La miopia del Manifesto e Giuliana Sgrena

“Ancora oggi mi auguro ardentemente che gli aggressori americani e anche italiani siano sconfitti e costretti dall’opinione pubblica a ritirarsi da quella terra”

Questo è Pietro Ingrao, che ha bisogno di certe premesse per poter chiamare “terroristi” e non “resistenti” i rapitori di Giuliana Sgrena. Strano anche il concetto di “terroristi” che deve avere in testa, evidentemente non li ritiene così infami da giungere a rapire una persona e infatti scrive:
“E se invece non sono stati gli uomini del ´terrorismoª (virgoletta la parola, che anche scriverlo gli riesce difficile NdRolli) a rapire e imprigionare Giuliana Sgrena perché allora non lo gridano al mondo, non cancellano dal loro petto questa macchia? Dico di più: perché non aiutano a ridare presto, al più presto, libertà a Giuliana?”
Ecco, il rapimento sarebbe una macchia, per i terroristi secondo Ingrao; evidentemente pensa che di norma siano dediti alla beneficienza, e non ai delitti più efferati.
Anzi, li ritiene tanto galantuomini che nel caso non avessero rapito loro Giuliana dovrebbero fare in modo che gli eventuali altri la liberino.
Gli sfugge, evidentemente, che un rapimento, una decapitazione, un’esecuzione, una strage sono un trofeo, una vittoria, per costoro, non una macchia. Che la vittima sia un tizio che si chiama Fabrizio Quattrocchi o una giornalista di nome Giuliana Sgrena fa differenza solo per il Manifesto, non per i terroristi. Sarà bene che comincino a tenerne conto.
E infatti questa percezione sbagliata e aberrante che hanno del terrorismo li porta a degli errori di valutazione clamorosi, persino pericolosi.
Hanno messo online gli articoli di Giuliana Sgrena, pensando così di patrocinare la causa della sua liberazione, senza rendersi conto che invece proprio quegli articoli potebbero essere l’aggravante pendente sulla testa della sequestrata.
La giornalista è certamente contro l’intervento in Iraq, contro gli imperialisti, contro la politica di Bush, ma nello stesso modo è contro i fondamentalismi, contro la prigionia del velo e del burqa per le donne. Certo, una donna coraggiosa, non una sciacquetta ipocrita che cerca di convincerci che sotto il burqa c’è un mondo meraviglioso di privilegi e libertà, ma proprio per questo una donna a rischio, della quale sarebbe bene non pubblicizzare troppo le posizioni intellettuali.
Ci pensavo qualche giorno fa, mentre rileggevo i suoi articoli e mi sentivo a disagio per lei, preoccupata da questo renderli così pubblici.
Ieri ho ritrovato le mie preoccupazioni sul Riformista e due giorni prima su Libero e allora non è più solo una sensazione personale; forse i compagni del Manifesto, tra un distinguo e l’altro su terroristi e resistenti, farebbero bene a tenere conto di queste valutazioni, cominciando a mettere la sordina a certe iniziative dettate dalla loro miopia, che potrebbe rivelarsi micidiale.

Giuliana difende i diritti delle donne per i fondamentalisti è un’aggravante
Perché non basta essere pacifisti: loro non distinguono la Fallaci da Livia Turco

Perché Giuliana Sgrena è stata rapita? Una delle ipotesi è: per chiedere un riscatto. In questo caso il rapimento sarebbe dovuto alla Anonima sequestri che agisce in Iraq, anche come mezzo di finanziamento per i gruppi jihadisti. Ma in questo caso avrebbe poco senso richiamarsi agli indubbi ideali pacifisti portati avanti dalla giornalista del manifesto.
E questa operazione di informazione potrebbe essere controproducente anche nel caso in cui il rapimento sia stato attuato da terroristi islamici. Vediamo perché.
Lo jihad predicato da Bin Laden e dai gruppi salafiti si è formato nella scuola di Peshawar, nel corso della guerra contro il comunismo sovietico. Secondo l’ideologia fondamentalista, obiettivo dell’Islam deve essere la liberazione delle terre arabe dagli occidentali e dagli stessi regimi nazionali arabi. La guerra terrorista è innanzitutto una guerra civile inter-araba, in nome della creazione di una nazione islamica unica e teocratica.
Nemici sono dunque non solo israeliani o americani, ma anche i governi egiziano o algerino. Il modello di questa lotta è l’Algeria, la cui guerra civile è stata studiata da Giuliana Sgrena.
Il suo libro sulla situazione delle donne in Algeria (Kahina contro i califfi, 1997), pur denunciando con forza i misfatti compiuti dal governo di Algeri, non ha nessuna indulgenza nei confronti dei fondamentalisti, colpevoli del massacro di almeno 100.000 concittadini.
La situazione femminile nei paesi arabi (in Algeria il Codice della Famiglia che introduceva la Sharia è stato varato nel 1984) segna un punto di non-ritorno negli interventi della Sgrena (ripetuti anche nel successivo Alla scuola dei taliban, del 2002). Nei suoi testi la condanna dei modelli sociali fondamentalisti è inequivocabile.
In questo senso, la campagna ìinformativaî in atto attraverso le televisioni arabe, rischia di essere fuori luogo. Non si deve interferire con le azioni che un governo adotta, a meno che non si tratti di azioni coordinate tra i vari soggetti, finalizzate alla liberazione degli ostaggi.
Le informazioni che si riescono a reperire attraverso uomini di fiducia o contatti con i rapitori fanno parte di un equilibrio pronto a cambiare repentinamente. Qualsiasi cosa venga detta o scritta qui in Italia, quasi sicuramente verrà conosciuta dai rapitori: bisogna procedere con molta cautela in circostanze simili, cercando di coordinarsi con le iniziative approntate dal governo.
Il terrorismo ha compreso che la supremazia di informazione e di intelligence può essere determinante per il raggiungimento del proprio fine, come riporta uno studio dell’esercito statunitense, il Force XXI Operations, secondo il quale ´le informazioni possono rendere il campo di battaglia trasparente a proprio favore e opaco per gli avversariª.
Questo esempio vale anche per ciò che concerne la possibilità di ìfare propagandaî, di spettacolizzare l’evento e quindi di ìopacizzareî il campo, in modo che induca reazioni destabilizzanti: terrorizzare per ammonire e impaurire per sottomettere.
Se questi passaggi sono esatti, il messaggio rivolto ai giornalisti occidentali è chiaro: non si può essere a favore della pace e insieme dichiarare ´infameª il Codice di Famiglia algerino del 1984 (nel 1998 in Italia si organizzò una raccolta di firme per chiederne l’abolizione).
In Iraq e in altri paesi, le categorie a rischio non sono tanto i militari o gli esponenti del nostro governo (che provvedono alla propria difesa).
I giornalisti francesi sono stati rapiti in risposta alla legge sui simboli religiosi approvata in Francia.
I rapimenti della Sgrena e della giornalista di LibÈration indicano che la battaglia fondamentalista è anche una campagna contro le donne in quanto tali. Per i seguaci di Bin Laden non c’è differenza alcuna tra Barbara Palombelli e Oriana Fallaci, tra Letizia Moratti e Livia Turco.
Bisognerà finalmente tenerne conto e comportarsi di conseguenza.
Il Riformista

di Rolli il 14 febbraio 2005 in L'altroMondo · 2 commenti

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Corrado 14 febbraio 2005 alle 05:34

La scorsa settimana sul Rifo era scritto che la Sgrena dev’essere liberata per il semplice fatto che il sequestro di persona è un crimine odioso, e basta.
Certo, poi il manifesto può fare tutti i messaggi che vuole su al jazeera, anzi deve farlo se può essere un modo per far tornare la sgrena sana e salva.
La realtà, però, è che se non è una Sgrena, una Pari o una Torretta ad essere rapita, a preoccuparci non siamo più tutti, ma solo alcuni.
E niente unità nazionale, niente maxi foto sul Campidoglio e niente tutto il resto…

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eMi 14 febbraio 2005 alle 12:44

Condivido appieno il timore che gli articoli della Sgrena possano essere stati d’ostacolo alla sua liberazione, gli integralista vedono come fumo negli occhi l’emancipazione della donna, la sinistra continua a difendere persone che hanno degli ideali esattamente opposti ai loro…
Sono ciechi.

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