Calipari e l’acqua sporca di Repubblica

Oggi Nicola Calipari, per D’avanzo su Repubblica, è un uomo bravo, coraggioso, umile.
Ieri, si leggevano ben altre parole nei confronti del suo ufficio.
Quando fu sventato l’attentato all’ambasciata italiana a Beirut, D’Avanzo scrisse
“Sulla ricostruzione dell¥affare, pubblicata da Repubblica sabato scorso, tacciono il governo, l¥intelligence militare, l¥opposizione. Tace quella procura di Roma sempre lesta ad aprire improbabilissimi fascicoli d¥inchiesta. Tace il comitato di controllo parlamentare presieduto da Enzo Bianco che per primo svelò la ´grave minaccia che incombeva sui nostri interessi nazionali all¥esteroª. Quale che sia la reale natura di quell¥operazione (un passo scaltro dei servizi siriani per accreditarsi agli occhi dei governi occidentali sostenuto dalla collaborazione ingenua o fraudolenta dei nostri 007) non muta il segno della manipolazione.
intelligence può informare (far credere il vero) o disinformare (far credere il falso). Può persuadere (far volere il vero o il falso) o dissuadere (non far volere). Se si guarda ai fatti di Beirut si deve prendere atto che la nostra intelligence, con qualche operatore sul terreno e un buon controllo dell¥informazione, ha condotto un¥operazione d¥influenza, come si dice, dell¥opinione pubblica per ottenere il sostegno alle politiche del governo, alla scelta di essere accanto agli anglo-americani nella guerra irachena. Più o meno, un¥operazione di marketing politico che si conduce con poca spesa. Si accende la paura degli attentati. Si mostra al Paese che chiunque e dovunque può essere colpito. Si conferma con un¥informazione manipolata – con un fatto distorto – quel che è soltanto una legittima opinione politica: è la guerra dell¥Islam (di tutto l¥Islam) contro l¥Occidente (tutto l¥Occidente) e l¥Italia deve fare la sua parte, schierarsi, combattere se non vuole piangere lacrime di sangue e soccombere.”
Durante il sequestro delle mai abbastanza lodate due Simone, invece, l’arte di D’Avanzo si espresse in questo modo
“Chi ha l¥interesse, nelle istituzioni, a creare un nesso (finora non documentato) tra la morte di Enzo Baldoni e il sequestro delle due Simone? La sensazione che un¥altra pozza di acqua sporca bagni la gestione di questa crisi si è avuta ieri. (…)
“» molto plausibile che domenica mattina l¥omino che in settembre si è registrato in yaislah.org con l¥username “Jihad islamica” abbia letto, nella sua stanzuccia, dell¥ultimatum di dodici ore e abbia voluto partecipare alla “manutenzione della paura” prolungando di ventiquattro ore la minaccia. Ultimatum infondato. Rivendicazione inattendibile. Gruppo terroristico inesistente. Esiste, e minacciosa, al contrario l¥acqua sporca.”
Provi a chiedere scusa D’Avanzo, anzichè incensare l’eroe di oggi che ieri era, con i suoi colleghi, raffigurabile in un omino che partecipava alla “manutenzione della paura”.
Almeno Rossana Rossanda , sul Manifesto, l’ha fatto:
“Non ho mai creduto ai servizi di sicurezza per il troppo potere che hanno e le immunità di cui godono: il dubbio sulla loro stessa utilità era la sola opinione che abbia condiviso con Indro Montanelli. Ma la realtà è più complessa delle supposizioni. Ci sono uomini integri in istituzioni dubbie e viceversa, e devo scusarmi di avere sospettato e scritto, durante il sequestro di Giuliana Sgrena, che i nostri servizi nulla sapevano e stavano facendo

di Rolli il 7 marzo 2005 in Società e dintorni · 29 commenti

{ 29 commenti }

ventomare 7 marzo 2005 alle 09:15

Innanzitutto Calipari non era “i servizi”. Si legge che più volte aveva pensato di lasciarli ma poi era rimasto pensando di fare qualcosa per renderli migliori. Detesto le persone che accomunano gli uomini ai luoghi comuni e agli stereotipi. Ogni persona di buon senso deve essere in grado ogni volta di distinguere tra ciò che c’è di buono e ciò che c’è di cattivo da migliorare e da emendare. Abbiamo avuto esperienze, e prove, e condanne in Italia, che ci dicono che nei servizi, nelle forze armate, come in tutti gli apparati e non, come nelle banche nei giornali, tra la politica si annidavano personaggi oscuri, antidemocratici. Come invece nelle stesse forze ci sono persone di buona volontà, animati da senso dello stato, lealtà ed umanità che si battono per migliorare le cose con l’ottimismo, la caparbietà della speranza e la pazienza della ragione. Uno di questi, ad esempio, era Calabresi. Purtroppo l’ideologia, acceca le persone, le rende illogicamente sospettose e disposte a vedere nell’altro sempre e comunque un nemico. Anzi, tranquillizzate dal comportamento nefando del nemico, che sostiene e rinfocola una facile ed ideologica risposta alle domande ed ai perché.
Rolli, ad esempio, ha fatto lo stesso con D’avanzo, che insieme a Bonini è uno di quelli che tutti i giorni, con pazienza, cerca di capire e di far luce anche sui misteri più apparentemente noiosi e triti. Come hanno fatto due volte con Telekom Serbia, rivelando una prima volta la passibilità di una cresta di alcune persone nella compravendita della società, e poi la manovra volta a scaricare, per basse manovre politiche, la colpa della corruzione sui capi dell’opposizione, costruendo false prove e dossier, in una tipica operazione di depistaggio operata da personaggi oscuri anche se noti negli ambienti. L’operazione di inquinamento, veniva poi sostenuta mediaticamente dai giornali vicini al premier e trovava ampio ascolto nella commissione parlamentare. Dopo la denuncia di Fassino, che tutto era orchestrato a Palazzo Chigi, ed un apparente agitarsi del premier, tutto entrava nel dimenticatoio.
Non è escluso che persone che cercano si incontrano anche se sono dall’altra parte. Non mi stupirei se da qualche parte leggessi che i tre si stimavano. Ma Rolli ha un pregiudizio su Repubblica e vuole dimostrare le sue idee andando a pescare tra le virgole ciò che interessa alla sua tesi. Bocciata.

Losciacallo 7 marzo 2005 alle 10:37

Grandiosa Rollina. Questo pezzo è straordinario

bill 7 marzo 2005 alle 10:37

Ventomare, l’unico bocciato qua sei tu. Perchè non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. E scordatevi di strumentalizzare la morte di Calipari. D’Avanzo è un velinaro, che scrive tutto e il contrario di tutto a seconda delle opportunità. Si preoccupi, il paziente scribacchino, di informarci sui movimenti finanziari del suo editore, che ci facciamo due risate. Il bello è che la gente come te si beve tutto quello che gli viene propinato: un poliziotto è prima un manganellatore e poi, se solo conviene per far dire due idiozie a Prodi, un fedele servitore della repubblica. Pietoso. E smetti di dire balle: nella storia di Telekom mancano un sacco di soldi. Preoccupati, col tuo solito tono aulico, di farti dire che fine hanno fatto.

lynch 7 marzo 2005 alle 11:33

La Rossanda ha scritto quelle scuse nel corpo di un editoriale il cui titolo è “Omicidio preventivo”. La sua tesi, insomma, è identica a quella di Pier Scolari: gli americani hanno colpito scientemente, e premeditatamente, per uccidere. E intanto fa le sue scuse al Sismi.
Il giorno in cui si dimostrerà che di errore si è trattato, e che non esisteva alcuna premeditazione nel conflitto a fuoco che ha ucciso Calipari, la Rossanda scriverà le sue scuse al contingente americano in Iraq, in un pezzo intitolato, chessò, “La strage di Najaf ordinata da Bush”. Il giorno nel quale sarà costretta a chiedere scusa a Bush, lo farà sotto il titolo “Erano uomini di Sharon: è lui il mandante”, e così via. Le scuse passano, l’ideologia rimane.
Vent’anni dalla parte del torto. Una definizione che si sono scelti da soli, e un progetto che funziona. Se qualcuno ha avuto la fortuna di leggere il pezzo fantastico di Pierluigi Battista, sul Corriere di domenica, a proposito di Raymond Aron e J.P.Sarte, capirà il senso del tutto.

Windrosehotel 7 marzo 2005 alle 12:14

Oltre che la Rossanda, c’è tutto il manifesto (particolarmente quello del dopo fuga di Riccardo Barenghi) nel commento di Lynch. Oltre che D’Avanzo, c’è buona parte di Repubblica (quella di sempre) nel post di Rolli.

blind 7 marzo 2005 alle 13:21

Lynch, ieri (un po’ tappandomi il naso) mi son messa a leggere il Corsera e, cominciando dal fondo, sono incappata nell’articolo di Pigi Battista. Me lo sono scaricato e, visto che ha colpito anche te, ho pensato di copiarlo qui:
“Eredità a sinistra Sartre, ovvero il vantaggio di chi ha torto
Perché ammettere di avere avuto torto, se c’è una storia esemplare che dimostra in modo paradigmatico come l’avere avuto torto non produca alcuna conseguenza e l’aver avuto ragione in anticipo addirittura penalizzi chi è stato dalla parte giusta troppo precocemente? I giovani parigini, che gridavano ´meglio
avere torto con Sartre che ragione con Aronª, credevano forse di enunciare solo un brillante paradosso, invece descrivevano una legge crudele che in questo 2005, mentre si celebrano contemporaneamente i centenari della nascita di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron, appare ancora una volta ineluttabile.
Per Aron, che aveva ragione, poche e svogliate commemorazioni. Per Sartre, che aveva torto, il piedistallo della leggenda postuma, che replica e addirittura enfatizza la monumentalizzazione mitica goduta in vita. Chi ha avuto ragione quando era difficile e rischioso avere ragione non vede riconosciuta la sua grandezza. Chi ha avuto torto quando era comodo e gratificante avere
torto e ha riconosciuto le ragioni dell’altro solo molto tardivamente,
appare ancora circonfuso da un alone fascinoso e seducente.
L’aver avuto torto non costituisce un insormontabile handicap, se persino Olivier Todd, biografo di quell’Albert Camus che nel tempo giusto ebbe ragione a prendere le distanze dai torti di Sartre, definisce un ´genioª stavolta non più Camus, bensì l’altro, il suo antagonista.
E il ricordo di Sartre viene reso ancor più luminoso dalla biografia gonfia di simpatetico entusiasmo scritta in sua memoria da Bernard Henry-LÈvy.
Mentre non si segnalano commossi omaggi alla ragione di Aron da parte di sartriani pentiti, sembra quasi che il torto procuri vantaggi e soddisfazioni precluse a chi ha avuto il torto di aver ragione nei tempi sbagliati.
A determinare questo contrapposto destino influisce certamente la radicale diversità di due stili intellettuali. Uno, quello di Aron, così poco ampolloso e retorico, così antitetico al profetismo incendiario dei devoti delle ´idee generaliª sordi al richiamo dei ´dati di fattoª da ´suscitare un vero odio teologicoª nei confronti dell’aronismo, come nel 1982 scrisse nella sua prefazione all’ Etica della libertà di Aron Alberto Ronchey (uno dei pochissimi, insieme ad Angelo Panebianco, Enzo Bettiza e Dino Cofrancesco, impegnati a divulgare il pensiero aroniano in Italia). E del resto, si
può comprendere lo scarso appeal di un pensiero improntato alla ´severità concettualeª in una comunità intellettuale dove, ha osservato ancora Ronchey, ´pare noioso affrontare le questioni e si cercano le emozioniª e addirittura ´le emozioni soverchiano le nozioniª. Ma l’altro, quello di Sartre, appare decisamente più emozionale e spettacolare: non risulta forse più attraente
ed elettrizzante l’ideale figura sartriana del maÓtre-à-penser , l’apologia dell’ engagement , il ricordo dell’epopea trasgressiva di Saint Germain-des-PrÈs, i riti proibiti consumati nelle caves , i maglioni esistenzialisti, i tavolini al CafÈ Flore e al Deux Magots, il teatro, i romanzi, i brividi delle battaglie di strada?
Eppure la diversità dei due stili non è sufficiente a spiegare l’abissale distanza dei due destini, anche a partire dal perfetto parallelismo delle vicende intellettuali di Sartre e Aron, segnato dall’implacabile propensione al torto del primo e dalla ripetitiva e sin quasi stucchevole aderenza alla ragione del secondo. Ebbe ragione Aron ad abbandonare allarmato l’università tedesca alla vigilia dell’avvento di Hitler; ebbe torto il ´petit camaradeª
Sartre, esattamente nello stesso periodo, a recarsi in Germania nella più totale indifferenza per ciò che gli stava accadendo intorno. Ebbe ragione Aron a seguire Charles de Gaulle nel 1940 e a impegnarsi come redattore capo del giornale La France Libre ; ebbe torto Sartre a risiedere nella Parigi occupata dai nazisti, dove le sue opere teatrali non trovavano difficoltà nell’aggirare gli ostacoli della censura tedesca. Ebbe ragione Aron a non
indietreggiare di un millimetro nella denuncia del totalitarismo comunista; ebbe torto Sartre a contribuire alla minimizzazione dei crimini sovietici (già subito dopo la fine della guerra, come si evince dalla lettura dei Mandarini della de Beauvoir), all’occultamento degli orrori del Gulag per non avvilire il morale degli ´operai di Billancourtª, al linciaggio di quelli che definiva i ´caniª dell’anticomunismo, alla cancellazione nel 1952 della messa in scena della commedia Le mani sporche come atto di sottomissione ai diktat del Partito di cui era diventato subalterno compagno di strada.
Ebbe ragione Aron ad analizzare con freddezza lo ´psicodrammaª parigino del Sessantotto e a coniare il termine ´groupusculesª per bollare la tendenza nevrotica alla frammentazione esasperata dell’oltranzismo ideologico dell’estrema sinistra; ebbe torto Sartre a farsi immortalare mentre distribuiva per le strade uno dei tanti fogli maoisti dell’epoca. Una sola volta Sartre ebbe ragione, e fu quando, mentre l’Occidente assisteva impotente allo spettacolo dei boat people vietnamiti, si recò da Aron per chiedere obtorto
collo scusa all’avversario che aveva avuto ragione anche nella valutazione della guerra del Vietnam. Fu un gesto clamoroso. Ma che non ebbe nessuna conseguenza sui destini dei due. Aron, che aveva avuto sempre ragione, come ricorda Maurizio Stefanini in una ricostruzione della parabola aroniana apparsa sul Foglio , ´morirà nel 1983 senza essere stato mai proposto da nessun regime o governo per quella consacrazione definitiva che è in Francia
l’ammissione agli “Immortali” dell’Accademiaª. Per Sartre si spalancheranno, anche dopo la morte, le porte del mito e della devozione di vecchi e nuovi seguaci.
Sbagliare, sul nazismo o sul comunismo (ma anche, perché no, sulla valutazione della guerra in Iraq) non costa nulla. Anzi, l’aver avuto, non sporadicamente, ma sistematicamente torto, nella certezza che mai verrà pagato un prezzo per gli innumerevoli errori commessi, costituisce di necessità un potente
incentivo alla tentazione di commettere nuovi sbagli. Ma anche uno straordinario impedimento a riconoscere con dolore e senza autoindulgenza giustificazionista i motivi che hanno ispirato in passato la scelta di vivere dalla parte del torto. Ecco la lezione che si ricava dalle vicende di Sartre e di Aron, anche in Italia. ´Dalla parte del tortoª è non casualmente il motto di una testata giornalistica come il manifesto , che fa addirittura dell’esibizione
di una fedeltà a princìpi drammaticamente smentiti dalle ´ragioniª della storia un titolo di nobiltà e di coraggio. E quella timidezza della sinistra a una resa dei conti con il proprio passato costellato di errori, denunciata sul Corriere da Ernesto Galli della Loggia, trae alimento dall’implicita convinzione che il riconoscimento del torto passato possa risultare addirittura controproducente, causa di nuovo isolamento, sintomo di un pentimento che nella considerazione pubblica appare molto più impopolare della gagliarda rivendicazione di una continuità condivisa. Quando ancora la sinistra era prigioniera di uno schema mentale storicista di derivazione hegelo-marxista, circolava la battuta secondo la quale ´avevamo ragione ad avere tortoª. Crollato quell’impianto concettuale, resta la propensione nella maggioranza
degli intellettuali a farsi custodi dell’integrità del passato. Con il
risultato che anche i dirigenti politici della sinistra post-comunista
(da Fassino a Veltroni, a D’Alema) che hanno marcato con più coraggio la determinazione a non ripetere gli errori del passato, spesso sono costretti a rinchiudere il loro ´revisionismoª in un involucro continuista. Riconoscere con temerarietà i torti poi archiviati li esporrebbe addirittura all’infamante accusa di ´tradimentoª retroattivo, come accade ogni volta che la rilettura
non autoindulgente del passato assume l’aspetto di una dolorosa resa dei conti con ciò che si è stati. Non conviene. Non conviene quando il torto sartriano viene salvato e sublimato per l’eternità, e la ragione di Aron non viene gratificata di alcuna attenzione. Sbagliare è vantaggioso: non è una boutade , ma lo spettacolo che dal Novecento prosegue indisturbato fino al nuovo millennio.
di PIERLUIGI BATTISTA”
Blind

Rolli 7 marzo 2005 alle 13:42

Ventomare, a volte sei persino divertente nella tua scivolosa faziosità; oggi no, oggi sei deprimente. L’ideologia acceca le persone, hai ragione, e non c’è chirurgo che possa ridarti la vista

Rolli 7 marzo 2005 alle 14:58

Ma solo io ho trovato l’articolo di Battista pavido e sommesso rispetto a come avrebbe dovuto essere? Mi sa di si..

bill 7 marzo 2005 alle 15:07

Cara Rolli, ti meravigli? Battista arriva timidamente a dire certe cose, con un ritardo di una quarantina d’anni, e se si considera il suo backgrond e dove scrive, bisogna quasi far festa.

bill 7 marzo 2005 alle 15:09

“background”. Sai mai, coi latinisti che bazzicano qui ultimamente.

Rolli 7 marzo 2005 alle 15:12

Mi consoli Bill, ero preoccupata del mio solitario giudizio :)

blind 7 marzo 2005 alle 15:13

Ma sara’ davvero come scrive Battista che avere ragione, essere dalla parte giusta, vedere confermate le proprie tesi, non paga mai?
Stando agli ultimi sondaggi sul voto si direbbe di si’: i catto-comunisti sarebbero in vantaggio del 2%..
E’ straordinario!
Questo significa garanzia di lunga vita per Il Manifesto, Repubbblica, Prodi, Scolari, ecc…
Blind

bill 7 marzo 2005 alle 15:33

Mia carissima Blind, lo dico non per consolarti ma perchè lo credo veramente: la sinistra le politiche le ha già perse. Basta lascir dire loro qualche altra scemenza sulla proprietà privata, sui condoni e via così. Potranno eleggere qualche sindaco inconcludente, che poi beatificheranno senza che faccia niente se non dei danni (es: Cofferati), soprattutto per colpa dei partiti del polo, che farebbero bene a smettere di pensare alle loro bottegucce e a tirarsi sù le maniche per chiudere la legislatura con un altro passo. Ma, credimi, questo paese i deliri dei massimalisti non li ha mai premiati. E senza massimalisti, l’Unione può cambiare nome altre 20 volte ma non può vincere. Poi, se si dovesse assistere ad una conversione di massa alle poche idee ma confuse che vengono da sinistra, cosa che non credo, beh, tanto varrebbe emigrare.

blind 7 marzo 2005 alle 15:38

Si’, Rollina, hai ragione ma Battista non e’ Valentino Parlato o Rossana Rossanda e, da moderato, scrive concetti duri in tono soft.
Ma sai com’e', visto i tempi che corrono e la fame che c’e’ in giro di simili scritti, si finisce con godere anche delle briciole.
Ciao!
Blind
Perlomeno, cosi’ la vedo.

blind 7 marzo 2005 alle 15:43

Caro Bill. ma tu ci pensi che io sono gia’ emigrata?
Dici che dovrei allontanarmi ancora un po’?
Ciao!!
Blind

bill 7 marzo 2005 alle 15:47

No, anzi, potresti preparare il ritorno. Al 99%. Per quell’1%, hai mica una stanza libera, per caso?

blind 7 marzo 2005 alle 16:01

Lo sai, Bill, che sono emigrata in piena era ulivista?
Comunque qui spazio ce n’e'…
Blind

lynch 7 marzo 2005 alle 16:12

Blind, grazie.
Rolli, l’articolo di Battista non si può certo definire “pavido”, a mio parere. “Sommesso”, può darsi: per essere incisivi non serve necessariamente menare sciabolate col machete. Anche il fioretto o lo stiletto colpiscono al cuore, se ben diretti. Anzi, colpiscono il bersaglio difficile. Gli altri bersagli, che la storia ha già disintegrato, non si smuoveranno mai: sono cementati al suolo, scompariranno solo con la prossima glaciazione, come i dinosauri.

bill 7 marzo 2005 alle 16:31

La verità, Lynch, è che Battista sa bene come stanno le cose. Ma in Italia è difficile descrivere la realtà a voce alta, perchè si verrebbe messi all’indice istantaneamente. Io apprezzo chi, come Battista, da posizioni di sinistra estrema è approdato a posizioni liberali. Ma è di tale potenza il conformismo mediatico di questo paese che riesce difficile prendere in maniera chiara e netta una posizione che, oltre che culturale, sia anche politica. E invece ne sarebbe la logica conseguenza. Penso che questo intendesse Rolli; questo è comunque quanto penso io.

lynch 7 marzo 2005 alle 16:47

Bill, capisco. Tuttavia nemmeno io riesco a prendere con decisione una posizione politica “netta”. Ovviamente sono da questa parte. Ma capisco quanto sia facile, in questo scenario politico, restare “terzisti”. Non abbiamo un partito Repubblicano e uno Democratico. Non siamo Tories nÈ Labours. Non abbiamo un vero partito liberale. Siamo in fase di costruzione, di elaborazione. In Italia, a mio parere, serve ancora un vero Rinascimento politico, oltre che un ricambio generazionale. Scusa il sentore d’aria fritta in quel che scrivo, vado di fretta, ma purtroppo è così. Io almeno, per ora, la vedo così. Anche a livello culturale.

Rolli 7 marzo 2005 alle 16:53

Ma io non chiedevo a Battista di prendere una posizione (sia mai poi da Battista); dico che almeno dove vi è una posizione chiara seppur scomoda, ogni tanto bisogna aver il coraggio di esplicitarla in modo chiaro, anzichè sussurrarla sotto forma di trattatello filosofico.
Spesso il sussurrare usando per di più eufemismi equivale a non dire, a non arrivare dove si dovrebbe.
Ma io di questi tempi sono pretenziosa, probabilmente

bill 7 marzo 2005 alle 17:06

Rolli, quando parlo di posizione “politica” non intendo “partitica” in senso stretto, ma proprio quello che intendi tu. Non parlo di discese in campo, ma è evidente anche a un non vedente dove stanno gli eredi di Aron e dove quelli di Sartre. Fare finta, o esserlo per comodità, terzisti ha a mio avviso due conseguenze. La prima è un sospetto alone di ambiguità, il che non è bello. La seconda è che, non trattandosi di Emanuele Kant, ci si può anche, ogni tanto eh, sporcarsi le manine.

Rolli 7 marzo 2005 alle 17:27

Avevi spiegato benissimo la mia posizione, Bill, infatti mi riferivo a Lynch. Con te mi ero capita :)

lynch 7 marzo 2005 alle 19:27

Rolli, capisco benissimo le tue obiezioni. E tuttavia resto della mia idea: quello di Battista non è un trattatello filosofico. A me pare chiaro, anzi, chiarissimo. E’ un pezzo amaro e disincantato, non c’è traccia di ambiguità o di eufemismi, sempre a mio parere. E’ vero, è una sonata in minore, non un concerto grosso. Non ci sono pieni orchestrali d’archi, ma un tema sottile, lancinante e ripetuto. Ritengo faccia male, a chi ha lasciato una porta aperta all’ascolto e non è accecato dall’ideologia. Insomma, non tutti suonano la stessa musica, e non tutte le musiche sono per ogni palato. A me la musica che suona Pigi piace, sarà perché son diventato un po’ sordo l’altra sera a Londra dopo un concerto rock a trenta centimetri dalle casse da 4000 watt :)

Rolli 7 marzo 2005 alle 19:50

Lynch, Battista quando vuole, vedi anni 70 e amnistia, parla chiaro e forte, quando l’argomento è più scomodo no.
Poi capisco possa piacere il suo flautato eloquio, solo che per me è un belato.
Ma non è una contestazione a te e a chi lo apprezza, è che io non sopporto più quelli che ruggiscono a comodo loro e poi miagolano in altri scenari.
Sarà il mio bioritmo attuale (è entrato Marte nel segno e poi passa nell’ascendente..ach :P)

blind 7 marzo 2005 alle 20:53

Rolli, ma noi vorremmo il Battista degli anni ’70?
Comunque a me non pare una carezza quella che ha inflitto ai comunisti, post e attuali, scrivendo di loro che hanno sempre avuto torto e continuano ad avere successo nonostante il loro essere eternamente anti-storici.
Il Corsera ci ha propinato miriadi di articoli nell’intento di convincerci che i comunisti hanno capito e si stanno allineando alla storia.
Ma, al contrario, Pigi Battista ci spiega che questo non sta avvenendo e non avverra’ mai.
Che ne dici? Ammesso che tu abbia ancora voglia di dirne qualcosa.
Ciao!
Blind

Rolli 7 marzo 2005 alle 21:07

“anni 70 e amnistia” si riferiva a quando ha preso posizione su Primavalle, Sofri ecc
Blind, non contesto il contenuto ma il modo concui lo porge; ho abbastanza esperienza di “umani” per sapere quando le cose vengono recepite e quando invece si può far finta di nono averle comprese. A mio parere è questo il caso. Dire “scioccherelli” e dire “in malafede”, ad esempio, ha un impatto diverso. Lui ha scelto il profilo basso, per non far rumore, per non disturbare. E infatti non disturberà.
Comunque Blind, può anche essere che io mi sbagli e che questo articolo di Battista abbia effetti dirompenti.
I bioritmi fanno brutti scherzi, a volte:)

blind 7 marzo 2005 alle 21:23

Pardon, Rolli, mi ero distratta e avevo capito che ti riferissi ai suoi trascorsi.
In quanto alla dirompenza dell’articolo temo anch’io che rimarra’ roba di nicchia…
Blind

SilvioChelasso 27 gennaio 2007 alle 17:52

Hi tutti!
[b]Qui e, tale goon e – [url=http://tram.free.bg/Post-45.htm]luogo[/url][/b]
Amici Bye!

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