L’8 marzo delle donne turche

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Una delegazione UE si è detta scioccata per le immagini delle donne picchiate dalla polizia turca durante una manifestazione per i diritti civili, e ha chiesto ufficialmente l’apertura di un’inchiesta, sottolineando che diritti delle donne sono una questione importante per l’Unione Europea.
Il ministro degli Esteri turco ha risposto affermativamente alla richiesta.

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In Turchia è vietato celebrare l’8 marzo. Ma a Istanbul centinaia di donne sfidano i divieti e presidiano il municipio. La polizia carica e arresta una sessantina di manifestanti.
Finisce con una dura repressione l’otto marzo delle donne turche.
Non una novità, purtroppo, ma anche ieri la polizia in tenuta antissommossa ha arrestato ad Istanbul, in piazza Beyazit una sessantina di donne che celebravano l’8 marzo per chiedere il rispetto dei loro diritti. Le donne si erano riunite con i loro striscioni e le loro bandiere davanti all’ufficio del sindaco quando gli agenti hanno dato l’ordine di disperdersi.
La manifestazione, secondo la polizia, non era autorizzata e quindi era illegale: le oltre trecento donne che avevano nel frattempo improvvisato un sit in davanti all’ufficio del sindaco, hanno rifiutato di muoversi. Immediata la carica.
Manganellate, botte e lancio di lacrimogeni. I robocop turchi non hanno risparmiato nessuno. Più di sessanta donne sono state arrestate, caricate a forza sui pullman della polizia. Il tutto è stato trasmesso dalla televisione Ntv.
In un’altra zona di Istanbul si è svolta la manifestazione ufficiale, alla quale hanno partecipato circa cinquemila donne. La repressione di manifestazioni (di donne, lavoratori, studenti, gruppi politici, o di chiunque altro) rimane prassi in Turchia. Nonostante gli impegni presi da Ankara con l’Unione europea. Nonostante cioè per entrare in Europa, la Turchia abbia promesso – tra le altre cose – alla Ue anche di contenere, limitandolo, l’uso della forza e il ricorso massiccio all’arresto (cui spesso seguono purtroppo, è documentato, torture, pestaggi, confessioni estorte con metodi assai poco ortodossi, e più raramente sparizione dei detenuti) di chi dissente.
Le donne in Turchia non sono certo esenti dalla violenza dello stato e domestica. E’ recente un rapporto di Amnesty International in cui si denuncia che la metà delle donne sono vittime di violenza tra le mura domestiche.
Questa violenza fisica include pestaggi, stupri e in alcuni casi anche l’omicidio o il suicidio, per così dire, ´indottoª.
Secondo Amnesty le donne in Turchia sono due volte vittime: non sono sicure nelle loro case, all’interno delle loro famiglie ma non possono nemmeno confidare nella giustizia, nello stato.
La ricerca parla chiaro: in alcune zone del paese, il 45.7% delle donne intervistate da Amnesty non ha avuto voce in capitolo sul loro matrimonio. Il 50.8% poi è stata costretta a sposarsi contro la sua volontà. Chi rifiuta di sposarsi con l’uomo scelto dalla sua famiglia è in pericolo anche di vita.
Fece clamore, qualche mese fa, il caso di Guldunia Toren, che dopo aver rifiutato di sposare suo cugino, fu mandata a vivere con uno zio ad Istanbul.
Qui, uno dei fratelli le intimò di uccidersi per lavare il disonore che aveva causato alla famiglia. Guldunya riusci però a scappata rivolgendosi alla polizia per essere protetta. Dalle autorità fu però rispedita a casa dello zio assicurandole che nessuno l’avrebbe toccata.
Nel febbraio del 2004 i suoi fratelli le spararono per strada ferendola. In ospedale nessuno ritennne necessario piantonare la stanza. Durante la notte qualcuno entrò uccidendola con un colpo di pistola in testa.
Diffuse anche le torture e le violenze contro le donne in custodia della polizia. Ne sa qualcosa l’avvocata Eren Keskin che dopo aver denunciato i casi di donne, specialmente kurde, torturate e violentate da poliziotti, si è trovata lei stessa sotto processo, accusata di separatismo.

Nei mesi scorsi le donne turche hanno protestato (vincendo) contro la proposta di legge che prevedeva che l’adulterio diventasse reato.
Il parlamento, lo scorso 26 settembre ha invece approvato un nuovo codice penale, per certi aspetti ritenuto positivo. E’ stato eliminato l’articolo che prevedeva la riduzione, o l’eliminazione della pena comminata a quegli stupratori che sposano le loro vittime. Viene esplicitamente riconosciuto che lo stupro perpetrato da un marito è un crimine, così come è tortura la sistematica violenza all’interno della famiglia.
Rimangono però pratiche aspramente contestate dalle donne.
Non è stato vietato per esempio quello che viene comunemente definito ´test della verginitઠ(condotto non solo forzatamente nelle detenute ma anche nelle donne che fanno domanda per lavori statali, nelle studentesse), rimangono vaghe le norme sui cosiddetti crimini d’onore.
Orsola Casagrande - Il Manifesto

di Rolli il 8 marzo 2005 in Società e dintorni · 3 commenti

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Rolli 8 marzo 2005 alle 13:55

Ho visto le immagini nel Tg4…sono tremende

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LR 8 marzo 2005 alle 18:20

Un’altra perla di Biagi. :-)
Correte a leggere su Camillo “Festa della donna, editoriale del Corriere a firma di Enzo Biagi”.

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YukioMishima 8 marzo 2005 alle 22:34

Venite in Europa, siori venghino, che più paesi entarno più bestie si vedono…
Letteralmente.

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