Thomas L. Friedman: Quando volano i cammelli

“C’è una buona notizia ed una cattiva riguardo al Medio Oriente.
La buona notizia è che siete testimoni della caduta del muro di Berlino del mondo arabo. Il vecchio ordine autocratico inizia a sgretolarsi.
La cattiva notizia è che, a differenza del muro di Berlino nell’Europa centrale, il muro arabo sta cadendo al ritmo di un solo insanguinato mattone alla volta, e, sfortunatamente, Vaclav Havel, Lech Walesa e Solidarnosc non sono dall’altra parte, in attesa di buttarsi nelle nostre braccia.
Nessuno è più contento di quanto lo sia io di vedere la dimostrazione del ìpotere del popoloî in Iraq, con milioni di iracheni che sfidano la minaccia di baatisti e jihadisti ìse voti, muoriî. Nessuno dovrebbe prendere alla leggera la volontà delle forze di opposizione libanesi di tenere la schiena diritta e puntare il dito contro la Siria a mo’ di ìJ’accuse!î per l’assassinio del leader dell’opposizione Rafik Hariri.
Nessuno dovrebbe sottovalutare le elezioni palestinesi, che hanno consentito una reale scelta fra i candidati, e una solida maggioranza di voti a favore di una figura decorosa e modernizzatrice come quella di Abu Mazen. Nessuno dovrebbe ignorare la volontà di alcuni egiziani che chiedono di presentarsi contro il Presidente Hosni Mubarak, alla ricerca – incontrastato – di un quinto mandato.
Sono cose che non abbiamo mai visto prima nel mondo arabo. Sono davvero, davvero insolite: come vedere cammelli che volano”.



“Qualcosa sta davvero accadendo nella proverbiale ì piazza arabaî. L’assioma che ìla piazza arabaî farà sempre capo al re o dittatore locale – anche se sono proprio il re o il dittatore ad agitare qualche falsa minaccia o insulto proveniente dall’Americaî, da Israele o dall’Occidente – non è più valido.
Sì, è probabile che l’invasione dell’Iraq abbia portato in superficie più terroristi anti-americani. Ma ha anche, certamente, portato in superficie più sostenitori della democrazia.
Chiamatela ìPrimavera di Bagdadî.
Ma dobbiamo essere molto equilibrati su ciò che si prospetta davanti a noi. Non ci saranno rivoluzioni pacifiche in questa parte del mondo. I muri dell’autocrazia non cadranno solo con una bella spinta. Come hanno mostrato le decapitazioni da parte degli insorti in Iraq, gli attentati suicidi in Arabia Saudita e l’assassinio di Hariri: il vecchio ordine in questa parte del mondo non accetterà tranquillo la buona notte. Metti un fiore nel loro cannone e ti faranno volar via la mano e la testa.
Ho scritto tutto ciò non per suggerire che andare in Iraq è stata una follia. L’ho scritto per sottolineare che abbiamo fatto il primo passo di un lunghissimo viaggio. Il fatto che gli estremisti e gli autocrati facciano ricorso adesso a una violenza indicibile dimostra che hanno perso la guerra delle idee nella ìpiazza arabaî.
Ma le forze progressiste emergenti devono ancora provare di essere in grado di costruire una politica differente intorno ad una comunità nazionale coesa, non un equilibrio di sette, e una solidarietà frutto di un’aspirazione condivisa, non un’eterna inimicizia condivisa.
Circola ancora, per il mondo arabo, una debole nozione di stato e cittadinanza. E sono ancora molto poche le istituzioni sociali civili che non fanno capo alle moschee, ed è storicamente limitata l’esperienza necessaria per costruire una stampa libera, mercati liberi e una democrazia parlamentare, quando i muri cadranno.
Vincere questa sfida era ciò per cui si stava impegnando Rafik Hariri, un’anima imperfetta ma progressista: e questa è la ragione per la quale molta gente, in particolare la gioventù araba, è rimasta sconvolta dal suo assassinio.
Hariri rappresentava una punto di rottura rispetto al deserto rappresentato dai politici arabi degli ultimi cinquanta anni, e chi volesse capire quanto molti arabi vogliano una rottura con il passato dovrebbe leggere un editoriale – il saggio di Samir Kassir pubblicato venerdì scorso dal principale giornale libanese, An Nahar. Ditemi quando mai avete letto qualcosa di simile in un giornale arabo sotto l’occupazione siriana:
Durante tutto il corso della storia, le strade di Beirut sono state destinate allaîdifesa della causa pan arabaî, ha scritto Mr Kassim. Ma con il funerale di Rafik Hariri, il nazionalismo arabo ha individuato un nuovo obiettivo, dichiara Kassir:
îOggi la causa nazionalista si è concentrata verso un unico obiettivo: sbarazzarsi dei regimi del terrore e dei colpi di stato, riguadagnare la libertà della gente come preludio ad una nuova rinascita araba. Per questo centinaia di migliaia di liberi cittadini hanno partecipato al funerale di Hariri -mentre solo un misero corteo mobilitato dal partito unico e dai suoi apparati di intelligence partecipava al funerale di Hassad [l'ex presidente siriano] qualche anno fa.
Beirut [in occasione del funerale di Hariri] era il cuore pulsante del nuovo nazionalismo arabo Ö Questo nazionalismo è basato sulla libera volontà popolare, di uomini e donne.
E questo è ciò che il regime tirannico [siriano] dovrebbe temere più di qualsiasi altra cosa se tarderà a porre fine alla sua egemonia su Beirut e il Libanoî.
Thomas L. FriedmanNew York Times

di Losciacallo il 20 febbraio 2005 in Medio Oriente · 50 commenti

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eMi 21 febbraio 2005 alle 00:59

Spero, che di queste parole ne faccia, in un certo senso, buon uso la nostra sinistra progressista e riformista…

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Olden 21 febbraio 2005 alle 01:09

La scelta – come ben evidenzia questo articolo – sembra essere tra nazionalismo pan-arabo religioso e nazionalismo pan-arabo laico e progressista.
E’ nell’ordine naturale delle cose che gli arabi, prima o poi, in un modo o nell’altro, riusciranno ad autogovernarsi maggiormente in campo economico-finanziario cosi’ come sul piano delle politiche internazionali.
Il rischio per gli americani è che, comunque vadano le cose, non ci sia nessuna vittoria possibile in vista per loro ma che – al contrario – si assista alla nascita di nuovi competitor.

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Calvin 21 febbraio 2005 alle 09:19

Il rischio per gli americani è che, comunque vadano le cose, non ci sia nessuna vittoria possibile in vista per loro ma che – al contrario – si assista alla nascita di nuovi competitor.
E’ curioso: negli USA, negli anni ’40, scrivevano esattamente le stesse cose a proposito del Piano Marshall. Poi si sa com’è andata a finire.

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eMi 21 febbraio 2005 alle 10:41

Giustappunto, Calvin. Ma si sa, c’È chi il bicchiere preferisce vederlo sempre mezzo vuoto…

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blind 21 febbraio 2005 alle 13:15

Alla faccia di tutti i catastrofisti dilettanti o professionisti in giro per i blog:
questo articolo era sul Corsera di ieri.
Secondo me meritava la prima pagina ma quello che ormai e’ diventato il Corriere dell’Unita’, se ne guarda bene dal farlo…
´L’Afghanistan oggi è sicuro Sarà di nuovo terra di mercantiª
Il presidente Karzai: ´Imprenditori, venite a investire da noiª
DAL NOSTRO INVIATO
GEDDA – Non è soltanto sorridente ed elegantissimo come al solito Hamid
Karzai, seta viola e verde in un mare di abiti bianchi sauditi e decine di uomini della sicurezza in nero. Il presidente dell’Afghanistan è anche di un ottimismo infinito. Convinto, o così almeno si dichiara, ´che la sicurezza ormai non sia più un problema per il Paese, già più sicuro di molte aree negli Stati viciniª. E ´pronto, prontissimo ad accogliere investimenti
esteri, soprattutto dai Paesi arabi del Golfo e di tutto il mondo islamico, con ritorni economici incredibiliª. ´Venite a far soldi in Afghanistan
- è stato ieri a Gedda il suo esplicito messaggio – lasciatene un po’ per noi e portatevi via il resto, non ve ne pentireteª.
Ospite d’onore nella prima giornata del Forum economico della capitale economica dell’Arabia Saudita, una sorta di Davos arabo-islamica con 3 mila uomini d’affari e politici di una delle più ricche regioni del mondo, nel suo intervento alla conferenza Karzai ha battuto a lungo sul tasto di un Afghanistan ´non più distrutto e dimenticato, ma ormai tornato ad occupare il posto che avuto per secoli, perno tra il Medio Oriente e l’Asia centrale, cuore del commercio a cui l’Islam non è certo contrario perché anche il profeta Mohamad era un mercanteª. E anche nel successivo colloquio con il Corriere ha difeso la convinzione di guidare ´un Paese rinatoª. Anche se a differenza
di quanto dichiarato alla platea del Forum, ha ammesso che il Paese di cui è stato confermato presidente il 9 ottobre per il momento non può fare a meno dell’aiuto internazionale, economico e militare.
´E’ proprio per la presenza di queste forze militari straniere – ha concesso Karzai – che la sicurezza non è più un problema: se da soli potevamo fare qualcosa in dieci anni, grazie a loro possiamo farlo in due. Moltissimo
è già stato fatto, più di quanto chiunque possa immaginare, ma la loro presenza sarà necessaria per molti anni. Soprattutto nelle aree più instabiliª.
Non scende in dettagli, Karzai, e alla domanda se la provincia di Herat assegnata agli italiani sia una di queste aree, risponde solo che ´quella
di Herat è una delle regioni più importanti del mondo islamico, alle porte dell’Iran. La città è stata ricostruita, è un posto bellissimo e gli italiani faranno sicuramente una bella vita lìª.
E sempre parlando di Iran, e delle voci che Bin Laden sia oggi in quel Paese, se la cava con un’altra battuta: ´Per quanto ne so, Osama potrebbe essere in Afghanistan, in Pakistan, in Iran, negli Stati Unitiª, dice. Per poi
rispondere, più seriamente, che ´la caccia a Bin Laden iniziata tre anni fa continua comunque senza sosta da noi. Nel frattempo – aggiunge – in
molte regioni del Paese la distruzione operata dal terrorismo è lontana:
le case sono state ricostruite, i campi sono coltivati, gli affari ripresi, le scuole riaperte. Abbiamo 5 milioni di studenti oggi, ragazzi e ragazze, dopo che per trent’anni l’istruzione era stata negata alla nostra gente,
creando un enorme gap nel capitale umano del Paese. Il terrorismo aveva ucciso la nostra immaginazione e la nostra capacità di pensare, ma è finitoª.
Terrorismo e insicurezza alle spalle, quindi. E anche sul fronte della droga, ancor oggi maggior fonte di entrate dell’economia afghana, grande ottimismo.
´E’ un problema creato dalla guerra – dice Karzai – cosa poteva fare una famiglia a cui venivano distrutte le normali coltivazioni? Ma la gente ora ha un futuro, campi di papavero e laboratori sono proibiti, già quest’anno
vedrete molti risultatiª. E poi aggiunge che questo non ´solo un problema afghano, il traffico è in mano alle mafie internazionali e il resto del
mondo deve lavorare contro consumo e dipendenzaª.
Unico vero problema, sostiene, restano ´le infrastrutture fisiche, distrutte dalla guerra. Ma stiamo muovendoci a una velocità incredibile. Un esempio:
una volta avevamo un’ottima rete di strade, dal confine con l’Iran a quello con l’Uzbekistan bastavano 20 ore di viaggio. Tre anni fa ci voleva una settimana, oggi di nuovo 20 ore. Con i Paesi vicini sono in corso progetti:
il gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan è nella fase dello studio di fattibilità.
Altre pipeline sono in discussione e offriranno agli investitori vere opportunitàª.
Come ne offrono ´il settore minerario, la produzione d’energia, l’export di frutta, la migliore dell’Asia, che vogliamo esportare in tutto il Medio Oriente e il Golfo, a cui siamo legati anche per i comuni valori dell’Islamª.
Infine, come d’obbligo in questa regione dove il tema è molto caldo, una domanda sul ruolo delle donne nella costruzione del nuovo Afghanistan.
´Enorme: il 42% degli elettori in ottobre erano donne, il 25% dei seggi del Parlamento sono per loro. Tempo fa ho ricevuto una delegazione di capi
tribali di una zona molto conservatrice e per la prima volta con loro c’erano donne. Che non ho salutato per nome, come ho fatto con gli uomini, perché non le conoscevo e che mi hanno criticato per questo. “La prossima volta”, mi ha detto una di loro, “farai bene a saperli i nostri nomi, se vorrai essere rieletto”. Un esempio di come si sta muovendo l’Afghanistanª. Un esempio anche per gli altri Paesi islamici, chiediamo? ´Parlo dell’Afghanistan – risponde diplomaticamente Karzai -. Solo dell’Afghanistanª.
Cecilia Zecchinelli
Blind

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olden 21 febbraio 2005 alle 13:32

Veramente terra di mercanti non ha mai cessato di esserlo, e lo è oggi piu’ che mai. Parlo di mercanti di oppio, naturalmente.

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Calvin 21 febbraio 2005 alle 14:30

Per quello dobbiamo ringraziare l’amico Pino Arlacchi, e chi lo ha messo all’agenzia antidroga delle NU.

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panka 21 febbraio 2005 alle 14:45

“Il rischio per gli americani è che, comunque vadano le cose, non ci sia nessuna vittoria possibile in vista per loro ma che – al contrario – si assista alla nascita di nuovi competitor”
Se sono competitor liberi e democratici ben vengano.
Ma non senti un po di vergogna quando ti rileggi?
A no è vero, preferisci il mondo multipolare alla Chirac. Lottiamo allora per la stabilita e la forza di competitor dittatoriali che dei diritti se ne fregano.Via dall’iraq, vendiamo armi alla cina, diamo la bomba atomica all’iran, e con una risoluzione onu cediamo il libano alla siria e perchè no regaliamo un pezzo d’africa ai francesi (tanto a favorire i dittatori li ci pensano gia)

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blind 21 febbraio 2005 alle 14:54

Olden, anche la carriera del provocatore che tu vuoi intraprendere con tutte le forze, esige alte qualita’ che non hai.
Resterai sempre il dilettante che sei, arrogante, stucchevole e ignorante.
Ma se e’ vero che anche i sassi svolgono un loro ruolo sulla terra, a maggior ragione apprezzero’ sempre la tua presenza, che mi permette di riflettere sui misteri del Creato e delle sue creature.
Che te devo di’? Solo un mio personalissimo grazie di esistere!
Blind

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olden 21 febbraio 2005 alle 15:00

Blid, mi tocca evitare di risponderti, perchè per farlo mi toccherebbe scendere al tuo livello di bassezza. Sarò antipatico, ma non ti ho mai insultato, forse perchè non ne sento il bisogno come te, che forse non sai proprio fare altro.

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bill 21 febbraio 2005 alle 15:10

Tanto per chiarire le idee ad Olden, racconterò di una trasmissione serale di RAI2, chiamata Borderline e presentata da una bella donna, colta e progressista, di cui non ricordo il nome. Trasmise un dotto servizio sulla Colombia, e con pazienza fece notare agli incliti spettatori come le condizioni di vita dei contadini di quel paese fossero enormemente peggiorate negli ultimi tempi. La causa stava nel fatto che, dietro sovvenzioni USA per la riconversione delle colture, il governo non faceva più coltivare ai contadini le piante di coca, ma li “costringeva” a colture diciamo più tradizionali. Lamentele dei campesinos che non vendevano coca ai vari cartelli come ai bei tempi, e conclusione della belloccia velinara di turno: ecco l’arroganza yankee, che per i suoi interessi mette alla fame i poveri contadini colombiani. Tutta sta tiritera per dire che sulla droga si dice tutto e il contrario di tutto (basta che sia colpa degli Americani): adesso diamo a Bush anche il monopolio del traffico di stupefacenti, e le abbiamo sentite tutte.

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blind 21 febbraio 2005 alle 15:13

Tu, caro Olden, non riusciresti mai ad insultarmi.
Quello che pero’ tenti di fare ogni volta e’ insultare la mia intelligenza.
Un articolo come quello sull’Afghanistan per te merita solo una mediocre osservazione sull’oppio?
Allora ti dico: mediocre lo scritto, mediocre chi lo ha scritto!
Blind

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blind 21 febbraio 2005 alle 15:42

Olden: “E’ nell’ordine naturale delle cose che gli arabi, prima o poi, in un modo
o nell’altro, riusciranno ad autogovernarsi maggiormente in campo economico-finanziario
cosi’ come sul piano delle politiche internazionali.
Il rischio per gli americani è che, comunque vadano le cose, non ci sia
nessuna vittoria possibile in vista per loro ma che – al contrario – si
assista alla nascita di nuovi competitor.”
Come si definisce uno che scrive questo?
Nell’ordine delle cose del mondo arabo e’ dovuta intervenire la forza persuasiva dell’occidente perche’ qualcosa si smuovesse.
E a capo di questa forza ci sono gli stati Uniti, caro Olden.
E proprio tu che non hai fatto altro che scrivere che gli USA fanno guerre criminali solo per lo stramaledetto petrolio, oggi pensi che rischiano di non guadagnarci nulla?
I competitor? Ma che cosa hanno sempre proclamato quei liberali, troppo liberisti del mercato, che comandano gli USA?
Democrazia vuol dire mercato, scambi commerciali liberi e diffusi.
Benessere che si espande ed apre nuovi mercati ovunque per tutti…
Benvenuti i competitor e benvenuto il consumismo!
Blind

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olden 21 febbraio 2005 alle 16:14

Blind, scusa ma forse non mi sono spiegato bene. Ci sono due piani di competizione economica: quella dentro il sistema e quella al di fuori.
Per gli americani tutti i competitor sono i benvenuti, a patto che rientrino nel sistema dollaro+banca mondiale+fondo monetario internazionale+wall street eccetera.
Il nazionalismo arabo non ha mai prospettato l’adesione ai sistemi finanziari occidentali, ma ha sempre ipotizzato la creazione di sistemi propri. E’ in questo senso che gli americani hanno da sempre il terrore del nazioanalismo arabo, non per il fondamentalismo religioso ma molto di piu’ a causa dei progetti di autonomia finanziaria sul mercato globale.

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Calvin 21 febbraio 2005 alle 16:54

Per gli americani tutti i competitor sono i benvenuti, a patto che rientrino nel sistema dollaro+banca mondiale+fondo monetario internazionale+wall street eccetera.
Bum! Ovvero come invertire la relazione causa-effetto. A parte che “sistema dollaro+banca mondiale+fondo monetario internazionale+wall street” non vuol dire nulla, salvo qualunquismo noglobal di bassa lega. Vai ad accostare Banca Mondiale e FMI con quel pirlone di Stiglitz e poi vienimi a dire quanti calci nel culo che prendi? ^_^
Se poi si voleva dire “libero mercato” (ma non è più corto? Repeat with me: “liberomercato”) sono perfettamente d’accordo, del resto gli USA hanno sempre creduto nell’ampliamento del libero mercato, e direi che hanno avuto ragione (noi, i tedeschi e i giapponesi siamo lì a dimostrarlo).
Infine, sull’autonomia finanziaria degli arabi non ho capito cosa vorresti dire. Gli americani hanno paura che i petrodollari lascino wall street? Sarebbe questo il fine ragionamento geopolitico? No perché in caso non ho capito dove dovrebbero finire i risparmi di Mohammed e i suoi fratelli. CioÈ, io ci spero che creino la borsa di Ramallah dove quotare le startup della striscia di Gaza: avremmo l’indubbio vantaggio di toglierci dalle palle gli scieicchi entro due generazioni. Però mi sa che con i master alla LSE e al MIT che si ritrovano qualche modello semplice semplice di assett allocation ormai l’abbiano imparato! ^_^

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blind 21 febbraio 2005 alle 17:13

Olden, e’ il presupposto che non regge nel tuo ragionamento, secondo me.
Tu insisti a prefigurare un pan-arabismo che non esiste e che mai esistera’, ne’ religioso ne’ laico.
Con Saddam Hussein e’ scomparso il piu’ forte fautore di questo “sogno” di origine soprattutto baathista.
Se ci pensi, neppure quest’Europa che e’, apparentemente, piu’ omogenea per religione e cultura, riesce ancora a darsi un’identita’ singola e sono sessant’anni che ci lavora.
Come puoi vedere coesi in un nazionalismo unificato paesi fortemente e singolarmente nazionalisti? (scusa il bisticcio).
Nessuno di loro sarebbe disposto a cedere neppure un pezzetto della propria sovranita’.
Non certo la libia alla Siria o l’Iraq all’Iran o l’Egitto al Marocco, ecc…
Insomma, credo che l’interpretazione che tu hai dato alle parole di Friedman non corrispondano al suo pensiero.
E comunque, come si accinge a fare l’Afghanistan asiatico, l’unica cosa che anche gli arabi possono fare e’ aprirsi a tutti gli organismi globalizzati che gia’ esistono e cercare di farne parte diversificando i mercati.
Blind

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bill 21 febbraio 2005 alle 17:21

Un sistema finanziario arabo autonomo? Olden, scusa sai, ma chi sarebbero gli investitori, se questo fantomatico sistema non rispettasse gli standards del sistema capitalistico mondiale? Gli Arbi che i soldi li manovrano davvero investono infatti nelle borse di tutto il mondo; un sistema esclusivamente panarabo non riuscirebbe a stare in piedi neanche mezzora. Guarda che voglia ha avuto la Cina di entrare nel WTO. Essere noglobal oggi non significa nulla. E la globalizzazione finanziaria non significa per forza di cose omologazione: semmai questa viene propugnata da chi vuole le frontiere aperte per un’immigrazione selvaggia, e chiuse per il mercato. Il mercato è l’unica speranza di salvezza per il terzo mondo, e la dimostrazione sono i paesi emergenti (India, Cina Brasile etc etc).

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Olden 21 febbraio 2005 alle 21:53

Per la cronaca, egregi signori, l’Iran sta per aprire una borsa petrolifera a Teheran.
Un fatto inaudito sul piano finanziario globale come gli USA lo intendono. E – udite udite – le transazioni di quella borsa sembra che potrebbero avvenire in Euro.
Nessun paese con risorse petrolifere di quella portata aveva mai tentato un affronto del genere al sistema istituzionalizzato dollaro-wall street- londra.
Chi vivrà vedrà, e speriamo bene per il rischio guerra atomica.

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lynch 21 febbraio 2005 alle 22:08

Olden, qualche link o qualche riferimento che permetta di verificare le tue ultime affermazioni? Sai, non è sfiducia, è il tentativo di saperne di più sulle probabili cause della guerra atomica sferrata da Wall Street.

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Olden 22 febbraio 2005 alle 00:38

Lynch, c’est l’argent que fait la guerre, l’hai mai sentito dire?
Link 1
Link 2
Altri link non ne ho, non tutte le fonti sono sul web.

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Minerva 22 febbraio 2005 alle 01:01

Quello iraniano non è il primo tentativo di creare una borsa regionale per gli scambi petroliferi. Ci ha già provato il Dubai, fallendo per lo scarso interesse degli operatori del settore. Gli iraniani hanno maggiori chance, visto che sono il secondo paese produttore. Ma sarà difficile che riescano ad eguagliare il livello di scambi, davvero elevato, che caratterizza gli attuali mercati (Ipe e Nymex). Comunque la borsa iraniana doveva partire nell’anno corrente, invece, successivamente, gli iraniani hanno annunciato che diverrà operativa nel marzo 2006.
Tutto questo è stato sufficiente perché si andasse affermando una ìcorrente di pensieroî che, analogamente all’Iraq, individua in questa borsa il casus belli della – data per certa – guerra contro l’Iran.
Basta leggere l’intero articolo per capire cosa intenda Friedman quando si riferisce al nazionalismo arabo. Fino ad ora esso è stato uno strumento per tenere a bada e opprimere la gente, agitando la piazza con lo sventolare ogni volta un pericolo dall’esterno. Ma è evidente che le popolazioni arabe hanno iniziato a rendersi conto che il vero pericolo è costituito dai loro stessi governanti, e che la loro vera chance per uscire dall’oppressione e dal sottosviluppo è un governo legittimato dalla volontà popolare.
P.S. Le riserve petrolifere non sono eterne.

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Rolli 22 febbraio 2005 alle 01:14

Fino ad ora esso è stato uno strumento per tenere a bada e opprimere la gente, agitando la piazza con lo sventolare ogni volta un pericolo dall’esterno. Ma è evidente che le popolazioni arabe hanno iniziato a rendersi conto che il vero pericolo è costituito dai loro stessi governanti, e che la loro vera chance per uscire dall’oppressione e dal sottosviluppo è un governo legittimato dalla volontà popolare.
Ecco, e il punto è anche qui: l’Occidente non potrà tirarsi fuori, perchè tra il popolo che vuole governarsi e i vari al zarqawi sparsi che cercheranno di subentrare, l’Occidente avrà il ruolo di garante attivo e presente. Piaccia o non piaccia al Manifesto, ad Olden e c. L’alternativa sarà il fondamentalismo islamico, quello che chiamano “resistenti” oppure “cultura differente” e via discorrendo.

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Olden 22 febbraio 2005 alle 01:20

P.S. Le riserve petrolifere non sono eterne.
P.P.S. – La Cina e l’India hanno una gigantesca sete di petrolio per sostenere il loro forsennato sviluppo. Al culmine vendemmia, di solito non si ha tempo per pensare a quanto durerà il vino nelle botti.

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olden 22 febbraio 2005 alle 01:33

l’Occidente avrà il ruolo di garante attivo e presente
Sono d’accordo che questo ruolo ci spetti. Ma credo che spetti soprattutto a noi europei, visto che il Medio Oriente è praticamente il nostro cortile di casa. In ogni caso, non l’ha prescritto il medico che l’unico modo per esercitare “il ruolo di garante attivo e presente” sia la forza militare.
La forza è un arma a doppio taglio, per usarla proficuamente occorre essere piu’ barbari e spietati del proprio avversario.
Se c’e’ un altro modo – e io credo che ci sia – è meglio sfruttarlo.
Ad esempio, chi ha mai proposto di creare un area di libero scambio con la UE (compresi i prodotti agricoli) a quei paesi arabi che sottoscrivano uno statuto dei lavoratori che concede il diritto di sciopero, le garanzie minime essenziali, un alto livello di parità per le donne, eccetera?
Quando mai gli aiuti della cooperazione internazionale sono stati usati fattivamente come leva per sponsorizzare cambiamenti nella concessione dei diritti fondamentali ai cittadini?
Credo che gli americani non siano mai stati in grado di attuare una politica di piccoli passi concreti di questo tipo, perchè semplicemente non sono credibili per via della loro arroganza, retaggio di una guerra fredda che non c’e’ piu’.
L’Europa, però, avrebbe altre chanches, che le consentirebbero di tutelare anche molto meglio i propri interessi slegandoli un po’ da quelli dello storico alleato transatlantico.
Ma quando l’Europa capirà di essere una superpotenza e inizierà a comportarsi di conseguenza facendo una politica estera del livello che le compete?
L’importante sarebbe inizare a crederci, il resto, secondo me, verrebbe da solo.

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lynch 22 febbraio 2005 alle 01:47

Allora, Olden, velocemente perché non è un argomento che io possa approfondire. Ti ringrazio dei links. Che ho valutato come segue.
Link 1 (Guardian): c’è la notizia, e basta.
Link 2 (GlobalResearch): c’è l’interpretazione, da parte di un sito anti-imperialista, anti-globalizzatore, anti-Bush, anti-capitalista, eccetera eccetera. Ripeto che non ho approfondito, ma mi sembra possibile collocare globalresearch in questo ambito, viste le tematiche trattate e gli articoli presenti. L’interpretazione, in questo caso, coincide con la tua. Da qualche parte, probabilmente, troverei anche il riferimento alla guerra atomica.
Tanto mi bastava, per ora. Grazie.

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Rolli 22 febbraio 2005 alle 02:04

A me non pare che gli Usa conoscano solo la forza militare, visto che Cuba sta lì, l’Iran pure, la Siria idem, la Corea del Nord anche; certo, se mi passeggi su ciò che non si dice foraggiando kamikaze, coadiuvando al Qaida nascondendone i membri, preparando la bombetta atomica allora capisci che le alternative sono poche. Hai visto che risultati con l’Iran, Francia, Germania? Nel frattempo Putin dà una mano alle centrali iraniane.
L’Europa non sa fare politica, conosce solo quella dei 90∞ e della connivenza con i terroristi. Perchè scusa, la politica antisraeliana chi l’ha fatta? E chi ha foraggiato tutte le braccia terroriste di Arafat senza chiedersi dove andassero a finire i soldi? Pensa che Hezbollah viene considerato un interlocutore dalla Francia, oltre che amicone da mister Diliberto, e le risoluzioni sono state tutte contro Israele, mai contro i palestinesi, mentre ancora si discute sui kamikaze che anzichè martiri devono considerarsi criminali che compiono crimini contro l’umanità. La beata platea che vedi in piazza è cresciuta con certi maestri e certa politica. Quella anche europea, e ancor prima andreottiana, craxiana etc etc
Ora: questa politica è FALLITA, non ci sono santi. FALLITA. Mentre portavamo queste belle idee loro preparavano basi di al qaida in casa nostra (cazzo gli avevamo fatto noi italiani, scusa, se non stare belli proni e a 90∞? eppure da quindici anni questi scorazzano, si infiltrano, si ingrossano nel nostro territorio) e hanno pure provato a farci saltare il metrò, mentre la cosina più carina intercettata è “cani bastardi di italiani”. Quindi vuol dire che un terrorismo in essere c’era eccome, e stava proliferando, altro che dialogando. Dirai: e quelli buoni cosa c’entrano? Quello che c’entravano i tedeschi con Hitler e noi con Mussolini, Olden, per cui per levarceli dai piedi sono state fatte le guerre. Certo, molte si potranno evitare, ma altre no. Se magari si evitasse pure di vedere i compagni che blaterano di multiculturalità e petrolio e imperialismo, mente ci preparano le bombe sotto il posteriore, non sarebbe male e magari ai traguardi si arriverebbe prima e in modo meno cruento.
Se la Francia affarista con il suo zerbino tedesco si fosse schierata compatta con gli alleati, forse la guerra non ci sarebbe stata. Saddam ha contato su di loro, sui movimenti, sulle proteste, sulle fratture europee.
Che sai, le responsabilità bisogna pure prendersele, e la Francia ne ha di belle e possenti sul groppone. Che faccia finta di nulla non ne cambia il peso.

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Olden 22 febbraio 2005 alle 02:09

Rolli, e basta portare esempi sulla seconda guerra mondiale. E’ veramente un’ossessione!
Qualunque storico onesto potrà confermarti che gli esempi della seconda guerra mondiale qui c’entrano come i cavoli a merenda. La situazione che viviamo oggi è quanto di piu’ diverso si possa immaginare rispetto a quella dell’epoca.
Personalmente non ne posso piu’ di gente che tira fuori hitler, mussolini, lo sbarco in normandia e compagnia cantando ad ogni piè sospinto. Ribadisco: non centrano una mazza. Il mondo di oggi è il mondo di oggi, globalizzato , tralaltro, come non lo è mai stato. La storia spesso propone i suoi corsi e ricorsi, ma sai, ogni tanto si inventa qualcosa di nuovo, eh. E questa è una di quelle volte.

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Rolli 22 febbraio 2005 alle 02:34

Se vuoi ti parlo della Rivoluzione Francese, o dei Crociati, o delle Brigate Rosse
Vedi Olden se tu due righe le vuoi far passare per un intero post, è un problema tuo, non mio. Rileggitele, poi cerca di capire in che contesto sono state messe, poi ne riparliamo.

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Mixumb 22 febbraio 2005 alle 06:51

olden, il mondo di oggi è questo anche perchè ci sono 50.000 soldati americani sepolti in Italia, morti per liberare coloro che hanno potuto liberamente far nascere te e me, e pure Rolli. Puoi dimenticarti tutto, ma non è che per questo la storia cambi, se lo fai di proposito significa solo che non ci vuoi stare perchè la tua ideologia fa a pugni con quanto è successo. E guarda che di gente in mala fede che ha cercato e cerca di cambiarla a proprio piacimento ce n’è tantissima.

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Calvin 22 febbraio 2005 alle 08:48

Interessante il primo link di olden. Sul secondo non commento, dico solo che bastava indymedia. Qualcuno ha già fatto notare questo passaggio:
The regional initiative is significant but not entirely new. The Dubai Mercantile Exchange recently tried to develop an oil trading market with the help of Nymex but it collapsed through lack of interest.
Non mi pare ci siano state guerre col Dubai di recente, ma magari mi sbaglio. A me pare più interessante un altro paragrafo:
“But Adam Sieminski, oil analyst with Deutsche Bank in London, questioned whether it would succeed. “The IPE and Nymex work because there are many sellers and many buyers. They are regulated markets based on well-established systems for trading and I think the Iranians will struggle to duplicate that.”
Aggiungerei che la quotazione di NY e Londra avviene in dollari per il semplice fatto che i beduini hanno sempre preferito il biglietto verde. Da un po’ di tempo a questa parte (meno di due anni) hanno iniziato a comprare massicciamente euro, ma non mi risulta ci siano stati suicidi a Washington e dintorni. Anzi, mi risulta che ci sia il dollaro più debole degli ultimi 20 anni e siano lo stesso tutti felici e contenti (meno che noi europei).

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bill 22 febbraio 2005 alle 11:33

E’ proprio vero: siamo nella patria del conformismo più spinto. La retorica sulla UE stà raggiungendo vette incredibili, se solo si guarda alla realtà. La quale ci dice che l’Europa così come è stata voluta da quattro banchieri è solo un’area commerciale, ma politicamente inesistente. Questo perchè vi sono stati, come la Francia, la Germania e la stessa Gran Bretagna che non desiderano affatto rinunciare ad una propria politica estera e demandarla ad un’entità, la UE, a cui essi stessi non credono. D’altronde, se non fosse stato per gli USA in Jugoslavia ci sarebbe ancora Milosevic, e la politica filopalestinese di tanti paesi europei avrebbe prodotto ancora più danni di quanti già non ne abbia fatti. Oggi come oggi, credere che sia l’Europa a sistemare il Medio Oriente è semplicemente vivere nel mondo delle favolette.
Olden, che gli USA siano arroganti per un retaggio della guerra fredda è una pura mistificazione, cioè una balla vera e propria: la guerra fredda era dovuta all’espansionismo sovietico. Ed è una fortuna immensa averla vinta. Qui si festeggia ancora uno come Gorbaciov: l’unico da festeggiare è Ronald Reagan, magari assieme a Papa Woytila. Per uno come Andreotti, il muro di Berlino non sarebbe mai dovuto cadere. Altro che arroganza.

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blind 22 febbraio 2005 alle 13:30

Olden, studiando un po’ gli ultimi sviluppi dei giochi mondiali legati al petrolio, ho scoperto che nel tuo ambiente se ne e’ discusso molto, cioe’, per meglio dire, come altre volte ho letto, qualcuno (ricordo Orit Shohat e gli stadi di Falluja zeppi di Iracheni massacrati dagli Americani) qualcuno, dicevo, prepara la velina e questa viaggia come acqua fresca in tutti i siti “indipendenti”.
Qui
qualcuno ti sorpassa a sinistra lasciandoti pure indietro con l’attualita’.
Da notare che l’Iraq di cui si parla era sotto embargo dell’esportazione del petrolio.
Io mi sono molto divertita a leggerlo…
Blind

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olden 22 febbraio 2005 alle 14:11

Blind, il link non funziona.
Comunque, “il tuo ambiente” vorrebbe dire qualcosa se io frequentassi un qualsiasi ambiente tranne quello lavoro-moglie-figli-scrivere-al-pc che frequento.

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olden 22 febbraio 2005 alle 14:11

Blind, il link non funziona.
Comunque, “il tuo ambiente” vorrebbe dire qualcosa se io frequentassi un qualsiasi ambiente oltre a quello lavoro-moglie-figli-scrivere-al-pc che frequento.

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Francesco 22 febbraio 2005 alle 14:55

Scusa Olden,
vuoi dire che tutte quelle idee brillanti ti vengono da solo?
E ti impegni tanto per rendercene edotti?
Ma sei un tesoro!
Francesco

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blind 22 febbraio 2005 alle 15:23

Olden, l’ambiente di cui parlo e’ quello politico che, se pur virtuale, e’ perfetta espressione di quello reale.
Certo per capirne di piu’ sarebbe piu’ utile frequentare anche i siti di mattoni da cui hanno origine i siti web.
Venendo al link, sono stupita in quanto a me funziona benissimo, cmq eccotelo copiato:
“Cosa succederebbe se l’OPEC passasse all’euro?
-
Opec, vittima degli effetti collaterali della guerra
´Il margine di manovra dell’Opec è drammaticamente ridotto.
Washington controlla le decisioni in materia petrolifera di Kuwait e Arabia
Saudita.
Ora prenderà direttamente quelle dell’Iraq…ª
Victor Poleo, economista, massimo esperto di Caracas dell’Opec
—————–
Che succederebbe se l’OPEC passasse all’Euro?
di Paul Harris, da Soberania.info – Traduzione di Tito Pulcinelli
tratto da
http://www.informationguerrilla.org/
L’idea ossessiva di Bush su Bagdad si basa su molte ragioni. In altri articoli
che ho scritto per YellowTimes.org, feci allusione non tanto alle ovvietà
delle ragioni addotte contro l’Iraq, bensì alla guerra di Bush contro l’Europa.
Io credo che questa sia la ragione principale della fissazione con l’Iarq.
Quando un paese va in guerra, si preparano piani su chi sarà vittorioso
e su chi perderà; nessuno scatena una guerra sperando di essere sconfitto,
però non sempre l’obiettivo manifesto dell’aggressione È l’obiettivo vero
della guerra. A volte non si tratta di quel che speri di ottenere con la
guerra, bensì di quello che gli altri perderanno; e non deve per forza
essere un tuo nemico dichiarato quello che ti aspetti che soffrirà le conseguenze
maggiori della guerra.
In questo caso, Bush spera che la vittima sia l’economia europea, che È
robusta e probabilmente sarà ancor più forte in un futuro vicino. L’ingresso
della Gran Bretagna nell’Unione Europea È inevitabile; la Scandinavia lo
far· in tempi ravvicinati. A maggio del 2004, entreranno dieci nuovi paesi
e questo far· aumentare il PIL dell’UE a circa 9,6 trilioni di dollari
e 280 milioni di persone, di fronte ai 10,5 trilioni di dollari e 280 milioni
di persone degli USA. Questo, per i nord-americani, È un formidabile blocco
concorrente; ma la situazione È molto più complessa di quel che indicano
queste cifre. E molto dipende dalla piega che prenderanno gli avvenimenti
in Iraq.
Come tanti altri, ho scritto che questa guerra che È alle porte si combatterà
per il petrolio. Sicuramente vi sono altre ragioni, però il petrolio È
la causa scatenante. Ma non per le ragioni che comunemente si adducono.
Non È per le enormi riserve ancora vergini che si ritiene esistano in Iraq,
che non sarebbero state sfruttate a causa delle sue antiquate tecnologie;
non È per le brame del governo USA di mettere le zanne su questo petrolio.
E’ piuttosto per le zanne che i nord-americani vogliono mantenere lontano
da lì.
La causa di tutto questo non È l’11 di settembre, nÈ l’improvvisa illuminazione
che Saddam continuava ad essere un tipo ripugnante, nÈ il cambio di governo
negli Stati Uniti. Quel che ha accelerato le cose È stata la decisione
presa dall’Iraq il 6 di novembre del 2000: sostituire il dollaro con l’euro
nel suo commercio petrolifero. Allora, questo cambio sembrò uno stupido
capriccio, perché l’Iraq stava perdendo una gran quantità di utili a causa
di una dichiarazione politica di principio.
Però prese questa decisione, e il deprezzamento continuo del dollaro nei
confronti dell’euro, sta a significare che l’Iraq fece un buon affare cambiando
riserve monetarie e divise per il commercio del proprio petrolio. Da quel
momento, l’euro si È rivalutato del 17% sul dollaro, cosa che si deve applicare
pure ai 10 bilioni di dollari del fondo di riserva dell’ONU “petrolio per
cibo”.
Sorge una domanda che, probabilmente, si È posto anche Bush: che succederebbe
se l’OPEC passasse all’euro?
Alla fine della seconda guerra mondiale, nella conferenza di Bretton Woods
venne firmato un accordo che fissava il valore dell’oro a 35 dollari l’oncia
e con questo divenne lo standard internazionale con il quale si misuravano
le monete. Però nel 1971, Nixon cancellò tutto questo, e il dollaro divenne
lo strumento monetario principale, e solo gli USA possono produrlo. Il
dollaro oggi È una moneta priva di copertura, sopravalutato, nonostante
il record del deficit di bilancio e lo status di paese più indebitato del
mondo. Il 4 di aprile del 2002, il debito era di 6021 trilioni di dollari
a fronte di un PIL di 9 trilioni di dollari.
Il commercio internazionale È diventato un meccanismo grazie al quale gli
USA producono dollari e il resto del mondo produce quel che i dollari possono
comprare. Le nazioni non commerciano più per ottenere “vantaggi comparativi”,
ma solo per ramazzare dollari da destinare al pagamento del debito estero,
che È fissato in dollari. E per accumulare dollari nelle riserve monetarie
con la finalità di preservare il valore delle monete nazionali. Le banche
centrali delle nazioni, per prevenire attacchi speculativi alle proprie
monete, sono costrette a comprare o trattenere dollari, in una misura equivalente
all’ammontare del proprio circolante.
Tutto ciò crea il meccanismo del dollaro forte che, a sua volta, obbliga
le banche centrali ad immagazzinare dollari, cosa che rende ancor più forte
il dollaro. Questo fenomeno È conosciuto come “egemonia del dollaro” e
fa sì che le merci strategiche -soprattutto il petrolio- siano quotate
in dollari. Tutti accettano i dollari perché con essi si può comprare il
petrolio.
Dal 1945, la forza del dollaro consiste nell’essere la divisa internazionale
per gli interscambi petroliferi globali (petro-dollari). Gli USA stampano
centinaia di migliaia di miliardi di dollari senza nessun tipo di copertura:
“petro-dollari” che sono usati dalle nazioni per pagare la fattura degli
energetici agli esportatori dell’OPEC. Ad eccezione dell’Iraq e, parzialmente,
del Venezuela.
Questi petro-dollari sono poi riciclati nuovamente dall’OPEC negli USA,
sotto forma di lettere del tesoro o altri titoli con denominazione in dollari:
azioni, beni immobiliari ecc. Il riciclaggio dei petro-dollari rappresenta
il beneficio che, dal 1973, gli USA ricevono dai paesi produttori di petrolio
per “tollerare” l’esistenza dell’OPEC.
Le riserve di dollari debbono essere investite nel mercato nord-americano,
cosa che, a sua volta, produce utili per l’economia USA. L’anno scorso,
nonostante un mercato in netto ribasso, l’ammontare delle riserve USA È
cresciuto del 25%. L’eccedente nei conti dei capitali finanzia il deficit
commerciale.
Dato che gli USA creano “petro-dollari”, loro controllano il flusso del
petrolio. Siccome il petrolio si paga in dollari e questa È l’unica moneta
accettata in questi scambi, si arriva alla conclusione che gli USA possiedono
il petrolio del mondo gratis.
Di nuovo: che succederebbe se l’OPEC decidesse di seguire l’esempio dell’Iraq
e cominciasse a vendere il petrolio in euro? Una esplosione economica.
Le nazioni importatrici di petrolio dovrebbe mettere in uscita i dollari
dalle rispettive riserve delle banche centrali, e rimpiazzarli con gli
euro. Il valore del dollaro precipiterebbe, e le conseguenze sarebbero
quelle di un qualsiasi collasso di una moneta: inflazione alle stelle (vedi
Argentina), i fondi stranieri in fuga dal mercato dei valori nord-americano
e ritiro dei fondi dalle banche come nel 1930 ecc.
Tutto questo non avverrebbe solo negli USA. Il Giappone ne uscirebbe severamente
castigato, data la sua totale dipendenza dal petrolio straniero e l’incredibile
sudditanza al dollaro. Se crollasse l’economia giapponese, crollerebbero
quelle di molti paesi -non escluso gli USA- in un effetto domino.
Questi sarebbero gli effetti potenziali di un “improvviso” passaggio all’euro.
Un cambio più graduale sarebbe più gestibile, ma altererebbe ugualmente
l’equilibrio finanziario e politico del mondo. Vista la vastità del mercato
europeo, la sua popolazione e la sua necessità di petrolio (ne importa
più degli USA), l’euro potrebbe rapidamente diventare -di fatto- la moneta
standard per il mondo.
Esistono buone ragioni perché l’OPEC -come gruppo-segua l’esempio dell’Iraq
e adotti l’euro. Non vi È dubbio (dopo tanti anni di umiliazioni subite
dagli USA) che potrebbero approfittare delle circostanze per emettere una
dichiarazione politica di principi. Ma esistono anche solide ragioni economiche.
Il poderoso dollaro ha regnato incontrastato dal 1945 e negli ultimi anni
ha guadagnato ancor più terreno con il dominio economico USA. Alla fine
degli anni ë90, più dei quattro quinti delle transazioni monetarie e la
metà delle esportazioni mondiali, sono avvenute in dollari. L’obiettivo
della guerra di Bush contro l’Iraq, naturalmente, È assicurarsi il controllo
di quei giacimenti e porli sotto il segno del dollaro; successivamente
passerà ad incrementare esponenzialmente la produzione e forzare i prezzi
al ribasso. Alla fin fine, l’obiettivo di Bush È scongiurare con minacce
di ricorrere alle vie di fatto, che qualsiasi paese produttore passi all’euro.
A lungo termine, il vero obiettivo non È Saddam, È l’euro e l’Europa. Gli
USA non se ne staranno con le mani in mano ad assistere allo spettacolo
di questi “ultimi arrivati” degli europei che tengono in pugno le redini
del loro destino. E men che mai, che assumano il controllo della finanza
internazionale. Naturalmente, tutto dipende dal folle piano di Bush e,
soprattutto, che non scateni la terza guerra mondiale.
index
http://www.disinformazione.it
Blind

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Minerva 22 febbraio 2005 alle 15:29

Ancora sulla borsa iraniana come vera causa dell’attuale politica americana verso l’Iran:
per far fallire un mercato, che utilizzerà soprattutto Internet per gli scambi – come ha affermato lo stesso ministro del petrolio iraniano – come si fa a pensare seriamente che lo strumento utilizzato possa essere la guerra, addirittura nucleare, quando esistono altri tipi di guerre, senza armi da fuoco e spargimenti di sangue, meno costose dal punto di vista umano ed economico?

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Calvin 22 febbraio 2005 alle 15:44

L’ingresso della Gran Bretagna nell’Unione Europea È inevitabile; la Scandinavia lo
far· in tempi ravvicinati. A maggio del 2004, entreranno dieci nuovi paesi e questo far· aumentare il PIL dell’UE a circa 9,6 trilioni di dollari e 280 milioni di persone (eeeeeh??????), di fronte ai 10,5 trilioni di dollari e 280 milioni di persone degli USA.

Poleo, ma che cazzo dici?
Calvin, economista, massimo esperto di politica economica di Belluno (Italy).

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bill 22 febbraio 2005 alle 15:59

Il fatto che un estensore di cazzate come tal Poleo sia “il massimo esperto di Caracas dell’Opec” mi fà pensare che l’economia del mondo è in mano (anche) a quattro ebeti indottrinati, che ovviamente nessuno ha mai (e)letto, e che con le loro analisi da due soldi, ma tanto radicali, ammorbano la vita di miliardi di persone.

Replica

bill 22 febbraio 2005 alle 16:00

Il fatto che un estensore di cazzate come tal Poleo sia “il massimo esperto di Caracas dell’Opec” mi fà pensare che l’economia del mondo è in mano (anche) a quattro ebeti indottrinati, che ovviamente nessuno ha mai (e)letto, e che con le loro analisi da due soldi, ma tanto radicali, ammorbano la vita di miliardi di persone.

Replica

bill 22 febbraio 2005 alle 16:01

Il fatto che un estensore di cazzate come tal Poleo sia “il massimo esperto di Caracas dell’Opec” mi fà pensare che l’economia del mondo è in mano (anche) a quattro ebeti indottrinati, che ovviamente nessuno ha mai (e)letto, e che con le loro analisi da due soldi, ma tanto radicali, ammorbano la vita di miliardi di persone.

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Calvin 22 febbraio 2005 alle 16:14

Non ho capito, ma è il massimo esperto di Caracas dell’OPEC, cioÈ che lavora all’OPEC e conosce a menadito le strade di Caracas, o lavora a Caracas e conosce a menadito i corridoi dell’OPEC? :D

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blind 22 febbraio 2005 alle 17:37

Beh, io l’ho scritto che mi ero divertita molto a leggerlo.
Il guaio, pero’, e’ che questo “illustre e illustrato” (Toto’) economista scrive e se lui scrive molti leggono e invece di farsi delle grandi e belle risate, si caricano d’odio antiamericano, sempre di piu’.
Quello che mi fa riflettere sul livello di annebbiamento del pensiero e’ anche il fatto che questa analisi che era andata tanto bene per spiegare la guerra di Bush contro Saddam Hussein, oggi torna paro paro utile a spegare le mire di Bush sull’Iran.
A nessuno passa per la mente che sia l’Iraq che l’Iran fanno parte dell’Opec e che ogni decisione di qualsiasi genere non la potevano e non la possono prendere senza l’accordo a maggioranza con gli altri dieci componenti il cartello.
E fra quei dieci c’e’ l’Arabia Saudita (che e’ la prima produttrice), c’e’ il Messico, il Venezuaela, il Qatar, il Kuwait, ecc…
L’Opec non puo’ neppure ritoccare i prezzi o modificare la quantita’ di estrazione senza il voto di maggioranza.
Blind
p.s.: mi inchino di fronte al massimo esperto di politica economica di Belluno (Italy) , anzi mi prostro.

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Calvin 22 febbraio 2005 alle 17:47

E ho dimenticato di scrivere che sono Visiting Professor al Cadore Institute for Social Studies and Other Interesting Stuff We Teach Eating Polenta&Osei.

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Olden 22 febbraio 2005 alle 20:49

Informazione tecnica per Blind: il link a te funziona benissimo per forza, perchè hai linkato un file sul tuo hard disk anzichè un URL..
Comunque, chiarisco una volta per tutte: non ho detto che il progetto di borsa petrolifera iraniana è la causa di una imminente guerra. Intendevo solo evidenziare come vi siano movimenti che tendono a creare blocchi geopolitici in aperto contrasto con le mire egemoniche dell’attuale amministrazione USA.
Il timore è che questa situazione, alla lunga, vada a creare tensioni crescenti in tutto il globo.

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Olden 22 febbraio 2005 alle 20:52

Informazione tecnica per Blind: il link a te funziona benissimo per forza, perchè hai linkato un file sul tuo hard disk anzichè un URL..
Comunque, chiarisco una volta per tutte: non ho detto che il progetto di borsa petrolifera iraniana è la causa di una imminente guerra. Intendevo solo evidenziare come vi siano movimenti che tendono a creare blocchi geopolitici in aperto contrasto con le mire egemoniche dell’attuale amministrazione USA.
Il timore è che questa situazione, alla lunga, vada a creare tensioni crescenti in tutto il globo.

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blind 23 febbraio 2005 alle 14:01

Olden, mi scuso con te e con tutti per l’errore tecnico.
Grazie per avermelo segnalato permettendomi cosi’ di porvi rimedio.
Per quel che riguarda la borsa petrolifera iraniana, beh, io continuo a trovarla una sbruffonata buttata li’ da chissa’ chi e presa sul serio da troppi estremisti in buona o cattiva fede che fossero.
Blind
p.s.: per Calvin: Maestro! Conto su di lei per un sollecito gemellaggio con la Baccala’ alla vicentina University con sede a Vicenza (Italy).

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Francesco 23 febbraio 2005 alle 15:04

Scusa Olden,
la logica conclusione di quello che dici è “globalizzazione o Grande Guerra”, come ha insegnato la Storia.
Poi c’è la conclusione moralistica e saccente “un altro mondo è necessario” ma non vale la pena discuterne.
Ciao
Francesco

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Olden 24 febbraio 2005 alle 01:16

Scusa Olden,
la logica conclusione di quello che dici è “globalizzazione o Grande Guerra”, come ha insegnato la Storia.

Anche Gengis Khan diceva cose tipo “o vi arrendete tutti al mio impero o sarà l’inferno”.

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Francesco 24 febbraio 2005 alle 10:07

Tra arrendersi a Gengis Khan e entrare nel sistema commerciale e finanziario mondiale che, ma che strano, ha al suo centro il paese con l’economia più grande del mondo, io vedo una qualche differenza.
Poi dovresti ricordarti che gli USA sanno giocare molto bene il timore dei piccoli nei confronti delle potenze regionali: per l’Italia è meglio l’America della Francia, per la Polonia della Germania, per il Giappone e la Corea della Cina.
E’ normalissima politica.
Infine, chi è fuori dall’Impero (come lo chiami tu), ha già un piede all’inferno. Spero di non doverti fare degli esempi.
Ciao
Francesco
PS insisto: la prima guerra mondiale fu il risultato della crisi della globalizzazione di allora e del multipolarismo esistente. Nel mondo dei potentati regionali anti-USA, e pazienza per la democrazia, potrebbe succedere di nuovo.

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