Stefano Lorenzetto: Arrigo Cavallina e la compagnia di assassini

Da ragazzo il fondatore dei Pac (Proletari armati per il comunismo) vinceva concorsi di poesia.
Poi arruolò il ricercato Cesare Battisti, coinvolto in quattro omicidi, una sessantina di rapine, un sequestro di persona e numerose gambizzazioni. Oggi suona il flauto dolce e si stupisce perché sono il primo, fra gli ospiti entrati nel suo elegante appartamento nel cuore di Verona antica, a chiamare col nome esatto lo strumento, una spinetta, che fa bella mostra nel salone.
Motivo per cui mi ritiene degno di visitare la camera da letto, dove tiene le icone russe del ’500 collezionate dalla moglie, un inginocchiatoio da chiesa e un imponente crocifisso con piedistallo che non sfigurerebbe sullo scrittoio di un gesuita.
A 59 anni Arrigo Cavallina è un altro uomo. Crede in Dio anziché in Marx. Va a messa e fa la comunione, anche se non si considera buono (´neppure Gesù si considerava buonoª). Trova pace nella musica antica, come già suo nonno, stimato flautista, e suo padre, un protestante valdese che era primo violino dell’Arena. Soprattutto fa il volontario a tempo pieno e cerca di rendersi utile ai carcerati. Per questo ha scritto un libro di 332 pagine sulla propria vita dissennata, La piccola tenda d’azzurro, quella ´che i prigionieri chiamano cieloª come recita un verso di Oscar Wilde da cui ha preso a prestito il titolo. Gliel’hanno pubblicato le Edizioni Ares del suo ex insegnante di ragioneria, Cesare Cavalleri, le stesse che stampano in esclusiva per l’Italia le opere di San JosemarÌa Escriv·, fondatore dell’Opus Dei. Studi cattolici l’ha collocato al secondo posto nella classifica della critica libraria, subito dopo Memoria e identità di Papa Wojtyla. ´Ordine di scuderiaª, è stata la battuta nelle redazioni, dettata dal fatto che Cavalleri dirige la rivista e Cavallina vi collabora. Ma il gioco di parole sui cognomi svilisce un’autobiografia che invece ha il passo del romanzo, la freddezza dell’articolo di cronaca, l’intensità del dramma.
Sotto la piccola tenda d’azzurro il capo dei Pac ha trascorso ´12 o 13 anni, non li ho mai contatiª. Appartiene a lui il record, tuttora imbattuto in Europa, della carcerazione preventiva senza una sola condanna definitiva: 11 anni abbondanti. Conseguenza dei mandati di cattura a grappolo per concorso in omicidio, ferimenti, attentati, rapine, incendi, banda armata.
Oggi Cavallina è un uomo libero, mite, dall’aria indifesa, nervosamente vigile. Ha pagato, come si dice, il debito con la giustizia. Ma non con se stesso. I suoi atti lo seguono.


Perché diventò terrorista?
´Non mi sono mai considerato un terrorista. Terrorismo, per me, erano piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus. Il male indiscriminato, colpire nel mucchioª.
Stavo allo Zingarelli. Allora, perché?
´Per coerenza con quello che pensavo. Venivo dal trattato di economia politica del Pesenti, dal compendio del Capitale del Cafiero. Li leggevo e li sintetizzavo. Appunti spaventosi battuti a macchina su carta velina. Ne conservo dei pacchi alti cosìª.
Da chi fu arruolato?
´Non fui arruolato. Lo stesso anno in cui finii di studiare Marx m’iscrissi all’Azione cattolica. Il Capitale m’aveva spiegato il perché delle ingiustizie. Quindi mi trovai a chiedermi: e io che posso fare per cambiare questo mondo? La lotta armata non è stata altro che una scelta etica a testa in giùª.
In concreto?
´Entrai nella Federazione giovanile comunista. Ma mi sentii subito a disagio. Il Pci era solo una macchina burocratica per la raccolta di nuove tessere. Vigeva persino il divieto di presentare gli emendamenti alle tesi congressuali. Nella Fgci portai Giangaetano Poli, che poi divenne deputato del Pci e oggi è assessore al Comune di Veronaª.
Perché fondò un movimento eversivo tutto suo? Non poteva confluire nelle Brigate rosse?
´Se avessi voluto entrare nelle Br, non ci sarebbe stato problema: fra rivoluzionari ci si conosceva un po’ tutti. Ma i brigatisti teorizzavano la conquista del potere partendo dall’attacco al cuore dello Stato, mentre noi partivamo dalla lotta in periferia per giungere al centro del sistema. I testi del professor Toni Negri mi parvero i più approfonditi. Con i Pac ci situammo alla periferia del marxismo e ai confini con l’anarchismoª.
Il passaggio alla violenza come avvenne?
´Le rivoluzioni si fanno con le armi. Io non sapevo nemmeno accendere un fiammifero. Vennero da Padova alcuni dirigenti e mi spiegarono che in Potere operaio esisteva un L.I., livello illegale. Mi proposero di entrarci. Ci addestravano a usare gli esplosivi nelle cave abbandonate di Avesa, periferia di Verona. Il mio primo e unico innesco fece cilecca. Ci insegnarono anche a preparare una versione artigianale del napalm: bottiglie molotov con solvente e polistiroloª.
Girava armato?
´Impugnai una Beretta solo per il tiro al bersaglioª.
Come mai reclutò Cesare Battisti? ´Un malavitosetto di Latinaª, per usare una sua espressione, oggi ricercato da Francia e Italia.
´L’avevo conosciuto nel ’77 nel carcere di Udine. Venne a casa mia dicendo che la polizia lo inseguiva. Lo nascosi presso amici prima a Trento e poi a Veronaª.
L’anno dopo il maresciallo Antonio Santoro, comandante del penitenziario friulano da cui eravate usciti, fu freddato sotto casa. Aveva 52 anni, una moglie e tre figli.
´Preparai l’agguato, ma non vi partecipai. Non ho preso parte a nessuno dei quattro omicidi firmati dai Pac nÈ ad altri fatti di sangueª.
Gli sparaste alle spalle.
´Non ricordo. Provo una tale ripugnanza che…. Mi sembra un atto così irrecuperabile…ª. (La voce s’incrina). ´Mi mettevo nei panni di chi lo faceva. Forse la coerenza avrebbe portato anche me fino in fondoª.
Chi fece fuoco?
´Uno soloª.
Battisti?
´Non dico nÈ sì nÈ no. Dico solo che chi l’ha fatto è rimasto sconvoltoª.
Se è stato Battisti, come ha stabilito una sentenza, non sembrerebbe.
´Io so per certo che, nell’immediatezza dell’omicidio, chi l’ha eseguito ha avuto un capovolgimento di personalitàª.
Dove volevate arrivare?
´Era la fase estrema di un sogno rivoluzionario, sapevamo che non saremmo riusciti a imporre il governo proletario. Quindi stabilimmo di colpire solo il personale delle prigioni che deteneva illegalmente i nostri compagniª.
Come decidevate chi uccidere e chi gambizzare?
´Mamma mia… Parlare di queste cose… Gli attentati dovevano servire di monito ai secondini: guardate che cosa succede a chi pesta i compagni. Nei penitenziari il livello di violenza era inauditoª.
Ma perché fu scelto come bersaglio proprio Santoro?
´» la domanda che mi ha rivolto il giudice al processo. Ho risposto: guai a immaginare che un omicidio possa avere una giustificazione. Nella nostra idiozia di quel tempo volevamo sventare un piano che mirava a trasformare quello di Udine in un carcere di massima sicurezza. Santoro passava per un duro nella gestione dei detenutiª.
Lo era davvero? Lei c’è stato là dentro.
´A me non aveva mai fatto nulla. Io ce l’avevo semmai con un brigadiere che m’impedì di curarmi il polso sinistro fratturato, tanto che oggi non riesco a piegarlo. Il fatto è che in tutte le prigioni c’erano squadrette di pestaggio, gruppi di agenti che venivano a picchiarti senza motivo. A Rebibbia ci svegliarono di notte, avevano i manganelli e i caschi con la visiera, sembravano robot. Ebbi 20 punti di sutura sulla testa. La mattina dopo il medico di turno mi disinfettò le ferite e mi cucì senza chiedermi nulla, come se fosse stata la cosa più normale di questo mondo. Il desiderio di vendetta per queste brutalità gratuite sfociava in episodi tragicomiciª.
Che intende dire?
´Gliene racconto solo uno. In cella leggono un titolo sulla Gazzetta di Parma: ìFerisce fidanzata e agente: arrestatoî. La notizia riguardava un tizio che torna a casa, trova la fidanzata con un altro e la aggredisce. Lei chiama il 113, il tipo colpisce un agente e finisce dentro. Si sparge la voce che l’arrestato è un poliziotto, perciò si organizzano per picchiarlo. Chiedo: ma come fate a sapere che è un poliziotto? Risposta: ìL’abbiamo letto sul giornaleî. Vado a vedere anch’io: l’articolo non dice niente. Allora? ìC’è scritto nel titoloî, insistono. Ebbene, tutti, assolutamente tutti, avevano letto ìagente arrestatoî, ignorando il significato dei due punti dopo la parola ìagenteî. Poteva venir fuori un massacro, e non fu semplice tenere una lezione di grammatica per impedirloª.
I capi storici delle Br li ha conosciuti?
´Non c’erano ancora le Br quando Renato Curcio scendeva da Trento a indottrinarci. Poi si trasferì a Milano e io andai da lui a consigliarmi su come difenderci da gruppi di compagni che minacciavano di spaccarci le ossa se avessimo compiuto determinate azioni. La sua risposta fu disarmante: ìSe prima che le facciate sanno già che siete stati voi, meglio che lasci stareîª.
Che cosa pensò quando fu ucciso il commissario Luigi Calabresi?
´Dopo poche ore, fui chiamato da quelli di Lotta continua. Segno che c’entravano col delitto. Mi chiesero di ciclostilare un volantino in cui noi dei Pac ci dichiaravamo contenti per l’atto di giustizia proletaria. Uno dei due che mi telefonò è oggi un illustre docente che va proclamando d’aver sempre contrastato il terrorismo. Il suo nome non è mai venuto fuoriª.
Ritiene che Adriano Sofri sia ingiustamente detenuto?
´Ci ho riflettuto molto. Credo che le accuse del pentito Leonardo Marino siano fondate. Che Calabresi l’abbiano assassinato quelli di Lotta continua, è fuori di dubbio. Che Sofri sia stato il mandante, non mi convince. Lui era ai vertici di Lc con Marco Boato, il suo migliore amico, il quale mai, ripeto mai, avrebbe consentito un atto simile. Sono quindi propenso a credere che Sofri si sia lasciato coinvolgere per solidarietà con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Se si fosse difeso da solo, per lui sarebbe andata diversamente. In ogni caso la sua detenzione è sommamente ingiusta, perché il Sofri di adesso non ha più nulla in comune col Sofri di allora. Se la pena ha un senso, che è quello di redimere, come si può applicarla a uno dei più limpidi sostenitori della pace?ª.
E che cosa pensò quando le Br rapirono e uccisero Aldo Moro?
´Niente. Non riesco a ricordarmeloª.
Possibile?
´Non saprei… Consideravamo le Br una variante dello Statoª.
E sapere che i carnefici di Moro sono tutti liberi da anni che effetto le fa?
´Nessuno di loro ha più compiuto reati, mi pareª.
Libero anche Prospero Gallinari, l’esecutore materiale del delitto, un irriducibile che, senza pentirsi o dissociarsi, firmò con altri detenuti un documento in cui riconosceva che ´la lotta armata contro lo Stato è finitaª, manco si fosse trattato di una messa.
´» uscito per motivi di salute. Sono stato in cella con lui a Treviso nel ’76. Veniva a trovarci il socialista Gianni De Michelis, che ci diceva: ìDiamoci del tu, fra compagniîª.
Il suo status qual è, Cavallina?
´Dissociato, con tanto di timbro sulla sentenzaª.
Che è diverso da pentito.
´Giuridicamente la figura del pentito non esiste. Ma se fossi stato a conoscenza di reati compiuti o da compiere, avrei fatto arrestare chiunqueª.
Lei ha mai sentito di una lettera in cui Mario Moretti, Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Bruno Seghetti, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari, pace all’anima sua, chiedessero scusa tutti insieme alla vedova e agli orfani di Moro?
´Noª.
In compenso voi ex terroristi scrivete libri sulle vostre imprese, discettate in Tv, rilasciate interviste. Non crede che l’espiazione dovrebbe perlomeno comportare l’oblio?
´Non sono in grado di spiegare niente a nessuno. Se la mia esperienza può servire a qualcuno, tanto meglio. Ma non la racconto volentieriª.
Com’è cominciata la sua conversione?
´La vita è una conversione. La mia è cominciata nel ’78 dal rifiuto della violenza e dalla costruzione di una famiglia con Elisabetta, nonostante poi abbiano continuato per anni a bussarmi alla porta con nuovi ordini di carcerazione. Il passato non poteva essere cancellato. Quando a un processo mi sono trovato faccia a faccia con la vedova del macellaio mestrino Lino Sabbadin, ucciso perché aveva reagito a un tentativo di rapina, e con l’agente di custodia veronese Antonio Nigro, rimasto zoppo dopo il ferimento, ho capito l’irrimediabilità del maleª.
Qualcuno l’ha aiutata?
´Molti, a cominciare da Cesare Cavalleri, che ha voluto essere testimone alle mie nozze, e da Carol Tarantelli, vedova dell’economista assassinato dalle Br, che veniva a Rebibbia. Mi sono accorto che tutte le persone capaci di darmi ancora speranza erano accomunate dalla stessa fede. Allora mi sono convinto che valeva la pena di riscoprirla, questa fedeª.
Lei sa il numero delle persone uccise in Italia per fatti di terrorismo dal ’69 all’89?
´Noª
Glielo dico io: 455. Con 4.529 feriti e 4.959 attentati.
´Sono compresi anche gli attentati sui treni?ª
Gli innocenti morti in agguati mirati furono 124, secondo l’Associazione vittime del terrorismo.
´La vita non può stare sul piatto della bilancia. Io faccio parte di coloro che hanno provocato quei 455 morti. La mia colpa non è in alcun modo attenuabile. Ma se penso ai fabbricanti di mine antiuomo, agli esportatori di armi o anche solo agli abortisti, mi accorgo che siamo una compagnia di assassini piuttosto foltaª.
Ha mai cercato un contatto con l’Associazione vittime del terrorismo?
´Noª.
Perché no?
´Per rispetto. Per l’idea che ho del perdono. La pretesa di ottenere una risposta sarebbe già una violenza. Sarei certo sollevato se le persone alle quali ho arrecato tanto dolore non fossero inchiodate al loro rancore. Oltre a procurargli il danno, non vorrei avergli tolto anche la paceª.
Che idea s’è fatto delle nuove Br che hanno ammazzato Massimo D’Antona, l’agente Emanuele Petri e Marco Biagi?
´Siamo nella psicopatologia. Noi eravamo dentro una stagione sciagurata, però almeno misuravamo il consenso a migliaia, se non a milioniª.
Teme che quella stagione possa riaprirsi?
´Non credo proprioª.
Dagli anni di piombo l’Italia a suo giudizio è cambiata in peggio o in meglio?
´In tutt’e dueª.
Lei vota?
´No. Sono stato condannato all’interdizione perpetua. Potrei chiedere la riabilitazione, ma non mi decido a presentare domandaª.
Che cosa la preoccupa di più in questo momento?
´L’impoverimento morale. La famiglia, che dovrebbe educare le nuove generazioni, è sempre più debole, sostituita dai fondamenti del mercato e dall’aggressività. La mancanza di curiosità dei ragazzi è impressionante. Hanno rinunciato alla ricerca interiore, accettano tutto ciò che gli propinanoª.
Prova mai la sensazione d’aver sprecato la sua vita?
´Eh caspita…ª. (La voce torna a incrinarsi). ´D’altra parte se la moglie che ho, gli amici che mi vogliono bene, le cose che riesco ancora a fare vengono tutti fuori da una vita sprecata, significa che Dio sa trarre risorse di bene anche dal maleª.
Stefano Lorenzetto - Il Giornale (non online) – 22 maggio 2005

di Rolli il 23 maggio 2005 in Società e dintorni · 13 commenti

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Obiuan 23 maggio 2005 alle 15:37

Un solo commento:
che schifo.
tutti quei non so e non ricordo mi appaiono tutto tranne che un segno di pentimento.
Io mi ricordo che facevo quando l’Italia vinse i mondiali e lui non ricorda chi uccise un uomo?
Fanculo.

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Gabibbo 23 maggio 2005 alle 19:30

no, non credo…
siamo di fronte a un assassino sì, ma un assassino che si vergogna, e si difende nell’unico modo che gli resta: chiedendo la nostra pietà di fronte alle sue fughe, ai suoi “non ricordo”.
dice molto, e affronta un’intervista dura.
quanto al pentimento, leggi quel che dice sul perché non si rivolge alle sue vittime, credo che dia il segno di una persona che ha capito.
E poi, a differenza di altri, ha pagato prima, e si sta cercando di emendare ora… la pietà (che non vuol dire perdono a carico delle vittime) è una virtù che ci è chiesta, in questo caso credo la si possa concedere…

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Obiuan 24 maggio 2005 alle 09:04

Mi spiace ma nessuna pietà per un assassino.
So che il perdono fa parte dell’educazione cattolica ma come si può concepire di fare politica uccidendo le persone?
Di destra o sinistra il terrorismo è stato e rimarrà sempre un fenomeno criminale e non un atto politico.

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Rolli 24 maggio 2005 alle 09:20

Il perdono a dire il vero servirebbe a non vivere nell’odio e a non fomentarne altro. Ma non mi pare che Cavallina chieda perdono, semplicemente ripercorre il suo passato, se ne vergogna e se ne pente sapendo che non può chiedere assoluzioni e cercando di vivere in modo coerente. Senza sbandierare nulla.
A me non sembra poco, tutto qui

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Francesco 24 maggio 2005 alle 09:23

Beh maestro Kenobi,
pietà per un uomo che la chieda, qualunque crimine abbia commesso, è un elemento basilare del Cristianesimo.
Non ci sono criminali nè crimini senza perdono.
Ciao

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Obiuan 24 maggio 2005 alle 10:36

Evidentemente la forza in me non è abbastanza grande.
Ho letto e riletto questo articolo e non riesco a trovare un vero pentimento.
Non si ricorda cosa ha pensato quando è morto Moro (io mi ricordo esattamente dov’ero quando lo rapirono e pure cosa pensai – ed avevo 6 anni).
Non si è mai considerato terrorista
Cmq è solo una mia opinione e non pretendo che venga condivisa da nessuno.
(in ogni caso mi congratulo con chi riesce ad essere più caritatevole di me)

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Rolli 24 maggio 2005 alle 10:47

Obiuan, non mi sento caritatevole, anzi ho come un senso di disagio rispetto ai familiari delle vittime. Diffido dei pentiti piagnucolosi, ne abbiamo un recente esempio lampante in Izzo, e preferisco chi analizza i suoi orrori senza prostrarsi strumentalmente.
Nella vita ho imparato – e ancora oggi imparo – che c’è da fidarsi molto di più di chi critica con dignità sè stesso che non di chi si inginocchia battendosi il petto.

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Obiuan 24 maggio 2005 alle 11:13

Purtroppo non riesco a trovare della vera autocritica nell’articolo.
Concordo sul pentito piagnucoloso e in questo ammiro la dignità di Sofri.
Oltre non vado perchè non sono in grado di essere imparziale.
In ogni caso non riesco a paragonare uno psicopatico maniaco sessuale pseudo politicizzato ad un teorico della lotta armata (mi fanno entrambi schifo ma in modo diverso, starà a Dio la condanna).

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blind 24 maggio 2005 alle 16:47

Obiuan, in fondo credo che il perdono non spetti a noi.
Il perdono, Francesco mi insegna, e’ un atto di forza spirituale che solo chi e’ stato duramente colpito, puo’ compiere.
La societa’ applica il codice penale, quando riesce, visto come e’ andata con tanti altri terroristi.
Personalmente, nel mio piccolo, mi limito a disprezzare duramente il passato “politico” di Cavallina e sospendere il giudizio sul suo presente.
Certo che sono rarissimi quelli come Cavallina che non si trincerano dietro la fantomatica guerra civile in corso in quegli anni, per cui bisognava combattere e bla’ bla’…
Troppi ne abbiamo sentiti di autoassoltisi da crimini anche piu’ feroci.
Blind

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Manuele 24 maggio 2005 alle 18:01

OT: un cenno alle bugie di quei comunisti noglobal pacifinti dell’OCSE che hanno detto che stiamo in recessione.
Secondo me sono tutte bugie, strumentalizzazioni della sinistra, menzogne dello stato parallelo! In Italia c’è il miracolo economico, non contano i condon…ehm, le riforme economiche. Il sommerso è emerso, i capitali sono tornati dall’estero e siamo il paese con le segretarie più belle del mondo! E poi è colpa di Epifani e dei suoi scioperi, a quest’ora il PIL stava a +8% senza di quelli.
E il buco di Visco? Non lo vogliamo contare? E l’11 settembre? E la guerra in Iraq? E quelli di confindustria che lo fanno apposta a produrre meno?
… e il dilettantismo e l’incapacità di chi sta al governo?

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Franco 24 maggio 2005 alle 18:52

Scusate, a nessuno è venuto in mente l’incontestabile fatto che Luigi Calabresi è stato ucciso nel 1972, svariati anni prima che i NAP, Prima Linea, e tutti gli altri gruppi di lotta armata compresi i PAC venissero fondati (non ci vuole molto a verificarlo: i NAP nascono nel 1974, Prima Linea e i PAC nel 1977), e quindi l’aneddoto che Cavallina racconta (Lotta Continua che chiede ai PAC di fare l’apologia dell’attentato!) è palesemente, spettacolarmente falso, e allora forse sono false anche molte altre cose che dice? Capisco l’avversità ideologica, capisco la condanna del terrorismo, ma su, siamo seri, questo signore può essere davvero umanamente sconvolto per quel che ha fatto, ma è storicamente confuso, dal punto di vista della ricostruzione (e della comprensione) dei fatti il suo racconto vale ben poco.

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chacko 25 maggio 2005 alle 02:48

Concordo con Franco.
Certo, un’intervista e un uomo interessante, senz’altro. E non piagnucoloso, vero. Perlomeno non spacca le palle come i pontificatori (ex-?)terroristi, liberi di dare lezioni a spese dei contribuenti.
Pero’: ci dice che LC senza dubbio ha assassinato Calabresi, etc, etc, ma non ci dice chi ha sparato a Santoro. PERCHE’?

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Franco 25 maggio 2005 alle 03:17

Forse a sparare a Santoro non fu Battisti, e Cavallina non vuole incriminare il vero esecutore. E’ più comodo adagiarsi sulla sentenza, tanto Battisti è uccel di bosco. Un “dissociato” ragiona così: prende le distanze dal suo passato ma non compromette terzi. Questa è la differenza col “pentito”.

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