israeliano contro il Libano del 12 Luglio 2006 i miliziani dell’Hezbollah non tiravano missili Qassam dal Sud Libano su Israel dal 27 dicembre 2005.
L’origine dei guai per il Libano risale al 1897, Herzl, il padre spirituale del sionismo, includeva già il sud Libano nei tratti di paese da conquistare per il futuro stato ebraico.
Nel 1918 i sionisti presentano agli inglesi le rivendicazioni territoriali dove creare il loro futuro stato, ne fanno parte i territori ora del sud Libano prima del fiume Litani.
Nel 1954, il governo di Ben Gurion, pensava di destabilizzare il Libano, per istituire governo cristiano fantoccio ed includere il sud Libano fino al fiume Litani nei territori israeliani.
Moshe Dayan preparo un piano che consisteva a cercare un ufficiale libanese che con l’aiuto d’Israel prenderebbe il potere in Libano, mentre Tsahal attaccherei il sud Libano per appropriarsi i territori fine al fiume Litani. (informazioni tratte dalle memorie di Moshe Sharett che fu ministro degli esteri e vice primo ministro d’Israel dal 1948 all’a1956).
L’attuazione di questo piano avvenne 28 anni dopo con poche varianti.
Nel mese di giunio1982, Israel ha invaso il Libano ed ha assediato Beirut, Bashir Gemayel il capo delle milizie cristiane, inquadrate e formate dal Mossad e da Tsahal, è eletto presidente della repubblica libanese, dopo avere promesso la pace con Israel e segretamente siglato un accordo territoriale con Menahed Begin, cedendo i territori libanesi a Sud del fiume Litani.
Non è Israel che ha bisogno di essere difeso, ma è il Libano che ha bisogno di essere protetto dalla comunità internazionale. E’ particolarmente ingiusto di parlare solo di disarmare l’hezbollah per mettere fine al conflitto in Libano. L’esercito libanese non ha i mezzi per opporsi alle pretese egemoniche dello stato ebraico.
Dagli anni 90 l’Hezbollah si sta trasformando in organizzazione politica, che lotta contro la corruzione e la povertà, senza distinzione tra cristiani e musulmani, in numerosi villaggi anche i cristiani votano per l’organizzazione sciita. Il 90 per cento dei libanesi considera l’Hezbollah a come un partito libanese, in particolare da, quando Nasrallah lo ha reso più indipendente dalla Siria e dall’Iran.
Il Libano non vuole rivivere l’incubo di una guerra civile, e l’unica democrazia multi culturale mediorientale non vuole essere nuovamente squarciata dall’egemonia israeliana, americana, siriana o iraniana.
Shalom Salamalekum, che la pace sia con voi.

Globus 14 settembre 2006 alle 14:10

Il nostro giornalista del giornale, dovrebbe informarsi un può meglio, invece di ricopiare le informazione di ìInformazione corettaî
Il governo libanese elimina la legge che impediva ai palestinesi di lavorare
Tra le forme di discriminazione più originali merita un posto di riguardo la legge libanese che impediva ai profughi palestinesi nati in Libano, che vivono in quel Paese dai tempi della prima guerra israelo-palestinese nel 1948, di svolgere 73 tipi di lavori. Adesso sembra che sia finita.
Riforma di civiltà. Tarrad Hamadeh, ministro del Lavoro del Libano, ha annunciato di aver revocato il provvedimento il 28 giugno scorso. Quindi adesso i palestinesi che vivono e lavorano in Libano possono sentirsi, se non completamente equiparati, almeno un po’ più liberi di condurre una vita dignitosa. Restano alcuni distinguo, come l’inibizione per i palestinesi a svolgere tutte le professioni che necessitano di un’iscrizione a un albo professionale: ingegnere, architetto, medico e avvocato. ìCon questo provvedimentoî, ha annunciato il ministro, ìho voluto restituire ai palestinesi i loro dirittiî. Il provvedimento, oltre che ai palestinesi figli di profughi nati in Libano, sarà esteso anche a tutti i palestinesi che hanno il permesso di residenza o risiedono nel Paese dei cedri da oltre dieci anni. L’Autorità Nazionale Palestinese ha salutato la decisione del governo libanese con gioia e ha fatto sapere di considerarla ìun passo nella giusta direzioneî.
Una massa di lavoratori. Per sottolineare l’importanza della decisione, basta fare una riflessione sui numeri. Secondo Saleh al-Adawi, responsabile del sindacato dei lavoratori palestinesi in Libano, a beneficiare di questa riforma saranno circa 325mila lavoratori di origine palestinese. La motivazione che veniva data all’esclusione dei discendenti dei profughi palestinesi dalle 73 occupazioni elencate nella legge, fino a oggi, era che si voleva impedire ai profughi di mettere radici in Libano. Pubblicamente lo si faceva per un’interpretazione un po’ forzata del concetto di sostegno alla causa palestinese. Secondo la versione ufficiale infatti, impedire ai palestinesi d’insediarsi definitivamente in un Paese nel quale erano profughi era un modo di sostenere i loro sforzi tesi al ritorno a casa. Più prosaicamente però, per molti, era uno strumento come un altro della battaglia religioso-demografica che si combatte in Libano. La popolazione del Paese dei cedri infatti è divisa tra cristiani e musulmani, con un equilibrio precario. Il totale inserimento della comunità palestinese avrebbe, in modo irreversibile, alterato questo equilibrio a favore dei palestinesi. Un futuro più sereno. ìC’è molta malizia coinvolta in questa interpretazioneî, ha ribattuto il ministro Hamadeh, ìforse che se i palestinesi muoiono di fame, saranno in grado di tornare a casa loro?î. La smentita di Hamadeh è volta al passato però e oggi la comunità palestinese in Libano festeggia la riforma della legge. Per molti osservatori però, non a caso, il provvedimento arriva a pochi mesi dall’esodo di centinaia di lavoratori siriani che, fino alle manifestazioni oceaniche contro il governo di Damasco che hanno mobilitato la società libanese dopo l’omicidio di Hariri, rappresentavano la maggioranza della forza lavoro. L’esodo quindi avrebbe causato degli sconvolgimenti nel mercato del lavoro libanese. Ma sono tutte illazioni, che non avranno mai risposta. Resta la riforma che, seppur in modo inconpleto, restituisce ai palestinesi che lavorano in Libano la dignità di poter scegliere quello che vogliono fare per guadagnarsi la vita con dignità.
Christian Elia
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=3&ida=&idt=11&idart=3140

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